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Quando scrivo…

Non sentirti in colpa!

Non sentirti in colpa!

 

Riaprì gli occhi ma li richiuse immediatamente, feriti dal raggio di luce che entrando dalla finestra si rifletteva nel grosso specchio del pesante comò barocco, posto sulla parete di fronte, colpendolo direttamente in volto.

La testa gli stava esplodendo. Si sentiva come se un milione di api operaie ronzanti gli stessero premendo dall’interno contro le tempie mentre un miliardo di formiche laboriose circolavano instancabili, marciando con le loro piccole zampettine ritmiche e formando file perfette che si intersecavano tra le pieghe del suo cervello.

<Se c’è una cosa che ho imparato nell’arco della mia lunga vita è che l’alcool è un demone bastardo e le birre doppio malto vanno maneggiate con molta cautela.>

La voce profonda da baritono arrivava dall’altra stanza.

Ancora non era stato in grado di stabilire dove si trovasse ma gli odori, i suoni, le onde elettromagnetiche che lo stavano attraversando gli sembravano alquanto familiari.

<Loro sono un po’ come quelle malattie virali che se le conosci non ti uccidono.>, continuò la voce baritonale nell’altra stanza, <Il problema è che l’unico modo che hai per fare la conoscenza di una birra doppio malto è quello di provarla, solo che quando la provi, purtroppo, non puoi usare nessuna precauzione.>, il padrone della voce stava armeggiando con qualcosa di metallico, sentì l’acqua scorrere nel lavello, doveva essere qualcosa del tipo una macchinetta del caffè.

<Ed infatti non hanno mai inventato un profilattico da bottiglia!>, considerò sempre la stessa voce che adesso gli era sembrata più vicina. Era come se il chiacchierone, per farsi sentire meglio, si fosse avvicinato alla porta della cucina che dava direttamente sul corridoio.

La nebbia nella testa stava iniziando a diradarsi ed il materasso sotto al culo a farsi riconoscere. C’era quella molla rotta che gli si infilava sempre tra la chiappa e il fianco destro all’altezza del rene facendolo alzare tutte le mattine con un gran mal di schiena. Avrebbe dovuto cambiarlo già da un pezzo, glielo ripeteva sempre la sua ex, e si era fatto anche una discreta cultura seguendo tutte le televendite del buon Mastrota, ma poi lei lo aveva lasciato e con lei anche l’idea di un materasso nuovo lo aveva abbandonato. Meglio investire tutti quei soldi in bevute fatte per dimenticare, probabilmente si sarebbe dimenticato anche del dolore alla schiena.

Ancora qualche minuto, il tempo di sentirsi un po’ più sveglio, ed anche la voce profonda e baritonale che proveniva dalla cucina e che in un primo momento gli era parsa sconosciuta, ora gli risultava più familiare. All’inizio gli arrivava ovattata, quasi come filtrata da uno di quei programmi per la compressione delle frequenze vocali utilizzati per i collaboratori di giustizia, ma adesso gli arrivava chiara dall’altra stanza anche se c’era ancora quel cazzo di ronzio nella testa che lo infastidiva, come una interferenza radio che si andava a sovrapporre ai suoi sensi non permettendogli una piena concentrazione.

Forse stava solo sognando. Oppure quella voce era solo un delirio dovuto al troppo alcool ingerito? Forse era qualcosa che esisteva solo nella sua testa e che non riusciva a scacciare. Non era più sicuro di nulla. Forse erano solo quelle maledette api laboriose che premevano forte contro la corteccia celebrale alterandogli i pensieri.

Le formiche gli stavano hackerando il cervello.

<A meno che tu di quella bottiglia non abbia avuto in mente di farne un altro utilizzo?>, riprese la voce. Cos’era quella, una domanda? Non riusciva a capire come una persona sana di mente potesse anche solo immaginare certe cose. O forse sì? Era confuso, ma quei discorsi sconclusionati erano già abbastanza per fargli capire di fronte a quale cazzo di mente contorta si fosse ritrovato.

<Chiunque tu sia, in questo momento non posso esserti d’aiuto.>, provò a rispondere alla voce dalla cucina non senza un notevole sforzo ed una fitta improvvisa alla testa.

