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Le tabelle millesimali dell’anima

Le tabelle millesimali dell’anima
(immagine tratta dal Web)

Era ancora estate ma pioveva da giorni, una pioggia torrenziale fatta di gocce grosse e pesanti di acqua tiepida che ti infradiciavano in pochi secondi con o senza l’ombrello. Il cielo plumbeo lo disorientava e l’afa, che rimaneva incollata addosso tra una pausa e l’altra di quegli sprazzi di una tempesta tropicale che aveva perso la bussola, gli stava rendendo difficile anche respirare. Aveva la gola secca, riarsa, i pensieri confusi e un vuoto nel petto composto da un coacervo di cose non dette.
L’acqua passava da sotto le finestre in legno ormai gonfie, avrebbe dovuto riverniciarle quando il tempo era ancora buono, aveva anche comprato la carta vetrata, quella con la grana fine, l’impregnante ed un barattolo di vernice trasparente, ma non lo aveva fatto. Non ne aveva avuto la forza o la voglia, perso per troppo tempo nei suoi pensieri e rinviando di volta in volta i buoni propositi. Prese un rotolo di asciugamani dal bagno e li strinse di lungo sul davanzale contro le fughe degli infissi dove le infiltrazioni si erano manifestate con maggiore impertinenza.
Si lavò i denti, si diede una veloce guardata allo specchio, oramai anche il suo volto gli dava fastidio, sputò nel lavandino quello che era rimasto del dentifricio e senza risciacquare la bocca si diresse all’entrata. Afferrò le chiavi di casa dal settimino e chiuse pesantemente la porta d’ingresso dietro di sé.
L’ascensore era occupato. Come al solito quelli del b&b al secondo piano stavano facendo su e giù tra chek-in, chek-out, carico-scarico bagagli, spesa, colazioni, pulizie e cazzi loro, lasciando le porte aperte per non farselo chiamare dagli altri piani durante le operazioni. Aveva provato a protestare con l’amministratore del condominio, per il fatto che nonostante fosse quello che lo utilizzasse di meno, visto anche che viveva da solo, fosse anche quello che pagava più di tutti nel palazzo per quel cacchio di ascensore. Doveva pur esistere una qualche legge che dicesse che chi utilizza di più l’ascensore debba anche pagare di più per la manutenzione e viceversa, ed essendo che il b&b al secondo piano non solo ne faceva un uso spropositato, in pratica lo aveva quasi requisito, ma da quell’attività di pernotto ne traeva anche un guadagno, tutto questo non gli sembrava affatto giusto. L’amministratore, in tutta risposta, con quell’aria tra lo strafottente e l’assonnato che lo contraddistingueva, diede quella che era oramai diventata una specie di registrazione su nastro che gli tornava utile in ogni situazione e ad ogni richiesta: “Non posso farci nulla!”, ma questa volta, di fronte alla sua insistenza, quasi rassegnato e forse anche un po’ dispiaciuto aggiunse, “Un b&b per legge non è considerato un’attività commerciale, ma alla stregua di un qualsiasi altro inquilino, quindi, sempre come per legge, paga secondo millesimi”. Lui, invece, che abitava all’ultimo piano, stando a quella sfaccimma di legge che non riusciva a comprendere quale razza di idiota avesse mai potuto concepire e per mano delle fatidiche tabelle millesimali, l’ascensore, lo utilizzava o meno, se l’andava a prendere sempre in quel posto. Fu così che, non essendo in vena di crociate, decise di metterci una pietra sopra. Si fece i quattro piani a piedi avendo così modo di riflettere e decidere cosa fare nei seguenti dieci minuti. Oramai era così che viveva, con una programmazione che non superava i dieci minuti alla volta.

Non era riuscito ancora a superare la perdita del padre

Sarebbe andato al bar, quello solito subito dietro l’angolo. Ci sarebbe arrivato in pochi minuti, forse, e se avesse fatto attenzione alle pozzanghere e camminato sotto i ballatoi, saltando da un portone all’altro, probabilmente sarebbe riuscito anche a non farsi un’altra doccia, e poi in quel posto c’era sempre della buona musica dal vivo, la birra era decente e avrebbe avuto modo di programmare i suoi prossimi dieci minuti di vita.
Non era riuscito ancora a superare la perdita del padre.

