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Vuoto suolo

Nancy

Nancy
(immagine tratta dal Web)

Il Bar

«Cosa vi porto ragazzi?»
«Un moscow mule per favore»
«Io uno spritz»
«Per me un mojito grazie»
«Fai due»
Perché finisco sempre per prendere il cocktail ordinato da un altro?
Mi fa pure schifo il mojito.
«Oh Marco, allora come va a lavoro?»
«Il solito, sempre nel cubicolo»
«Che palle, ma non vi avevano detto che vi avrebbero spostati?»
«Andrea, il mio collega, te lo ricordi, quello di Genova?»
«Eh»
«Lui l’hanno spostato, dice che gli hanno dato un cubicolo con vista»
Pausa a effetto.
«Ah figo, almeno è accanto a una finestra, già meglio»
«Macché, è solo di fronte a Carla la tettona, dice che adesso può morire felice»
«Beh d’altronde la felicità sta nelle piccole cose»
«E nelle tette enormi»
Grasse risate, siamo deficienti.
«Voi in ditta?»
«Tutto bene, sempre gran rotture di palle. La gente non sa stare al mondo»
Dissero i trentenni single e precari seduti al tavolo di un bar di Milano che non si potrebbero neanche permettere.
«Almeno tu domani torni a casa Marco, bastardo»
«Coglione, mica ci va per divertimento»
«Comunque tua mamma ti sfonderà di cibo. Oh portaci qualcosa che il frigo è vuoto»
«Col cazzo, l’ultima volta in due giorni mi avete finito le scorte per l’inverno, infami. Adesso monto una cassetta di sicurezza in camera e ci nascondo la parmigiana»
«Che amarezza, tutti così voi laureati in legge, non sapete condividere, sempre a puntualizzare. Questo è di mia proprietà, mangiati la tua di roba. Che poi cos’è in fondo la proprietà se non una costruzione…»
«Alberto per favore non ricominciare con i tuoi discorsi da laureato in filosofia»
«Vabbè comunque in effetti ha ragione, è così che tratti i tuoi conquilini, i tuoi compagni di vita?»
«Sì. Però un po’ mi mancherete, magari vi porto due taralli»

L’Aeroporto

«Ha tolto i liquidi dalla valigia?»
«Sì sì, sono in quella busta»
La indico con finta noncuranza.
Passo guardingo sotto al metal detector, manco fossi un fondamentalista di Al Qaeda.
«Prego può andare»
«Grazie»
Grazie davvero. L’ultima volta che ho preso l’aereo stavo tornando dalla Spagna. Il suono del metal detector mi aveva già fatto trasalire. Poi l’agente di sicurezza mi aveva chiesto di mettermi da una parte e si era infilato i guanti in lattice. Perché ti infili i guanti in lattice, agente? Dove devi metterle quelle mani, agente? La tensione era altissima. Il tutto per passarmi due striscette di carta sui polsi che ancora non ho capito cosa cercassi. Che sollievo. Non si fa così, agente, uno si preoccupa.
«Cosa legge?»
«Come scusi?»
È la quinta volta che mi interrompe.
«No dico, cosa sta leggendo giovanotto?»
«Un libro»
Quanto sono simpatico. La signora però non demorde.
«Saramago? Non lo conosco, è bravo?»
«Sì abbastanza, è considerato il Moccia portoghese»
Ok, ora basta, sto esagerando. Sorrido cordiale, ce la posso fare, sono pur sempre una persona educata.
«Cosa fa nella vita un bel ragazzo come te? Posso darti del tu vero?»
Non lo so signora, faccia un po’ come le pare.
«Certo, ci mancherebbe. Lavoro nel ramo assicurativo»
«Ah interessante!»
No signora, questo è troppo. Capisco il trucco da Moira Orfei e il provarci con i ragazzi di vent’anni più giovani di lei, anzi grande stima. Ma arrivare a definire il mio lavoro interessante no.
«E che assicurazione mi consiglierebbe»
«Non saprei signora, volevo fare l’avvocato, faccio schifo come assicuratore»