Ma la voce non diede peso alle sue parole e continuò imperterrita nel suo sproloquio. Ora stava attraversando il corridoio. Sentì i passi felpati di piedi inguainati in pantofole leggere scivolare sul parquet. Probabilmente il padrone della voce stava andando in bagno insistendo ancora con quel suo sconclusionato discorso sulle birre, le bevute ed altre cazzate varie di cui non riusciva a comprenderne a pieno l’utilità. Dove voleva andare a parare?

<È ingannevole, perché non ha la cattiva reputazione del Whisky o della Vodka, e nemmeno le velleità di un cocktail ben fatto, ma quando avrai terminato la tua prima birra doppio malto, a grosse sorsate oppure succhiata, scolata, o come preferisci, il suo effetto sarà sublime, molto simile a quello dello sballo da canna. O per lo meno è l’effetto che fa a me quando decido di abbassare le mie difese. Simile a quello di quella roba che fumate voi da queste parti da circa un ventennio e che chiamate erba.>, emettendo un sospiro nostalgico, <In effetti fate bene a chiamarla erba, buona per le pecore, perché di tutto si tratta tranne che di marijuana. Quant’era buona quella che si fumava un tempo nelle vostre campagne.>, l’acqua che adesso scendeva fragorosa dallo sciacquone non gli aveva fatto afferrare le ultime parole, <Mi sa che devo fare una capatina ad Amsterdam per rinfrescarne il ricordo. A te serve qualcosa? No, forse è meglio di no, nelle condizioni in cui ti trovi! Un aspirina?>, affacciandosi alla porta della camera da letto.

Era il megalomane che aveva conosciuto al bar…

Il volto gli si contrasse in una smorfia di dolore, era il megalomane che aveva conosciuto al bar giù all’angolo poco prima, o forse era stato il giorno prima? Non era più tanto sicuro nemmeno del tempo che aveva trascorso in quel letto. Ma era lui, quello belloccio con la faccia da Brad Pitt che andava in giro affermando di essere Dio. Solo che adesso al posto del gessato grigio e gli stivali in pelle aliena indossava una vestaglia da camera a quadroni scozzesi e delle pantofole in seta con su ricamato il logo dell’occhio onniveggente.

<E non fare quella faccia.>, lo apostrofò sorridente Brad in vestaglia, <Sto solo parlando di droghe leggere, quelle tanto ipocritamente osteggiate dall’opinione pubblica, la stessa che poi fa abuso di quelle pesanti. Siete una specie contraddittoria voi esseri umani. Ti va un tiro?>, come per magia un joint dalle dimensioni ragguardevoli si era materializzato tra le sue mani, ed ora, arricciando le labbra, stava facendo densi e perfetti cerchi di fumo che lentamente si facevano strada all’interno della stanza a distanza regolare l’uno dall’altro. Non poteva essere vero, doveva essere ancora sotto l’effetto della sbronza che si era preso la sera prima.

<Dalle mie parti questa roba non esiste. Certo abbiamo di meglio ma è diverso, questa roba invece mi da quel senso di lentezza che dovrebbero avere tutte le cose belle. E poi le canne mi rilassano e fanno meno male della rituale ubriacata del sabato sera che è tanto in voga tra i giovani del vostro pianeta. 

Tu hai mai visto due persone “fumate” litigare per un posto auto…

Pensa che gli indiani d’America la usavano per evitare le guerre, poi gli hanno regalato l’acqua di fuoco e le cose sono cambiate. Tu hai mai visto due persone “fumate” litigare per un posto auto o avere fretta di essere servite al bar? Passa tu … No, dai, passa prima tu … Ma no, passa tu, io intanto mi faccio un altro tiro di questa, è roba buona, che ne dici, vuoi fare un tiro anche tu? … Perché no! >, mimando dei movimenti rallentati e robotici con la canna tra le labbra, <Il tutto mentre ti senti proiettato in un video girato in stop-motion.>, facendo un altro generoso tiro dal prelibato joint, <Legalizzare la marijuana, questo sì che sarebbe un bel miracolo!>

<Dove mi trovo?>, chiese al Dio in pantofole intuendo di conoscere già la risposta.