Era trascorso un anno ormai, ma ancora ci pensava ogni giorno a quel rapporto non chiuso, non del tutto esaurito, non spiegato in ogni particolare, non sciolto nei dettagli. Era diventato chiuso, pensieroso, ombroso. Se ne rendeva conto ma non poteva farci nulla. Ci aveva perso anche il posto di lavoro per quel suo modo di fare, o almeno così credeva, e non certo perché la società per cui lavorava aveva dovuto ridimensionarsi, oberata dalle tasse, e la stessa sorte era toccata anche ad un’altra cinquantina di suoi colleghi. Fosse riuscito ad essere più solare, disponibile, meno scontroso probabilmente avrebbe avuto ancora un lavoro e nemmeno la sua donna se ne sarebbe andata con un altro.

Era al secondo boccale di birra e stava fissando le bollicine di anidride carbonica dovuta alla fermentazione salire lentamente in superficie quando un uomo di bell’aspetto, avrebbe detto molto bello se non gli fosse parso un pensiero troppo effeminato per i suoi canoni, si sedette sullo sgabello di fianco al suo ordinando una birra e sparandogli un ampio sorriso abbagliante.

Questo è uno che non ha mai avuto un cazzo di problema nella vita!

Aveva dei denti perfettamente allineati e bianchi, un viso liscio, riposato, avrebbe detto sereno, la barba curata e alla moda ed un abito grigio con il panciotto perfettamente stirato e la catenella dell’orologio da taschino che pendeva formando un semicerchio perfetto partendo dal secondo bottone.
“Questo è uno che non ha mai avuto un cazzo di problema nella vita!”, pensò. Non aveva nemmeno i risvolti dei pantaloni bagnati o le punte degli stivali in pelle di coccodr…, no non era coccodrillo, forse struzzo, o armadillo, o un cazzo di animale sconosciuto, restava il fatto che non fossero bagnati nemmeno quelli. Ma come era possibile? Non si fosse trattato di un pensiero malsano, di chi sta per toccare il baratro della follia, avrebbe detto che quel tizio fosse in grado di camminare sulle acque ed evitare le gocce di pioggia come i proiettili di Matrix, solo che con la pioggia è molto più difficile. Forse aveva solo bevuto troppo perdendo la cognizione del tempo e mentre se ne stava richiuso in quel bar, a bere birra e rimuginare su eventi che facevano parte di un passato oramai ammuffito e possibilità definitivamente corrose dalla ruggine, fuori aveva smesso di piovere da un pezzo.

La ragazza sul palco, seduta su uno sgabello e illuminata da un raggio di luce che sembrava arrivare da un’altra dimensione, stava suonando qualcosa dei Cigarette after Sex. Lo sguardo perso nel vuoto e il piercing sulle labbra che lanciava scintille ad ogni sussurro. Imbracciava la chitarra come si abbraccia un’amante, le dita nervose danzavano veloci sulle corde e dalla bocca attaccata al microfono fuoriuscivano parole allo stesso tempo lucide e affilate come la lama di un coltello e dense e corpose come sangue bollito.

<Una birra al banco anche per il mio amico>, fece il tizio con gli stivali di pelle aliena rivolto al barista. Il fatto era che seduti al bancone del bar erano solo in due, lui e mister perfezione, e lui era sicuro di non averlo mai incontrato prima, figurarsi essere amici.
Il barman gli poggiò davanti il boccale lasciandolo cadere pesantemente sul bancone con uno schiocco.
<Allora, a cosa si brinda stasera?>, fece il tizio strizzato nel suo bell’abito grigio presumibilmente cucito su misura e sicuramente rivolto a lui.
<E tu chi saresti?>, rispose evitando di guardarlo.
<Piacere,>, porgendogli la mano, <io sono Dio.>
<Dio? Ma che cazzo di nome è? Ti chiami come quel musicista lì, Ronnie James Dio, quello dei Black Sabbat, quello subentrato al posto di quell’altra testa di cazzo di Ozzie Osbourne. Sei un loro fan?>, voltandosi verso di lui ma declinando la stretta.
<No, quello era solo un nome d’arte mentre il mio è il mio vero nome.>
<Complimenti ai genitori, bella famiglia di squilibrati devi aver avuto!>, afferrando il boccale offerto e facendone una generosa ingollata.

