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La banalità del male e l’ordine delle cose

La banalità del male e l’ordine delle cose
(immagine tratta dal Web)

L’ultimo film di Andrea Segre, L’Ordine delle Cose (2017), presentato a Venezia fra polemiche e applausi, è un film urgente, a causa delle ultime drammatiche e nefaste scelte securitarie del ministro Minniti, e necessario, per la volontà di raccontare l’immigrazione affrontandone le crude dinamiche burocratiche e selettive. Queste qualità, tuttavia, non bastano per rendere giustizia ad un’opera complessa e di rara sensibilità. In primo luogo ciò che emerge è la volontà, come confessato dallo stesso autore, di evitare uno sterile e facile manicheismo e la tipica dialettica vittime-carnefici, io-altro. D’altronde, queste caratteristiche emergevano anche nei bei film precedenti dell’autore: Io Sono Lì (2011) e La Prima Neve (2013). La scelta del protagonista, il super-poliziotto Corrado Rinaldi (interpretato da un magistrale Paolo Pierobon) -incaricato di trovare il prima possibile un accordo con le milizie libiche per frenare i flussi migratori- è in questo senso emblematica e felice. Come spettatori empatizziamo con questo preciso ed efficiente uomo d’ordine, condividiamo il suo conflitto e il suo tormento (compresso ed espresso solo nella tensione facciale dell’attore e nei suoi esercizi di scherma) quando l’incontro con Sadwa, una giovane migrante Somala con il desiderio di raggiungere il marito in Finlandia, mette in discussione la sua funzione ed il suo ruolo. Vedremo come in seguito sarà proprio la necessità di difendere l’ordine delle cose (appunto) ad impedire a Rinaldi di aiutare la ragazza e di compiere la scelta che sente più giusta ed umana. Si evita anche l’estetica del dolore; Segre rispetta la sofferenza dei migranti, la mostra, ma filtrandola obliquamente attraverso lo sguardo e la tensione di Rinaldi. Scegliendo questa prospettiva, Segre sembra aver assorbito al meglio la lezione di Primo Levi ne I Sommersi ed i Salvati (1986). Il regista si concentra sulla ‘zona grigia’, su quello stare nel mezzo che caratterizza ogni relazione umana, anche la più brutale, ma che è necessario riconoscere per riuscire a affrontare adeguatamente simili problematiche. In questo modo, l’autore si rifiuta di consolare la/lo spettatrice/tore, di trovare responsabili, attribuire colpe o dare speranza, ma la/lo interroga, costringe a prendere posizione e fare delle scelte, come, del resto, è obbligato a fare Rinaldi. Di fronte a questa potente messa in scena, ogni razionalizzazione e ogni posa giustificazionista crolla o appare ridicola come tale. Crolla anche la retorica buonista (aggettivo orrendo) dell’aiuto e dell’accoglienza come ‘favori’, e ci si chiede se muoversi da un posto all’altro di un mondo globalizzato non sia, piuttosto, un diritto inalienabile. La banalità del male, ci insegnava Hanna Arendt, sta nell’accettare l’orrore come impersonale e, aggiungerei, nel buon senso, nella costante normalizzazione dell’indicibile.

…mettere in discussione il nostro modo di percepire i fenomeni migratori

In questo senso il film è un’opera politica nel migliore senso del termine, perché comunica una tensione etica volta a mettere in discussione il nostro modo di percepire i fenomeni migratori e apre una discussione necessaria sui rapporti i forza di cui siamo soggetti e, allo stesso tempo, partecipi. La verità de L’Ordine delle Cose è che su quelle barche e in quei lager non ci sono dei ‘poveracci’ da aiutare, ma tutti noi, c’è il destino e il futuro di un’umanità (termine obsoleto), che è essa, oramai, alla deriva.

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