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Io: il limite di me stessa

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Era un piacevole sabato pomeriggio di metà ottobre, dal clima ancora clemente, dal sole che scaldava e dal cielo terso.

Per approfittare ancora di cotanta beatitudine, quel giorno ho deciso di passeggiare per le strade di questa città, ormai a me amica, Torino.

Non un cappotto avevo indosso, ma un giacchino di pelle. E già per questo ero felice.

È  ormai trascorso esattamente un anno da quando Alessandro e io abbiamo deciso di lasciarci, dopo tre anni.

Mi chiedo sempre se è stata una decisione di entrambi, o solo mia o solo sua o una conseguenza!

Ma ormai che senso ha, sta di fatto che è già trascorso un anno.

Penso questo nel mentre della mia passeggiata. Attraverso i vicoli del Quadrilatero, un quartiere del centro che somiglia tanto ad un borgo parigino (a detta dei torinesi. Io a Parigi non ci sono mai stata!) e i miei passi si  fermano dinanzi ad un’enoteca. La conosco, ma non la frequento spesso. Ciononostante in questo momento è perfetta per ospitarmi.

Mi siedo fuori, ho voglia di godere di questo piacevole sole timido e di osservare le persone che passano. Così da perdere lo sguardo nel loro passaggio. Chissà quali saranno i loro pensieri.

Ordino il mio calice di vino. Rosso, fermo.

Sono titubante sulla richiesta, è l’ora dell’aperitivo, ma sono a stomaco vuoto.

Decido per un Lagrein di St. Michael Eppan.

Accendo una sigaretta e inizio a sorseggiare.

Sospiro e sono serena.

Un anno fa, però, non lo ero. I miei sospiri erano contriti e carichi di ansia.

Facevo pena anche a me stessa, pensandoci!

Ripenso a quest’anno trascorso, alla mia separazione, alla sofferenza provata. Non vederlo più per casa nei primi periodi era causa di un vuoto in me che non riuscivo e non volevo riempire.

Lo amavo ancora quando sono andata via da lui, ma l’amore, spesso, non è tutto e non può tutto.

Continuo a bere il mio calice e a fumare la sigaretta. Mi osservo!

Dopo un anno!

Un anno in cui ho cambiato il mio punto di vista: l’ho rivolto su di me!

…una lacrima, leggera come una carezza

Finisco il bicchiere di vino e ne chiedo un altro. Arriva! Accendo una seconda sigaretta.

Mi accorgo che mi sta scendendo una lacrima, leggera come una carezza.

Sì, ho sofferto e mi sono dannata, ma non sono triste adesso.

Ho imparato.

Cosa ho imparato? – mi chiedo –

Ho imparato ad abbassare le aspettative perché ci fottono e a me hanno fottuto. Lasciamo perdere le teorie dei tuttologi e di chi elargisce consigli, che gli vengon bene al riguardo, sul “mai farsi aspettative” argomentando mille perché. Vorrei tanto dire loro: ma che cazzo dite? Tanto, che si voglia o no, nascono da sole.

Ho imparato a vivere la leggerezza, apprezzando a pieno i momenti e gli eventi – soprattutto quelli fugaci e discutibili – di cui si è arricchita la mia vita.

É passato un anno!

Un anno in cui ho amato la solitudine. Il silenzio. La distanza. Un anno in cui le sole coccole che cercavo le trovavo nella musica, nella lettura e a intessere nuove conoscenze. Un anno fatto di un sesso approssimativo e vuoto.

Un anno in cui ho superato il mio limite, ed era lì davanti ai miei occhi tutti i giorni. Dormiva con me, mangiava con me, rideva con me.

A pensarci adesso, non mi sarei mai aspettata di superarlo. Di vincere la paura, che ti frega e ti rende insicura sulle decisioni da prendere.

Ho concluso anche il secondo calice di Lagrein!

É calato il sole, si sono accese le luci della città dandole un’immagine da filtro vintage.

Pago. Mi accendo una nuova sigaretta e mi incammino verso casa. 

Non sono più il limite di me stessa!

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