In verità non sono stati i miei genitori a darmi questo nome…

<Non so cosa risponderti. Posso darti del tu, vero?> ancora con quel sorriso a trentadue denti stampato sul viso troppo perfetto che gli avrebbe volentieri strappato via a cazzotti se fosse stato un tipo dedito alla violenza. L’ultima volta che ricordava di aver fatto a cazzotti frequentava ancora le scuole medie e si trattava di un altro smidollato come lui, quindi non era più tanto sicuro che si fosse trattato di cazzotti veri e propri. <In verità non sono stati i miei genitori a darmi questo nome…>, continuò il tizio, <… ma siete stati voi esseri umani nel corso dei millenni: Dio, Dyeus, Zeus, Tyr-Zio, div, splendente, giorno, cielo, divus, padre, luce e persona divina, in principio Dio creò la luce e la terra, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Va be’ quest’ultima vi è stata tramandata male, basta che ti dai una guardata allo specchio e capirai.>
<Ma di cosa cazzo stai parlando? Mi stai prendendo per il culo? Guarda che oggi non è aria. Ne ho conosciuti di esaltati mentali ma tu li superi tutti!> voltandosi a guardare di nuovo la ragazza dai capelli color pece che si stava esibendo sul palco in fondo al bar.
<Sì, comprendo la tua riluttanza, ma io dico sul serio.>, insistette.<Certo che sei proprio uno scoppiato tu, però lo ammetto, non riesci ad essermi antipatico.>

Quella ragazza sul palco è un angelo

<Quella dell’empatia è una delle mie virtù che più apprezzo> rispose soddisfatto il tizio aggiungendo, <Quella ragazza sul palco è un angelo>, con un tono ambiguo che restò in bilico tra la considerazione e l’affermazione. Non era più tanto sicuro di riuscire a capire bene cosa volesse intendere lo sconosciuto in panciotto con le manie di grandezza e la faccia da Brad Pitt ancora giovane. Le birre avevano iniziato a circolargli libere nel cervello e ad alterare le percezioni occludendo le sinapsi e rendendo poco affidabile il metro di giudizio. Forse aveva esagerato, ma quel tizio ne aveva scolate già un paio più di lui e sembrava non accusarne ancora l’effetto.

<E poi cosa cazzo ci saresti venuto a fare qua? Qui giù, tra noi umili mortali, in questo buco di Bar frequentato solo da falliti, ubriaconi e perdigiorno, non venirmi a dire che hai ascoltato le mie preghiere?>, con l’intento di prenderlo in giro.
<Potrebbe anche essere.>, con un’espressione seria che si era improvvisamente impadronita del suo volto senza alterarne minimamente il fascino.
<Fregato stronzo, sono secoli che non prego!>, facendosi una grassa risata alzando il boccale di birra mezzo vuoto come il trofeo di una vittoria.
<Sei così vecchio?>, gli chiese Brad Pitt con quello sguardo da “Vento di passione” che gli fece prendere in considerazione la possibilità dell’esistenza di una considerevole componente di omosessualità latente nascosta nel più profondo del suo animo e di cui non aveva mai avuto alcun accenno prima di allora, <Eppure avrei detto sulla quarantina, portati male!>
<Era solo un modo di dire!>, scocciato dalla risposta pronta e dal sarcasmo, <Secoli per dire che è una vita!>, con un tono altalenante da bambino dispettoso, <E’ passato così tanto tempo dall’ultima volta che ho recitato un pater nostro che non ricordo più quando è stato e non ne ricordo più nemmeno le parole.>
<Lo so, come già sapevo che non preghi da molto, anche se a dirla tutta non mi sono mai interessate molto, mi riferisco alle preghiere. In verità sono più che altro un fastidio, un continuo ronzio nell’orecchio, diciamolo pure, una gran rottura di coglioni a cui cerco di non prestare troppa attenzione. C’è da uscirne matti. E poi, che resti tra di noi, tra esaltati intendo…>, facendogli l’occhiolino, < … non sono mica venuto qui per te! Non dovresti sentirti così importante con tutti i problemi che ci sono su questo pianeta, e nemmeno ci sono venuto per qualcun altro se può farti stare meglio, io qui ci abito e basta!>
<Dove a Napoli?>, guardandolo dall’alto in basso, <O in questo bar?>, ridendogli in faccia, <E poi, ecco, se tu fossi veramente Dio perché non ti occupi di risolvere un po’ di problemini in giro che non se ne può più. Non dico di occuparti di me, questo no, ma almeno delle cose in generale, che ne so, il traffico o sto cazzo di tempo che non si capisce più nulla, e ridagli una regolata: estate caldo, inverno freddo, autunno e primavera così, così. Dovrebbe essere semplice per te o no? E poi elimina un paio di queste cazzo di guerre in giro per il mondo, con tutti ‘sti bambini che muoiono e crea qualche altro pozzo di petrolio bello profondo, così la smettiamo con questa crisi energetica, e questa volta, se ti è possibile, falli in Europa, così diminuisce pure il prezzo della benzina che ci siamo rotti i coglioni di essere trattati come dei bancomat, e visto che ti trovi mettici pure qualche giacimento di diamanti…,>, facendo una breve pausa per fare una rapido chek su eventuali altre richieste da fare e tracannare un altro po’ di birra oramai calda, < … in Italia, possibilmente al sud. E poi basta con questa cazzo di disoccupazione, così può darsi che ritrovo un lavoro anch’io e si riaggiusta pure la mia vita.>

