Breaking news
30 Luglio 2019

Al “Bagno Sirena”

19 Luglio 2019

Adele non vola

25 Giugno 2019

La Cala del Leone

20 Giugno 2019

Veleno

17 Giugno 2019

Una corteccia di quelle

Colpevole di essere nata in quel mondo che conta

Colpevole di essere nata in quel mondo che conta

Sono trascorsi ormai sette anni dal primo viaggio intercontinentale di Sofia.

Sofia – dall’animo curioso, attento, gentile – aveva deciso di partire, di andare via dalle consuetudini europee di cui era stanca. Voleva conoscere un modo diverso da quello abitudinario.

Visto il suo carattere intraprendente, temerario la sua meta fu l’Africa! Decise per un paese dell’Africa Centrale grande quanto la Sicilia.

Un paese piccolo nella sua dimensione, ma che poi ha scoperto essere grande nelle sue contraddizioni.

26/12/2010:

Sofia aveva solo 24 anni.

“Mamma! Parto, vado in Burundi!”

Clara, la mamma, con sguardo perplesso si soffermò a dar senso alle parole della figlia, pensando che si trattasse di una delle tante idee che le frullavano in testa, dettate dalla sua incapacità di restare a lungo nello stesso posto.

Sofia: “Mamma, allora? Che cosa mi dici?”
Clara: “Sofia, ma perché vuoi andare lì?
Sofia: “Mamma mi sento incompleta! Non posso formarmi come persona senza aver conosciuto realmente, o almeno in parte, la realtà, quella vera, di altri paesi. Mi sento di andare, lasciami andare!”

Inutili furono i tentativi di distoglierla dal viaggio.

Anche perché Sofia era solita mettere i suoi di fronte al fatto compiuto, e in questo caso con biglietto alla mano.

Pochi giorni dopo Natale partì.

Salutò tutti e salì su quell’aereo enorme (non era mai stata in un aereo così grande, come nei film). Era un po’ impaurita, non sapeva a che cosa stesse andando in contro, ma era determinata.

Un viaggio lungo, di almeno 12 ore e 2 scali. Il primo in Etiopia, ad Addis Ababa (dove scoprì che si legge proprio come è scritto e non “Abeba” come le avevano insegnato), il secondo a Kigali in Rwanda.

Erano le 15.30 del 29.12.2010 quando il suo aereo atterrò a Bujumbura, in Burundi.

Appena poggiato il piede a terra, un caldo diverso da quello che conosceva, l’assalì.

Per la sua permanenza Sofia si era affidata ad una comunità di missionari laici, molto conosciuto nel campo della cooperazione internazionale.

Uno di loro, Parfait, un ragazzo burundese dagli occhi belli, dal colore nocciola, così grandi da mettere in soggezione, alto di statura, aspettava Sofia con un cartello in mano.

“Miss Sofia Daniele”

Sofia, un po’ smarrita dall’arrivo e cercando di intravedere il Parfait di turno, lesse il cartello e si sentì confortata “Si. Sono io”.

Sofia: “Bonjour! Je suis Sophie
Parfait: “Bonjour! Piacere Parfait. Possiamo parlare in italiano, ho studiato in Italia!”
Sofia – “D’accordo!”

Il viaggio dall’aeroporto al villaggio durava quasi 3 ore. Erano diretti a Gitega, a est di Bujumbura.

Durante il tragitto i bei palazzi della capitale costruiti per il corpo diplomatico internazionale scomparivano man mano che avanzavano verso l’uscita da Bujumbura, facendo spazio a strade dissestate, baracche e spazi infiniti di nulla, di sola terra.

Una terra dal colore rosso caldo che ospitava una vegetazione verde e rigogliosa; un panorama dipinto da colori intensi, nitidi, che Sofia non aveva mai visto prima. Mai!

Sofia: “Mamma, sono arrivata!”
Clara: “Oh, Sofia come va?”
Sofia: “Tutto bene, non ti preoccupare mamma.”

Calò la sera e Sofia si diresse nella sua stanza, stremata dal viaggio e dagli occhi pesanti. Era ospite in questa grande casa, simile ad una comune.

Appena poggiata sul letto cadde in un sonno profondo.

I giorni trascorsero tra ricerche sulla politica locale, viaggi per andare a prendere l’acqua al pozzo, l’impegno a fare da magiare insieme a i membri della comunità.

Fino a un giorno di rottura.

