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George A. Romero. In Memoriam

Il 16 luglio 2017 è scomparso il padre degli zombie. Così le riviste, i telegiornali, e le pagine web dedicate al cinema hanno commentato la dipartita del cineasta americano. A distanza di qualche mese, vorrei cercare ugualmente di rendere omaggio a questo grande maestro. Per farlo, paradossalmente, proverei a mettere in discussione ogni suo legame con gli zombie movies contemporanei. Romero è comparso nella storia del cinema come il distruttore della patinata estetica gotica del genere horror. I suoi film erano brutti, sporchi e cattivi e costituivano, sono, una sfida al gusto, al consolatorio, al lieto fine.

Da adolescente ho amato il sapore apocalittico e grottesco delle sue opere, che accompagnavano la rilassata malinconia di molte nottate estive. Eppure qualcos’altro si univa all’antiestetica nichilista e misantropica che rendeva per me i suoi film oggetti di culto. Un senso di angosciante svelamento che lo vede in antitesi con tutto ciò che gli zombi sono oggi per il pubblico televisivo e cinematografico. Prodotti come la saga Resident Evil, The Walking Dead, World War Z, sono nient’altro che diverse versioni di disaster movie, in cui l’apocalisse si mostra come un rito necessario alla riaffermazione dell’ordine. Vi sia uno sceriffo, un padre di famiglia, o una superguerriera alla guida del gruppo non importa; ciò che conta è che gli zombi, per citare Foucault, ci insegnano che la società deve essere difesa e che un ordine, familiare, militare, e di diritto, deve essere ristabilito.

Si potrebbe dire che vi è una tensione Hobbesiana in questi film, in cui il terrore dello Stato di Natura e di Caos rappresentato dagli zombi deve essere necessariamente sublimato dalla comparsa di un sovrano o da una forma della sovranità.

Nei film di Romero, invece, l’apocalisse è, appunto, rivelazione dei conflitti. Le differenze etniche, di classe, di genere si estremizzano. Gli “umani” non si riconoscono come simili, ne La Notte dei Morti Viventi (1968) i bianchi massacratori di zombi uccidono “per sbaglio” l’afroamericano Ben, unico sopravvissuto all’assedio della casa di campagna. In Zombi (1978), il centro commerciale, ambito rifugio per gli umani e meta finale per i morti viventi, diviene luogo dove esorcizzare la fine, consumando, godendo, cercando di ignorare che il mondo brucia e che inevitabilmente quel fuoco verrà a prenderti. Infine, fra i più recenti, La terra dei morti viventi (2005), un film in cui i meccanismi di selezione del capitale diventano così atroci da accumulare ricchezza dal conflitto fra squadre di assassini di zombi mercenari (ovvero precari) e i morti viventi (si legga migranti), bloccati da filo spinato e muri, in cerca di un posto dove andare su una terra che appartiene anche a loro.

Non ci si stupisce, dunque, nel leggere i severi commenti di Romero sui moderni zombi e sul loro essere diventati un banale sottoprodotto dell’industria mediatica. In una cultura audiovisiva pervasa dal bisogno di eroi, di salvatori, di geni che risolvono con un click e un’equazione crimini e disastri, mostrare la carne decomposta di cui sono fatti i nostri sogni rimane un atto rivoluzionario.

 

Ritorna presto.

 

 

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