La macchina di zio

«Marcolino eccoti finalmente! Che qua tutti sono usciti, mancavi solo te»
Mi sono praticamente lanciato fuori dall’aereo. Ho calpestato donne e bambini. Sono il primo del mio aereo ad aver tagliato la porta degli arrivi manco fosse un traguardo.
Il commento di zio è comunque quello, ogni volta. La vita è fatta di percezioni.
«Allora come stai bello di zio? Madonna come sei bianco. In questa settimana vedi di prendere un po’ di sole»
«Sto tre giorni zio»
«Tre giorni solamente?»
«Questi mi hanno dato zi’»
La generosità.
«Ma gli hai detto di nonno?»
«Sì gliel’ho detto. Al mio capo gli unici morti che interessano sono quelli assicurati e nonno non era un cliente. Hanno detto che al massimo potevano darmi il lunedì libero»
«Quanta generosità»
Zio leggi nel pensiero? L’ho sempre sospettato. Se mi stai leggendo nel pensiero suona il clacson tre volte.
«Come stai Marco? Mi dispiace che te l’abbiano dovuto dire così, al telefono»

la voce rotta di mio padre mi ha fatto vacillare le ginocchia

Dispiace anche a me. Non c’ero. Come non ci sono stato in questi ultimi 10 anni, un turista a casa mia. La voce rotta di mio padre mi ha fatto vacillare le ginocchia. Fortuna che nel cubicolo non c’è lo spazio materiale per cadere a terra.
«Io sto bene, nonna come sta?»
«Eh come sta. Sono due giorni che cucina e comanda tutti a bacchetta. Sembra di guardare una puntata di MasterChef»
«Buon segno. Se cucina vuol dire che starà bene»
«Quando ti vedrà starà molto meglio»

La cucina di nonna

Non esiste al mondo un altro odore così. È odore di pranzi della domenica, di Natali e compleanni, d’infanzia.
«Ciao nonna, fatti abbracciare»
«Marco»
I suoi occhi sono gonfi e lucidi, è invecchiata, la stringo forte.
«Assaggia, le polpette sono sul vassoio»
Sono solo le 11 del mattino e qui sembra che sia passato Canavacciuolo con quindici aiuto cuochi.
«Come stai nonna?»
«Come sto, come sto. Me lo chiedono tutti. Come vuoi che stia?»
«Lo so»
«E poi a nessuno interessa saperlo veramente. Io rispondo abbastanza bene grazie e loro si sentono sollevati»
«A me lo puoi dire come stai veramente»
Sorride.
«Ti ho mai raccontato di come ci siamo innamorati io e tuo nonno?»
Circa un centinaio di volte.
«Non mi pare»
«Quando mi ha invitata a ballare ho fatto la sostenuta. Lui era un po’ un galletto, tuo nonno da giovane. Non bello, ma affascinante. Tutte le ragazze del paese gli cadevano ai piedi. Ma io glielo dissi. Un ballo, ma non sarò una delle tante. Ed è bastato questo, un ballo e ci siamo innamorati»
«Devi avere le idee chiare Marco. Ricordati che nella vita tante cose sono complicate, ma l’amore no. Scegliti obiettivi difficili ma amori semplici e sarai un uomo felice»

La chiesa del paese

Al funerale ci sono tutti. Nonno era molto amato. Quando ieri l’ho visto in camera sua, vestito di tutto punto mi è venuto da sorridere.
«Che eleganza eh?»
È entrato mio fratello.
«E dire che era riuscito a non mettersi un completo in tutta la sua vita»
«Ti hanno fregato nonno»
Ora è davvero arrivato il momento di salutarci.
«Quando tocca a te Marco?»
«Shh non siamo a teatro, non vado mica in scena»
Faccio l’occhiolino a mia sorella che mi stringe la mano.
Ieri quando sono arrivato a casa mi si è buttata al collo come se fossi l’unica persona al mondo in grado di sorreggerla. Io della vita non ho capito un cazzo ma ho risposto a quell’abbraccio cercando di farle sentire che è davvero così, su di me potrà sempre contare.
«Ora Marco, suo nipote, dirà due parole»
Non so bene come mi abbiano convinto ma ora sono in piedi di fronte a un microfono, tutti gli occhi puntati addosso.
«Ciao, grazie per essere venuti»
Bell’inizio complimenti.
«La morte è una condizione inevitabile dell’esistenza umana»
Il discorso che mi sono preparato mi farebbe tranquillamente conquistare una cattedra di Filosofia in qualsiasi Università che si rispetti. Forse però è un po’ troppo Marco, sii spontaneo. Penso al nonno e guardo quelle facce affrante che conosco così bene.
«Ma credo che mio nonno prima di andarsene abbia lasciato a ognuno di noi qualcosa di molto importante. A me e ai miei fratelli per esempio ha insegnato a pescare. Può non sembrare molto, ma ci ha fatto capire quanto è importante godere dei momenti lenti, delle attese. Non importa quante cose ci succederanno nella vita, non scorderemo mai le ore passate insieme a non far niente.