<A casa tua naturalmente!>, come fosse la cosa più normale dell’universo.

<E come ci sarei arrivato? Tu come hai fatto ad entrare?>

<Beh, potrei risponderti dicendo che ho utilizzato le chiavi che avevi addosso se non si trattasse di una bugia! Come siamo arrivati fin qui, invece, è una storia un po’ più lunga, mi limito a dire che attraverso un’onda che si muove a velocità superluminale le nostre informazioni sono state trasportate attraverso lo spazio da un punto A, il bar all’angolo, ad un punto B, casa tua, dove le nostre masse si sono magicamente ricomposte. Ma dovresti avere delle nozioni elementari di fisica quantistica per poterne comprendere al meglio il funzionamento.>

<Cheee?>

<Se ti dico “teletrasporto” ti sembra tutto più comprensibile?>

<Teletrasporto?>

<Preferisci definirlo telecinesi? Il risultato, comunque, non cambia. Lo so, lo so, per voi umani è ancora difficile comprenderlo. Tendete a rifiutare tutto quello che non riuscite a capire. Comunque un grazie sarebbe gradito.>, spalancando la finestra per far passare un po’ d’aria, <E non fare quella faccia. Certo, il mio motto è sempre stato: “chi fa da sé fa per tre”, e mi è sempre piaciuto anche quello che recita: “Aiutati che Dio ti aiuta”, ma nel tuo caso si è resa necessaria un po’ della sana e vecchia divina provvidenza.>

…tu sei Dio!

<Ora ricordo tutto! Tu sei quel pazzo che ho incontrato giù al bar. Quello che faceva i giochini di prestigio con i boccali di birra e farneticava su qualcosa del tipo, Dio esiste, ma esiste anche un Dio per Dio o qualcosa del genere, no … >, come colto da un’improvvisa illuminazione, < … tu, sei Dio!>, tirandosi su nel letto e indietreggiando con le spalle contro la testiera in legno ereditata dai genitori, <Cioè, sei quel coglione che dice di essere Dio.>, con un espressione del volto inaspettatamente risoluta, <Beh, grazie per avermi riportato a casa sano e salvo ma adesso ti sarei grato se te ne tornassi nel posto da cui sei venuto, che so: un altro pianeta, il paradiso, San Giovanni a Teduccio, il buco nero, un’altra dimensione o qualunque altro cazzo di posto in cui abiti. Sta di fatto che gradirei restare da solo a casa mia.>, facendogli cenno con la mano di uscire dalla stanza.

<Sai …>, facendo una piccola pausa e guardandolo negli occhi con quel suo sguardo ipnotico al quale pur sforzandosi non riusciva a porre resistenza, <… nel mondo ci sono almeno sette persone che dicono di essere Gesù Cristo, e ti assicuro che hanno anche un nutrito gruppo di seguaci, direi, centinaia di seguaci, e poi c’è anche un numero enorme ma imprecisato di persone che affermano la stessa cosa senza ottenere alcun credito. In pratica siamo in tanti a dichiarare una qualche forma di divinità, anche se, basandomi su quella che è la vostra religione, Dio è uno, uno e trino sì, ma sempre unico. Tutt’altra storia sarebbe stata se avessi deciso di vivere a Bombay e non a Napoli, beh lì sarebbe stato tutto molto più semplice, mischiarsi tra la folla di divinità, santoni e ciarlatani vari e farsi apprezzare con qualche bel giochino di prestigio come li chiami tu. Quello che voglio dire è che tutto sta in cosa una persona vuole credere. Ma ora dimmi, cosa vuoi che ti cambi conoscere una persona, e sottolineo una persona sola, che a ragion veduta dichiara di essere Dio? La tua vita fa già schifo così com’è! Ok, scusa. Caffè?>, porgendogli il vassoio con le tazzine fumanti.

Il volto sorridente e riposato di quel Dio in vestaglia lo stava indisponendo. Era come se su di lui l’alcool non avesse avuto alcun effetto, eppure al bar la sera in cui si erano incontrati aveva bevuto almeno quanto lui se non di più. Solo che non riusciva più a ricordare nulla di quello che era accaduto dopo.