Quel giorno pioveva a dirotto, e Sofia aveva un appuntamento con un influente funzionario dell’ONU.

Stava preparando l’intervista da fargli, quando durante il tragitto furono fermati. Un posto di blocco.

Voci un po’ concitate si scambiarono Parfait e la polizia, loro non potevano dire dove stavano andando altrimenti Sofia sarebbe stata seguita durante tutto il tempo della sua permanenza.

Il governo burundese è uno dei più corrotti al mondo, non diverso da tanti altri, per cui una visitatrice scomoda avrebbe trovato problemi.

Sofia si appoggiò al finestrino della Jeep con lo sguardo verso l’esterno, pensierosa, anche distratta fino a quando la sua attenzione non fu catturata da quel bambino piccolo che le correva in contro.

Muzungu bon bon”, le diceva, “bianca caramella”.

Avrà avuto quattro anni, scalzo, con una T-shirt gialla sporca e strappata, un paio di bermuda neri, sporchi anche quelli.

Sorrideva e correva verso di lei.

A vedere quel bambino Sofia non riuscì a trattenersi. Scese dalla Jeep e gli andò in contro.

Elia, così si chiamava.

Sofia intravide una suora da lontano, che seguiva Elia con affanno, per riportalo a casa, se casa si poteva chiamare.

Elia era orfano. Aveva perso entrambi i genitori da poco. Non aveva nonni, non aveva zii era solo in tutto il mondo.

A parte i genitori, tutta la sua famiglia fu uccisa durante la guerra civile tra Hutu e Tutzi nel 1993.

Guerra che rese orfana la stessa madre.

Una guerra fatta da noi Occidentali per destabilizzare il paese al fine di piazzare il presidente di turno che più agevolasse il business del mondo che conta.

Armi. Diamanti. Status quo. Potere. Soldi.

“Parfait”, chiamò Sofia, “io resto qui”. “
No Sofia”, ribattè, “non è posto per te”.
“Parfait, piantala! Io resto qui ho deciso. Quale sarebbe il mio posto? Eh, dimmelo quale?”, concluse Sofia.
“D’accordo Sofia, domani ti porterò le tue cose”. Parfait la lasciò lì in quel villaggio povero, si mise in macchina e se ne andò.

Sofia diventò come una madre per Elia. I giorni passavano.

Un pomeriggio, mentre Sofia insegnava a leggere al piccolo, Elia esclamò: “Sophie, maman, (sempre in francese) vero che nemmeno tu mi abbandoni? Starai qui!?”
“Oh, Elia!”, fu l’unica risposta che Sofia riuscì a fornire, con lo stomaco che le faceva a pugni, con gli occhi gonfi e con la testa rumorosa.

Avrebbe voluto portarlo con sé, toglierlo da quella povertà più assoluta, strapparlo dalle rappresaglie civili e da quel villaggio.

Lo strinse a sè.

Lì in quel momento, Sofia, si sentì la persona peggiore del mondo; si sentì egoista. Nonostante avesse apportato un aiuto all’orfanotrofio, non era abbastanza. Non poteva cambiare nulla.
Si sentiva così in colpa di essere stata fortunata ad essere nata nella parte di mondo che conta!
Si sentiva così sporca, per questo. Così immeritevole.

Arrivò il giorno della partenza dopo tre mesi dal suo arrivo.
Salutò Elia e gli spiegò che non poteva portarlo via. Lo strinse forte a sé. Tanto.

Tornata in Italia iniziò ad avviare le pratiche per l’adozione a distanza e così fu, fino a quel giorno, fino a quella telefonata.

Due anni dopo, in un pomeriggio di lavoro come tanti, squillò il telefono. Era la suora che correva dietro ad Elia in quel lontano giorno.
Quella telefonata riaprì l’angoscia di Sofia, riaprì il suo senso di colpa così immenso. Elia era morto, si era ammalato e non c’erano cure sufficienti per curarlo.

La colpa di essere fortunata, Sofia non se l’è mai tolta di dosso.

Contatore
  • 15
    Shares

0 Comments

No Comments Yet!

You can be first to comment this post!

Leave a Reply

Breaking news
30 Luglio 2019

Al “Bagno Sirena”

19 Luglio 2019

Adele non vola

25 Giugno 2019

La Cala del Leone

20 Giugno 2019

Veleno

17 Giugno 2019

Una corteccia di quelle