Una città sospesa tra il cielo e le viscere della terra

<Napoli è la città perfetta per me.>, rispose Dio senza lasciar trapelare alcuna emozione in particolare. <Una città composta da quel giusto mix di miti, leggende, credenze popolari e religiosità trasversale, una città nata dalla combinazione di tutti e quattro gli elementi di cui è composto l’universo, terra, fuoco, aria e acqua. Una città sospesa tra il cielo e le viscere della terra. E’ il luogo perfetto dove uno come me può passare inosservato. Di questo te ne farei parlare a lungo con il mio amico Gennaro, se fosse ancora qui per potertene parlare.>, afferrando il suo boccale di birra ancora stranamente opaco di gelo, <Comunque, quello che conta è che penso proprio di aver trovato un nuovo amico con cui poter scambiare quattro chiacchiere, ogni tanto, davanti a un buon boccale di doppio malto.>
<Chi io?>
<Vedi che ti piace? Nonostante tutto non hai perso la stima in te stesso!>
<Ora inizi a rompere. Io volevo stare da solo, ho ben altro a cui pensare in questo momento che stare a straparlare di cose senza senso con un pazzo megalomane fuggito da chissà quale manicomio.>
<I manicomi sono chiusi da un pezzo in questo paese, ed anche i megalomani sono liberi di esprimere il proprio pensiero, ti ho appena taggato sulla mia pagina facebook.>, lo informò il tizio armeggiando con il proprio cellulare che somigliava tanto ad un I-Phone XY se no fosse stato per il fatto che ancora non era stato messo sul mercato. Tirò fuori il cellulare dalla tasca non senza qualche difficoltà, aprì l’app e lesse sul proprio profilo lo stato aggiornato di un certo Dio in cui era stato taggato. C’era la foto di quello che sembrava un Gesù con un sorriso durban’s che teneva in mano una boccia di birra, mentre la didascalia diceva: “Io e il mio nuovo amico siamo alla quarta birra e stiamo decidendo cosa fare nei prossimi dieci minuti!” <Ma chi sei? Come cazzo fai a conoscere il mio nome? Sei uno stalker, mi stai seguendo?>, stranito.
<Te l’ho già detto chi sono, c’è scritto anche sul mio profilo facebook! Che ne dici se ti seguo anche su Instagram?> Fu in quel momento che buttò giù tutto d’un sorso quello che era rimasto nel boccale e in preda ad un turbinio di emozioni contrastanti scese dallo sgabello scostandosi di un metro dal bancone mentre Dio senza scomporsi di un millimetro appoggiò una mano sul boccale vuoto che magicamente fu di nuovo colmo di birra color oro, protetta da uno spesso strato di schiuma morbida e profumata, il cui aroma si spargeva in tutto il locale mentre gocce di brina gelata scendevano lente dal boccale sul bancone in legno.
<Che ne dici di un’altra birra in compagnia?>, porgendogli il boccale che si era appena riempito per magia, <Non so se si possa risolvere veramente qualcosa con i tuoi consigli. Probabilmente quel paio di guerre eliminate in giro per il mondo si sposterebbero in Europa a causa dei nuovi pozzi di petrolio e le miniere di diamanti che avrei creato ed in Italia, specie al sud, sareste tutti costretti ad emigrare in Africa a causa dell’aumento della disoccupazione, della delinquenza, gli interessi delle multinazionali in combutta con i governi e lo sfruttamento della forza lavoro nelle miniere. Devi ammettere, amico mio, che come divinità non saresti granché, e poi non è così che funzionano le cose. Vi è stato dato il libero arbitrio, non è colpa nostra se dopo millenni non avete ancora capito come funziona. E poi anch’io c’ho i miei “dei” a cui devo dare conto, anche se noi non li chiamiamo in questo modo. Anch’io devo stare attento al mio di comportamento, così come anche tutti gli altri della mia specie.>