<Ora che siamo diventati amici di bevuta, se vogliamo continuare su questo percorso dovrai imparare un paio di regole e soprattutto dovrai imparare a riconoscere i tuoi limiti. Innanzitutto la differenza tra una birra doppio malto scozzese ed una canna, e cioè che appena hai finito la tua prima doppio malto non ti viene fame ma hai già voglia di fartene un’altra, ed il bello è che in questa parte del pianeta non stai facendo nemmeno nulla di illegale.>, facendosi un sonora risata, <Più o meno è quello che è capitato a te l’altra sera. Lo so, lo so, una tira l’altra e non puoi resistere, capita sempre anche a me. Solo che una doppio malto deve essere trattata con cautela. Lei è come un bambino, o come una bomba ad orologeria, o meglio ancora come una bella donna. Deve essere maneggiata con cura perché se esageri va a finire che ti esplode tra le mani e le conseguenze possono essere le più varie e dannose, da un semplice vaffanculo, alle mani piene di merda fino ad un irragionevole quanto inaspettato senza mani.>, piegando le mani all’indietro a formare dei moncherini, <Non te le ritrovi più e basta.>

Tirò fuori di scatto le mani da sotto il lenzuolo e nel vederle ancora attaccate ai polsi emise un profondo sospiro di sollievo. Per un momento gli aveva fatto temere il peggio. Ma perché cazzo gli stava dicendo quelle cose? Perché non lo lasciava in pace? Già aveva i suoi problemi a cui pensare. Il lavoro, una depressione latente e quel fottuto B&B al secondo piano. Cos’era quella, una nuova forma di tortura?

<Bisogna imparare a riconoscere i propri limiti e tu, ragazzo mio, mi sa che hai proprio esagerato.>, riprese il Dio esperto di bevute con tono di rimprovero.

<Mi esplode la testa e ancora non ho capito di cosa cazzo stai farneticando. Mi dici cosa è successo al bar l’altra sera e la smetti con le cazzate?>

E’ il solito problema di voi umani, siete carenti di riconoscenza

<Stavo solo cercando di spiegarti quali sono gli effetti collaterali di una bevuta fuori controllo di birra doppio malto, onde evitare che ci ricaschi! È il solito problema di voi umani, siete carenti di riconoscenza.>, e con un tono tra l’incredulo e il rassegnato, <Vi ostinate ad adorare un Dio che avete crocefisso, vi aspettate che per questo vi ringrazi, e quando nella sua infinità bontà vi invita a cena dite di stare a dieta!>

<Io non credo in nessun Dio e la prova della sua inesistenza si manifesta in cose semplici, tu preghi affinché ti passi il mal di testa e intanto ti cadono le chiavi di casa in un tombino. E poi chi ti dice che non mi faccia piacere cascarci, e cascarci e ricascarci ancora, ancora e ancora una volta?>

<Può darsi, ma se avrai ascoltato i miei consigli avrai almeno imparato a gestire le ricadute!>, prendendo dal tiretto del comò e lanciandogliela sul letto una vestaglia a quadri come quella che indossava lui solo di un altro colore. Da dove cazzo le aveva tirate fuori?

<E a cosa mi servirebbe se l’effetto che desidero è proprio quello che vorresti farmi evitare?>

<E se la prossima volta il senza mani sarà reale? Cosa mi dici se non si tratterà più soltanto di una allucinazione ma del machete maneggiato dal tizio ecuadoregno a cui stavi involontariamente soffiando la ragazza?>, facendo una piccola pausa come per valutarne la reazione, <Che poi in realtà era un trans, ma penso che tu lo sapessi già.>

<Ma che cazz … di quale ragazza stai parlando!>, stupito e interdetto allo stesso tempo.

