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Smettere di essere

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E’ una mattina come un’altra, mi sveglio, beh si, fino ad oggi è andata così, quindi ve lo racconto.

Il caffè, l’amore me lo porta a letto, da qualche anno è la prima immagine che vedo, sempre dopo due occhioni di una panciona pelosa. Sono felice, questo posto è caldo e in lui il mio primo passo sa di coccole. E’ tardi, come tutte le mattine, devo muovermi, devo andare a lavorare. Oggi vendo viaggi; dico oggi perché, dal momento in cui ho deciso di accorciarmi le maniche e fare qualche soldino, ne ho cambiati tanti. Ho trentacinque anni e, mentre lo scrivo, un groppo in gola mi ricorda che questo tempo che passa non è lieve come lo sono, invece, i miei pensieri, che mal si adattano a quest’età che vive troppo per sogni e poco per realtà. Cazzo è tardi, scendo le scale, prendo la macchina, odio guidare. Odio dover stare continuamente attenta a tutti i guidatori al cellulare che, seppur distratti, pretendono di infilarsi dimenticando ogni possibile principio di precedenza, persino alle rotonde. Non riescono a lasciar passare. Si farebbero tamponare a costo di non fermarsi, di non lasciare quello spazio che nemmeno gli appartiene. Questa vita mi stressa; non il lavoro, forse tra i tanti è il meno faticoso, occupo una sedia, propongo alle persone di andare altrove, vedo la luce di nuove avventure nei loro occhi e poi le saluto. Mi stressa questa corsa, questo continuo provare a non affogare. Mi stressa la flessibilità, quella che mi ha trasformato da psicologa, a promoter, a cameriera, a falegname e ad agente di viaggio. Ho cambiato pelle mille volte e mille volte non mi sono sentita io.

Sono ferma nel traffico, sveglia da neppure mezz’ora eppure nervosa come se avessi finito già una giornata di lavoro. Come sono finita qua? Ho perso troppo tempo a rimuginare sui morti, sulle perdite, sui fallimenti al punto di aver finito il tempo a disposizione per realizzare la mia strada.

Quando ho iniziato a pensare che il passato sia più importante di questo presente…

Ho perso la mia rosa e mi incanto davanti ad un serpente che non ha intenzione di mordere. Quando ho iniziato a pensare che il passato sia più importante di questo presente, di me ora, del mio caffè, di quella pelosa che come la volpe si è lasciata addomesticare? Quando ho sacrificato carezze per restare a fissare le mani di quelle che non ho avuto e non ho dato? Quando si inizia precisamente a pensare che un senso di colpa verso qualcosa di  immutabile possa rendere immutabile noi stessi? Non ho sospesi con quello che fu, forse ho qualche rimorso nei confronti di quel che avrei potuto fare.

Insomma, mi perdo nei pensieri e poco conta; il traffico è fermo, staranno tappando un’altra buca. Un’operazione semplice: qualcosa si consuma, la si lascia andare e così un piccolo foro diventa una voragine, e poi si è costretti a chiudere le strade nel tentativo di rimettere a posto anni di incuria. Eppure un fosso resta un fosso; seppur tenti di riempirlo, resta quella brutta macchia di qualcosa che hai aggiunto e che si vede non appartiene a quella terra. Bisognerebbe tapparli subito ‘sti fori. Ma no, basta un salto e pure il fosso è superabile; te lo lasci alle spalle e, quando ripercorri quella strada, cerchi di non dimenticartene.

Faccio filosofia su un fosso, la verità è che più resto ferma più veloce va il flusso dei pensieri che puntuali si riempiono di quelle ombre che ho deciso di portare con me.

…la vera acrobazia, è tenerlo fermo in mente…

Inizio il mio giochino zen: penso al caffè e ai due occhi del cane peloso, questo è un esercizio che mi riporta all’ordine. Il fatto importante però, la vera acrobazia, è tenerlo fermo in mente pensando che di tutte quelle cose che potevo essere, principalmente, sono, senza colpa nei confronti di chi non è. Non me ne vogliano coloro che non ci sono più. Potessi trasformerei questa macchina in un van e li porterei con me, ma non ci sono più ed io ho fatto tutto ciò che ho potuto e, se non l’ho fatto, la mia angoscia certo non riuscirebbe a materializzare i morti. Al massimo farebbe sparire me.

Preferisco ricordarli i morti, sorridendo sulle note di una canzone, su un profumo o una parola che me li riporta alla mente, delicati come erano. Non me ne vogliano coloro che non hanno il caffè al letto, la vita è stata generosa per un amore che ho sofferto e ho bramato. Non me ne vogliano coloro che non hanno incontrato la loro volpe, è stata lei a venire sulla mia strada e, ogni giorno, me ne prendo cura a modo mio.

…non posso cambiare la mia natura nemmeno per me stessa

Non me ne vogliano coloro che si aspettavano da me qualcosa di altro, io sono quella che sono, non posso cambiare la mia natura nemmeno per me stessa.

Stiamo camminando, finalmente; tappavano buchi, appunto, oggi come domani. Arrivo in Agenzia, sono puntuale, mi siedo. Scusate torno a lavorare, oggi devo vivere come mi è concesso fare, non ho la potenza di cambiare il mondo ma posso decidere di cambiare il mio e, per far ciò, ho bisogno di energie. Se le spreco a rimuginare, rischio di perdermi anche il presente.

Scusate ma, se perdessi quel caffè e quei due occhi di quel bel cane peloso, se dovessi perdere gli attimi di questo presente, questo flusso di pensieri, questa strada, queste mani che scrivono, questo tramonto freddo di un inverno che si fa spazio, questo battito lento, questo silenzio tra i rumori delle lettere sulla tastiera, questa voce che viene dall’altra stanza e parla di sogni, di futuro, di possibilità, allora si che mi sentirei in colpa.

O forse no.

Perché, semplicemente, smetterei di essere.

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