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Mahmud

Mahmud
(immagine tratta dal Web)

Cara mamma,
il viaggio è stato lungo, ma sono arrivato in Italia. Dovresti vederla, è come una donna bellissima e, si sa, le donne accolgono per natura. Si, hai ragione, sono passati mesi da quando sono partito. Scusa se non ti ho scritto prima, ma ho camminato per giorni, senza bere e senza mangiare. Non sapevo dove ci avrebbero portati ed ho avuto paura. La paura ha un sapore acre, ti stordisce i sensi. Lo so non avrei dovuto averne: io sono un uomo. Con questa certezza, con questa speranza, avete dato quel poco che avevate al mio Caronte.

Spesso, quando ero accampato nei boschi di notte tra gli sconosciuti, stanco per aver camminato tutto il giorno e con i pensieri che non erano concentrati su questo corpo teso oltre i limiti che gli erano consentiti, pensavo al mio villaggio e a noi due insieme, quando riuscivamo a ridere seduti intorno ad una tavola apparecchiata di miseria; quanta ricchezza sto lasciando alle mie spalle!
Non si è mai lucidi quando si abbandona casa; bisogna fare spazio al coraggio. Solo dopo ti accorgi di come è difficile ossigenarsi quando si è rimasti senza radici.
Mi mancate.

Ora mi dicono che il peggio è passato, ma io vedo solo buio intorno, mentre salgo lungo questa strada costruita in pendenza, asfaltata con la breccia dura dei pregiudizi.
Mi avete dato troppi ricci crespi e una pelle troppo scura e questi colori, qui, spaventano.
Sono l’uomo nero, quello che io stesso sogno la notte, eppure non mi rivedo in lui. Sarà che ogni paese lo vede in un modo e, a dirti la verità, un po’ fanno paura anche a me questi pallidi vezzosi.
Ho visto il mare, l’ho attraversato, mi fissava con quel suo fondo scuro, sembrava volermi sfidare. Forse sapeva che non avevo avuto ancora il tempo di imparare a nuotare.

…temo che ne sapresti comunque riconoscere il volto.

Su quella barca fin troppo piccola eravamo davvero in tanti; ci siamo improvvisati equilibristi sul filo, senza alcuna rete di protezione. Eppure, ce l’abbiamo fatta. Beh, qualcuno no ma, mamma, ho capito che quando la morte ti cammina accanto, l’unica cosa che puoi fare è rivolgere lo sguardo dall’altra parte. Non me la sono sentita di presentarti questa compagna di viaggio anche se, quando penso a voi e al nostro villaggio, temo che ne sapresti comunque riconoscere il volto.

Ora sono in una casa. Con gli altri ragazzi che vivono qui, seppur tutti diversi, abbiamo in comune due cose: un viaggio e una speranza.
Andiamo a scuola. Mi piace, sai. In verità gli altri ragazzi ci tengono distanti, ma noi li prendiamo in giro nella nostra lingua, così loro non capiscono e noi riusciamo a difenderci da un posto così nuovo e così distante.
Tengo a bada la rabbia, quella mi fa diventare cieco e poi diventa odio che, come se fosse un frutto, marcisce lentamente da dentro.
La rabbia è come tutti gli insulti che ci rivolgono: mi ricorda la schiuma che lascia il mare quando, agitato, si va a schiantare sugli scogli; bolle di aria fasulla che svaniscono poco dopo. Se reagissi a tutto ciò, penso che essere sopravvissuto a questo viaggio, aver sfidato il mare e la cattiveria, ogni cosa si perderebbe in un gesto avventato che forse loro si aspettano ma che, in realtà, il mio cuore ha visto solo nei loro occhi.

Mamma ti ricordi la mia mano? quello strano bozzo? a volte fa male, dicono che mi devono operare. Un dottore mi ha visitato e sto aspettando che qualcuno dia il consenso all’operazione. Qui funziona che se non hai diciotto anni, e io ne ho solo tredici, un genitore deve decidere cosa sia giusto per te. Ma voi siete lontani, quindi mi hanno dato un altro genitore italiano. Lui non ha lo stesso tempo che avevi tu per me,

…nessuno potrà mai capire come si diventa uomini a tredici anni

ma appena troverà il tempo mi fa operare e il dolore alla mano passerà. Ora però è ancora qui e mi fa svegliare di notte. In quei momenti penso alle tue carezze. Quelle che guariscono, perché senti il calore di chi ti ha messo al mondo. Mamma nessuno potrà mai profumare come te, nessuno potrà mai capire come si diventa uomini a tredici anni.
Eppure, in televisione e a scuola, ho sentito dire spesso che sono venuto qui a rubare qualcosa. Sembra che mi vedano come un turista alle prese con una vacanza di svago, un impostore felice.
In quei momenti, mamma cara, ripenso a quando ho guardato il mare negli occhi e ho baciato la paura quando mi ha tenuto in vita. Ma loro forse non lo sanno, allora lascio stare, cosciente del fatto che, se loro riuscissero a trovare il coraggio di guardarmi negli occhi almeno una volta, probabilmente non sopravviverebbero. Vedrebbero Caronte mangiare anime e forse capirebbero che il mondo non è quest’isola, che un genitore non lo puoi sostituire, che un male se lo lasci fare parte dalla mano e finisce per prenderti l’anima, che la mia terra è nel tuo abbraccio e non voglio niente da loro ma tutto da me stesso.

Perciò, mamma, voglio chiudere questa lettera facendo a te e a me stesso una promessa. Ti prometto che un giorno sarò un eroe, e tornerò ad abbracciare te e tutti voi che mi state aspettando. Allora potrò mettere le radici lì dove voglio che stiano, per rinfoltire le foglie con l’ossigeno che sa respirarmi.
Ti voglio bene mamma. Appena me lo permettono ti telefono.
Tuo figlio.

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