<Sì, convengo, vista così, tutta apparecchiata, era un gran pezzo di gnocca, ma pur sempre un uomo con le tette, anche se in realtà non li ho mai disprezzati, anzi! Non sono stato certo io a fare quella stronzata di cui hanno scritto in quel librone.>, alzando le mani quasi a discolpa, <Pesante. Lo ammetto, non sono mai riuscito a finirlo. Io a Sodoma mi ci sono sempre divertito tanto>, facendo una piccola pausa di riflessione, <Direi un’enormità.>

<Non ricordo più nulla di tutto quello che è successo e non sono sicuro che tu mi stia dicendo la verità. Sta di fatto che non sono mai stato il tipo che ci prova al bar e per quanto mi riguarda stai solo farneticando.>

<Ecco bravo. In effetti i ricordi sono solo versioni idealizzate di un passato mai esistito che possono facilmente trasformarsi in trappole che ti impediscono di vivere il presente. Quindi, diciamo che sarebbe un bene il fatto che non ricordi più nulla! Oppure non vuoi ricordare più nulla?>, sfoderando uno sguardo indagatore degno dell’ispettore Clouseau, <Ti rinfresco la memoria io. Era quello, o quella, seduta alla tua sinistra.>, facendo cenno con la testa di lato, <Sì, vedi che ora i ricordi iniziano a riaffiorare?>, facendogli l’occhiolino corredato da un sorriso sardonico, <Proprio quella in tenuta da spermiogramma che se ne stava appoggiata al bancone ammiccante ed alla quale hai offerto un giro di tequila e chiesto se le andava di fare un giro in auto sperando in un pompino. Che poi eri anche sceso a piedi. Umpf! Devi ammettere che come approccio è stato veramente deludente.>

<Da quando tempo siamo qui?>, decise di soprassedere provando a discostarsi dallo stupido discorso in cui si stava inoltrando quel Dio dedito all’uso di sostanze stupefacenti.

<Secondo il vostro primitivo metodo di calcolo temporale più o meno ventiquattro ore!>

<Ho dormito ventiquattr’ore?>

<Te l’ho detto che non sei ancora in grado di gestire una bevuta come si deve! Per questo stavo provando ad aiutarti.>

<Lo capisci o no che non voglio e non ho alcun bisogno del tuo aiuto?>

<Sta di fatto che ci vuole fegato.>, con un’alzata di spalle, <Sì, quello ci vuole proprio, nel vero senso della parola. Se sei un assiduo bevitore probabilmente avrai già un fegato bello grosso, che poi non è come avere un cuore grande, in effetti non ha alcuna accezione positiva, …>, mentre se ne tornava in cucina dove aveva presumibilmente iniziato ad armeggiare con i piatti e le posate, <… e molto probabilmente lui continuerà anche a fare il suo sporco lavoro senza lamentarsi fino a quando non deciderà di farla finita. Lui è fatto così, non ti avverte.>, alzando il tono della voce per essere sicuro che lo stesse ascoltando anche dall’altra stanza, <Non smetterà di fare il suo dovere fino a quando non lo vedrai accasciarsi definitivamente a terra ed esalare l’ultimo respiro. >

Indossò la veste da camera che gli aveva lanciato e si mise a sedere sul bordo del letto ancora incredulo per quello che gli stava accadendo.

<Hey, ma come siamo eleganti.>, era di nuovo sulla soglia della porta della camera da letto e lo stava osservando con un’espressione antipaticamente soddisfatta, <Ci vuole il fisico, e per fisico non intendo un fisico prestante, grosso, da uomo maturo, conosco donne che sanno trattare le birre doppio malto molto meglio di quanto riescono a fare tanti uomini.>

Stava provando a non ascoltarlo fissando la propria attenzione sulle pantofole di seta azzurra con al centro l’occhio onniveggente ricamato in oro che se ne stavano perfettamente allineate ai piedi del letto.

<Ricordo ancora quella volta, con quella coppia di prestanti marinai irlandesi ed il brindisi alla calabrese, la così detta e temutissima ’a nanna, che poi vorrebbe dire alla goccia, e consiste nel dover bere tutto il contenuto del bicchiere che hai davanti in un sol sorso. In pratica se qualcuno brinda con te facendo sbocciare il vetro e pronunciando la fatidica frase “’a nanna”, per te è finita.>

Avrebbe solo voluto che scomparisse.

