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Il pigiama

Il pigiama

Angelica se ne stava a letto, immobile.
Da quante notti non dormiva? Ormai, aveva perso il conto. Appena provava a chiudere gli occhi, una sola domanda cominciava a trapanarle il cervello: “Perché non me ne sono andata? Perché non ho gridato?”.  Ininterrottamente, come i battiti del pedale di una batteria. Come i colpi di un cuore impazzito. Un perché seguiva un altro perché, una catena di perché. La sua voce si intrecciava all’altra. La voce di lui. Lui che con un guizzo malvagio negli occhi le aveva posto, spudorato, le stesse domande. Perché… perché…

Quale ragazzina può, a cuor leggero, disprezzare suo padre?

Da quante notti non dormiva più? Non lo sapeva. Quante docce aveva fatto? Anche di quelle aveva perso il conto. La sensazione di quelle mani sul suo collo, sulla sua bocca, sulle sue gambe però non svaniva. Si sentiva in colpa. Verso sé stessa, verso la figlia di quell’uomo perverso. Quell’anima innocente alla quale lei teneva tanto. Alla quale lei aveva parlato e che, giustamente, non le aveva creduto. Quale ragazzina può, a cuor leggero, disprezzare suo padre?

E allora altri perché. Perché gliel’aveva detto? Non sarebbe stato più giusto informare la moglie, piuttosto? Non sarebbe stato meglio tacere?

Perché non aveva chiesto, con insistenza, con veemenza, con tutta la forza della sua vergogna, ai suoi genitori di portarla via, di portarla di nuovo a casa?

Perché…perché… perché… Non trovava pace. Riandava con la mente a quei momenti orribili.

Si vedeva, come da fuori, stesa sul lettino.  Era ospite di alcuni parenti in una luminosa ed accogliente casa di villeggiatura. La spiaggia era a pochi passi, con i suoi incanti di luce; la brezza marina le lambiva la pelle, facendola rabbrividire. Dormiva. D’improvviso, sente una mano carezzarle il collo e provare a scendere sul seno. Si sveglia di soprassalto. Ma è stranamente intorpidita, confusa. D’istinto, prende la mano. La blocca, la schiaffeggia. Sente un gemito maschile di dolore, che riconosce. 

E’ come se quell’uomo, di mani, ne avesse cento

La mano si ritrae. Lei è impietrita e contemporaneamente stanca. Non si volta, non si muove. Risente la mano. La riblocca. Ne sente un’altra che si avventura sulle sue gambe. E’ come se quell’uomo, di mani, ne avesse cento. Ricomincia la lotta muta. Lei ricomincia a schiaffeggiare e graffiare. Appena un dito, impudente, prende a tracciarle il contorno delle labbra, lei comincia a mordere. Forte, più forte. Deve avergli fatto male, perché lui ritrae l’altra mano e solo allora lei allenta la morsa. Lei sente che ce l’ha fatta. Finalmente. Poi, lo sente andare via. Chiudere la porta. Ma non abbassa la guardia, non dorme.

L’indomani si rividero. Lei tentò di sfuggirgli, invano. Ignorare il padrone di casa non era certo cosa semplice.  Non inveì, non pianse, non lo schiaffeggiò. Aveva vergogna. Non aveva ancora capito cosa fosse accaduto, nell’ingenuità dei suoi tredici anni. Il suo corpo ancora acerbo non aveva mai attirato gli sguardi, i complimenti dei ragazzi né degli uomini. Nessuno le aveva mai detto che fosse bella. Nessuno le aveva mai dato un bacio, una carezza foriera d’amore. Lei non aveva mai immaginato che il suo corpo potesse destare interesse, desiderio. Fino a quelle carezze inopportune.

“Ti è piaciuto?”

“No.” Il suo sguardo era quasi implorante. “Non farlo più, lasciami stare”. Non aveva rabbia. Solo paura e vergogna.

“No? Allora perché non sei andata via, perché non hai gridato?”

E se ne andò. Lasciandola sola. Con la colpa di una reazione troppo fioca. Efficace sì, ma equivoca.

“Tu indossavi la camicia da notte che ti scopriva le gambe. Se avessi indossato il pigiama, sarebbe stato meglio”.

Questa frase, pronunciata da una voce femminile e cattiva, come una condanna, le trapanava il cuore. Lei non riusciva a darle torto. E’ vero, la camicia era corta. Avrebbe dovuto immaginarlo. Avrebbe dovuto gridare. Avrebbe dovuto capire. Avrebbe dovuto tornare a casa subito.

Finalmente il sonno, pietoso, la colse. Colse i suoi occhi ancora impastati di lacrime, la sua testa dolente. E le sue gambe, avvolte nel cotone del pigiama.

 

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1 Comment

  1. Nellokayak Novembre 06, at 08:56

    Tema attuale, ma vecchio come il mondo. Con parole semplici e penetranti BloodyMary descrive magnificamente, come solo una donna può fare, lo stato d'animo di chi deve subire per la sola colpa di provocare, involontariamente, superbe emozioni. Non sarà un pigiama a salvare la sfrontatezza degli uomini. Purtroppo! Aiuto di leggere l'intero libro.

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