<No so come cazzo hai fatto quel giochetto della birra, ma anche se tu fossi veramente Dio saresti sempre il solito cazzo di Dio distopico, apatico e strafottente. Un Dio immensamente buono che scontenta sempre tutti, quello delle sacre scritture per intenderci! Quello che se gli girano le palle ti scarica un’alluvione universale sulla testa.>, mentre tornava a sedersi sul suo sgabello, <Il solito Dio stronzo, un coglione con le smanie di onnipotenza.>, sbocciando il boccale con il suo nuovo amico, <E alla salute! Che almeno su quella, con me, non sei stato tirchio.>
<Non ne sarei troppo convinto. Se continui a bere in questo modo!>
<Ma questo è nettare degli dei, dovrebbe fare solo bene o sbaglio?>, questa volta fu lui a sorridere per la risposta pronta e non potette fare a meno di notare il sorriso che si fece strada anche sul volto di Dio.
<Un coglione con le smanie di onnipotenza?>, Dio rimuginò su quell’ultima affermazione, <Non è la prima volta che mi definiscono coglione, ma senti tu da quale pulpito viene la predica! Guarda che ti ho visto, da ragazzo, con quella pompa dell’acqua tra le mani accanirti su quel formicaio nel giardino.>
<Cosa cazzo c’entra adesso il formicaio?>
<C’entra c’entra, come pensi che l’abbiano vissuta quelle formiche? E poi non è nulla in confronto a quello che i nostri “dei” hanno fatto a noi l’ultima volta, con quello che voi definite il Big Bang!>, questa volta sembrava proprio che le ultime parole le avesse biascicate anche Dio.
<Con questo cosa vorresti dire, che esiste un Dio di Dio?>
<E’ un pochino più complesso. Direi che questo discorso ce lo possiamo riservare per la prossima volta. Ho già troppi cazzi per la testa per stare a pensare anche ai miei di Dei adesso.>
<Come ti capisco!>, sentendosi improvvisamente alleggerito da tutti i problemi che lo avevano afflitto fino a quel momento. Era contento di non sentirsi più solo, di avere un nuovo amico, e che amico, uno che riusciva a moltiplicare i boccali di birra, un amico onnipotente che gli avrebbe potuto risolvere anche il problema dell’ascensore, dei millesimi e la legge su i b&b, <Non so se è l’effetto di quella roba con la quale mi hai riempito il boccale ma mi sento di darti quasi ragione.>

…l’unico miracolo a cui possiamo aspirare è quello di remare nella stessa direzione

<Eh, amico mio, il fatto e che qui siamo tutti sulla stessa barca, Dei ed esseri umani, e l’unico miracolo a cui possiamo aspirare è quello di remare nella stessa direzione.>
<Forse volevi dire sullo stesso barcone!>
Al ché un Brad Pitt al quanto su di giri rivolto al barman, <Ragaaazzo, un altro giro di birre per me e il mio nuovo amico gay!>

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