<Abbiamo fatto fuori i marinai alla quarta birra mentre per gusto io e la mia amica Parthenope ci stavamo bevendo la quinta tra i corpi agonizzanti degli sconfitti che si spostavano strisciando nel vomito. E’ stato divertentissimo. A te non fa ridere? Ah, è vero, a te i marinai piacciono per altre cose, beh era così anche per Parthenope, ma lei non perdeva mai di vista l’obiettivo principale.>

<La smetti con questa storia sì o no? Non sono gay, a me piacciono le donne, quelle con le tette grandi e tutto il resto a presso.>

<Forse è solo che non sai ancora di esserlo! E poi, come hai detto tu, ti piacciono le tette grandi, è su tutto il resto a presso che non riesci ad essere più chiaro.>

<Basta, non ti sopporto più.>, portandosi le mani al volto e stringendo gli occhi come per scacciare via un sogno cattivo, <Esci da questa stanza. Teletrasportati da un’altra parte, ti prego!>

Fu in quel momento che un improvviso quanto innaturale silenzio si impadronì della stanza. Riaprì gli occhi e vide che Dio non c’era più! Cos’era successo? Aveva forse ascoltato la sua preghiera?

<Se ti alzi e vieni in cucina ho preparato la colazione. Crostata di mele dell’Alto Adige, latte appena munto o se preferisci pu-erh di primavera del 1969, direttamente dai monti dello Xishuangbanna.>. No, era solo tornato in cucina.

Decise di alzarsi e raggiungerlo in cucina per la colazione. Probabilmente, mangiando qualcosa insieme, l’autoproclamato Dio in vestaglia avrebbe dato un taglio a quella specie di bugiardino sulle birre doppio malto e a tutte quelle storie assurde sulla sera prima al bar.

<Devi comprendere che non è solo una questione di percentuali tra massa corporea e litri di birra ingeriti …>, mentre con un’espressione soddisfatta gli presentava la tavola apparecchiata a festa, <… ma è una questione di allenamento. Duro, costante e costellato da tante sconfitte che precederanno la tua prima soddisfazione.

Prima di poter riuscire a gestire una bella bevuta di doppio malto scozzese dovrai svenire almeno tre volte…

Nessun premio dopo, solo tante fregature prima.>, stava seduto su una comoda poltrona in pelle di cavallino, con poggiabracci e schienale alto che non ricordava di aver mai visto prima di allora, <Prima di poter riuscire a gestire una bella bevuta di doppio malto scozzese dovrai svenire almeno tre volte, vomitare il doppio, scheggiarti qualche incisivo, perdere alcune delle migliori scopate che la vita ti abbia mai presentato, andare a caccia di balene su barchette di legno insieme ai tuoi amici vichinghi e cadere nel gelido mare del nord, no, forse questo non ti capiterà mai, ma camminare con la tua auto nuova di concessionaria per almeno una ventina di metri facendo le scintille con la fiancata contro il gard-rail sì, e senza capire chi cazzo sta sparando quei fuochi d’artificio, visto che ancora non è capodanno e nemmeno il tuo compleanno. Poi dovrai prendere involontariamente parte ad almeno un paio di risse, ti consiglio i pub Irlandesi e Inglesi, renderti conto solo dopo qualche giorno, in un improvviso flash back di lucidità postdatata, che hai rischiato la vita ad un incrocio con un tir, o salendo sulla ringhiera dell’ultimo piano della Torre Eiffel, saltando da un treno in corsa con altri vagabondi come te, oppure camminando sul bordo della Grande Muraglia Cinese, addormentarti in auto fermo su una piazzola di sosta, e questo solo se hai avuto un’educazione adeguata, ma quella tu ce l’hai avuta, o mentre sei alla guida di un aereo da 300 tonnellate con 400 passeggeri a bordo, no, no, no, forse nemmeno questo ti servirà, ma su una spiaggia vestito, risvegliandoti in jeans e camicia sporca di vomito circondato da uno stuolo di ombrelloni colorati, mamme in costumini succinti e bambini armati di paletta e secchiello, sì, o peggio ancora, appoggiato alle casse di una discoteca di un’isola greca qualunque, all’addiaccio in un luogo sconosciuto dalle parti della Transilvania, o sempre su una spiaggia con la bassa marea per risvegliarti che stai quasi per annegare a causa delle fasi lunari.>

