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FUORI-TRACCIA: “Svendesi”, la recensione firmata Story-tellers

FUORI-TRACCIA: “Svendesi”, la recensione firmata Story-tellers

Sono un dannato d’annata settantanove ed ho studiato dalle suore c’ho le prove. Spalanco porte e portali senza la chiave, ti porto a fare un giro sulla mia astronave

(Sono dal mondo)

Svendesi segna il ritorno di Nicola Caso sulla scena. Tre anni di lavoro in cui la scrittura impulsiva trova la sua sintesi nella ricerca del dettaglio, della parola giusta che esprima un concetto chiaro, senza giri di parole che potrebbero far fraintendere il messaggio.
Questo è Svendesi: doppio CD, diciassette tracce per disco. Un percorso lucido, coerente, che conosce esattamente il punto da cui parte e non teme quello d’arrivo. Un mix incredibilmente riuscito, logico, di sfoghi e sentimenti, senza perdersi, lungo il percorso, in digressioni fini a se stesse.

Un percorso introspettivo, dunque, che ha la sua genesi nel primo disco, Odio ed il suo epilogo nel brano Quasi un lieto fine, attraversando sentimenti che spaziano in lungo e in largo, così come i generi che Nicola Caso non teme di sondare. Si passa dal rap nudo e crudo al funky scatenato, senza disdegnare qualche digressione nel soul, nelle ballads e nel genere tradizionale, come in Tanta taranta.

…far accettare l’odio in quanto sentimento nobile

La missione non è semplice: far accettare l’odio in quanto sentimento nobile. Il mezzo per riuscirci, tuttavia, è quello giusto: interiorizzarlo e metterlo a nudo di fronte a tutti, senza remore sul linguaggio che può anche sembrare crudo ma che, in realtà, non fa altro che sintetizzare lo sfogo verso una società che tende a rinchiudere la purezza dell’odio nella negazione o, se va bene, a banalizzarlo nella peggiore delle sue accezioni, senza sondarne la potenza esplosiva, che si esprime laddove canalizzato e interiorizzato nel contesto di un percorso di accettazione personale.

…è impellente la necessità di urlare ragioni, conquiste e successi…

Un percorso che matura e si realizza nella forza prorompente di brani che segnano un passaggio, come Io vi ringrazio, testamento morale della generazione di Nicola, cui la società ha voltato le spalle e forse, a maggior ragione, verso la quale è impellente la necessità di urlare ragioni, conquiste e successi ottenuti, seppur tra l’indifferenza della controparte; ma quell’indifferenza non ammazza, piuttosto stimola la consapevolezza che la solitudine che rimane alla fine di uno sfogo non è sconfitta, se convoglia nella consapevolezza che il vero ringraziamento per ogni passo compiuto non può che rivolgersi a se stessi.

Non capitano per sbaglio, in quest’ottica, nemmeno brani come Io sono Gesù, Il resto, Padre vostro, nei quali la potenza emotiva evocata dall’artista sfonda il muro delle coscienze e rende partecipi, grazie all’uso sapiente (del resto presente complessivamente in Svendesi) di rivisitazioni costruttive di luoghi comuni, che fanno il verso allo stereotipo per donargli un senso nuovo, costruttivo, paradossalmente mai sentito prima.

Il salto qualitativo a scavalcare lo stereotipo  è simile a quello adoperato per il lessico. Un linguaggio da strada ma non banale, che fa ricorso alle parole dell’uso quotidiano, anche dure, anche “cattive”, per evocare in ogni accezione possibile il loro potere sotteso, oseremmo dire filosofico, psicologico. Stiamo esagerando? Affatto: ascoltate il testo di Io e tette. Una volta oltrepassata la barriera umorale del perbenismo che la semplice lettura del titolo potrebbe indurre, vi trovereste di fronte ad una rivisitazione in chiave moderna delle più valide teorie freudiane.

Ma l’odio incanalato nel primo dei due CD di Svendesi germoglia in maniera sana, prospettica, nel secondo disco. Oltrepassare le delusioni provate verso una storia d’amore, una società malata o verso il rigido bigottismo delle dottrine, genera consapevolezza in se stessi, nelle proprie visioni del mondo, nella potenza onnicomprensiva dei propri sentimenti. Innamorato, Alessandra, Il senso che gli dai, da un lato, Tanta Taranta, Chi s’accuntenta (capolavoro!) dall’altro, sono step fondamentali, propedeutici per avviarsi alla degna conclusione del disco, che si apre con Il senso che gli dai e, passando per Piuttosto vado al mare, si conclude in Un quasi lieto fine, dichiarazione d’amore all’amore. E alla vita. Che null’altro è se non quel che vien fuori  da un percorso, con tutte le peripezie del caso, con tutte le curve a gomito e le buche nascoste tra l’asfalto.

… però qualcosa si sarebbe potuto anche evitare. Ma non è che ne faccio un dramma, piuttosto vado al mare

(Piuttosto vado al mare)

Ascolta la versione unplugged di Chi s’accuntenta per il tema del mese di ottobre di Story-tellers.it


 Valeria @janara Pianura

Alessio D’Amico

 

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