vorrei solo invitarvi a far riaffiorare uno di quei ricordi, il più felice di tutti…

E credo che ognuno di voi, se ripensa a lui, abbia in mente un ricordo che lo fa sorridere. Io non ho molto da dire, qui oggi. Vorrei solo invitarvi a far riaffiorare uno di quei ricordi, il più felice di tutti, e a tenerlo stretto per non dimenticare mai il grande uomo che è stato»
«E un’ultima cosa molto importante. Vi ricordo che dopo la funzione siete tutti invitati a casa. Nonna sono tre giorni che cucina, accorrete numerosi altrimenti si offende»

La rimessa

Camminando da solo per le vie del paese mi accorgo che è come sfogliare un album fotografico. In quell’angolo ho dato il mio primo bacio, all’incrocio in fondo alla strada ho rischiato di finire sotto a una macchina con la bici, in questa piazza ho ricevuto il mio primo cazzotto e rotto per la prima volta con un amico.
Il porto è sempre più vicino e si comincia a sentire l’odore del mare.
Volevo contattare Giuseppe poco dopo aver saputo del nonno. Una giornata passata a chiamarlo a casa, poi l’intuizione. Ho provato al bar, beccato al primo colpo.
Anche ora lo trovo lì, seduto al suo solito tavolino con la “gang del porto” come li chiama mio fratello.
«Come va a lavoro Marcolino?»
Di merda. E smettetela di chiamarmi tutti Marcolino.
«Bene bene, grazie»
«E la fidanzata ce l’hai?»
Eccoci.
«Basta scassaminchia. Io e Marco dobbiamo parlare di affari. Ci vediamo dopo»
Grande Peppe. Il suo viso è ancora più segnato di quanto mi ricordassi. È la faccia di chi ha sempre lavorato all’aperto, in mare. Mai un giorno in un cubicolo.
Arrivati davanti alla porta della rimessa il mio livello di malinconia è a livelli storici. E io, s’intuisce, sono un tipo malinconico.
«Allora sei proprio sicuro?»
«Ne abbiamo già parlato Peppe. Sono sicuro, grazie»
Eccola lì. Una volta spalancata la porta appare Nancy in tutto il suo splendore. Praticamente è un pezzo di legno imbarcato e scolorito, i segni degli anni passati tutti ben visibili. Ho la netta sensazione che sarebbe molto più sicuro andare in mare aperto con un pedalò ma lei è Nancy, la mitica Nancy. Ma che ne sanno i pedalò. È stata la prima barca su cui il nonno mi abbia mai fatto salire. Ci portava me, con i miei fratelli e i miei cugini, nelle lunghe giornate estive. In pratica è una portatrice sana di ricordi. Io ero l’unico che voleva stare in poppa, col vento in piena faccia e gli schizzi d’acqua che mi costringevano a tenere gli occhi chiusi. Non mi sono mai più sentito così libero in vita mia.
«Io te la rimetto in sesto Marco ma soldi, come ti ho già detto, non ne voglio»
Non sono una persona particolarmente risoluta ma in questo momento mi basta uno sguardo.
«Va bene, va bene. Sei più cocciuto di tuo nonno, dammi sta maledetta busta»

Il cubicolo

Sono Marco, ho 30 anni. Non ho una una casa di proprietà, solo una stanza in affitto. Il mio lavoro oltre a fare schifo è precario e dentro a un cubicolo. Non ho intenzione di crearmi una famiglia, per ora mi basta badare ai miei coinquilini.
«Oi bentornato Marco!»
«Di nuovo nel cubicolo eh?»
«Io non ce la faccio più ragazzi, mi manca l’aria qui dentro»
«Ma dai siamo tutti sulla stessa barca, un po’ di ottimismo»
«Guarda Marco che è appena tornato com’è contento»
«Sì, quasi troppo, che hai combinato?»
Ma possiedo una barca.

Contatore

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