<Ma che cazzo di esperienze di merda sono mai queste? Se fossero tutte vere come Dio saresti veramente, ma veramente …>, cercando la parola più adatta, <… discutibile!>

<Discutibile?>, valutando e assaporando la parola tra le labbra mentre teneva il coltello con il burro fermo a mezz’aria, <Beh, c’è di buono che ora reggo benissimo l’alcool e senza fare nemmeno troppi miracoli. Allora questa colazione si fa sì o no? Voglio ricordarti che si tratta del pasto più importante della giornata e che non si inizia mai a bere a pancia vuota.>, elencando ad una ad una tutte le prelibatezze sul tavolo, <C’è lo yogurt dell’Anatolia, le arance di Sicilia, delle Baguette appena sfornate, la marmellata senza zucchero della signora Fulvia, per me la migliore che abbia mai assaggiato, e burro da panna di latte fresco della Loira.>

Da dove accidenti erano arrivavate tutte quelle cose, non di certo dal suo frigorifero. Nel suo frigo a dispetto della temperatura c’era praticamente il deserto da almeno tre mesi. La sua spesa tipo degli ultimi tempi era composta da confezioni di wurstel che preferiva mangiare crudi, confezioni di caffè che prendeva amaro e scatole di cereali dalle quali mangiava direttamente con le mani per cena davanti alla Tv.

Non aveva mai visto un essere vivente mangiare così tanto e con tanta voracità. Nemmeno il cane di zia Rosetta in campagna. Forse si trattava veramente di un’entità aliena.

<Bisogna stare molto attenti con le birre doppio malto, tendono a prendersi la confidenza. Ultimamente ho visto persone tatuarsi il logo sulle braccia o l’intera etichetta sulle chiappe trasformandosi in una specie di pubblicità ambulante. Ho anche visto dei tizi realizzare piramidi di bottiglie, l’una sull’altra, fino a ricoprire interamente le pareti di una stanza e cambiare definitivamente l’arredo della casa, ed altri ancora li ho visti perdersi tra la schiuma e l’ambrato, galleggiare leggeri tra gli effluvi e non ritrovarsi più.>

Il mal di testa da sbronza era quasi del tutto scomparso, la colazione era stata una buona idea, reidratarsi ed ingerire zuccheri era proprio quello che ci voleva, ma se quel Dio in vestaglia non la smetteva al più presto di blaterare avrebbe rischiato seriamente di commettere uno sproposito prima di una ricaduta di mal di testa da chiacchiera logorroica.

…le regole da imparare sono poche e sempre le stesse…

<La questione è semplice, bisogna imparare le regole del gioco per non affrontarlo impreparati e le regole da imparare sono poche e sempre le stesse: riconoscere i propri limiti e non esagerare per eccesso di sicurezza, perdendo in tal caso anche qualche buona occasione di acchiappo; saper assaporare il momento, godendo a pieno dei sapori e degli odori che il mondo che ci circonda ci regala: la birra, l’aria frizzante, il sapore delle note, il profumo delle donne che ci sfiorano e del legno del bancone, evitando di mettersi alla guida di qualunque mezzo si tratti quando senti che la testa è ancora leggera e, per finire, se la cosa ti ha fatto stare bene, dopo, non devi mai sentirti in colpa!> , mentre si infilava un’intera fetta di crostata giù per la gola, <Impara queste poche regole e sarai capace di assaporare ogni attimo e gustare ogni piacere che una buona bevuta saprà regalarti, e se la tratterai con i guanti, lei saprà ricompensarti e magari ti farà anche incontrare la persona giusta da trattare con “il guanto”.>

<Non immaginavo fossi un poeta!>, apostrofandolo con tono sarcastico, <Rendiamo grazie a Dio!>, concentrandosi sulle delizie che invadevano il tavolo della cucina, <Buoni ‘sti cornetti, da dove vengono?>

<Dal B&B al secondo piano, naturalmente!>


Per leggere il capitolo precedente, clicca qui: Le tabelle millesimali dell’anima

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