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Una voce che non nascondeva le proprie colpe. Perché non ne era capace. Perché non ne aveva voglia. Stava li, a graffiare le anime strappate di chi, entrando, sapeva già di varcare una soglia. Non solo fisica. Smettere di indossare la faccia da poker ed avere la libertà di chiudere gli occhi del mondo su di sé.
Solo un bancone, uno sgabello ed un bicchiere. E quella voce, cui non interessava sapere chi fossi o perché ti trovassi lì. Lei, cantava.

Il resto lo decideva il tempo, sciolto in millilitri di malto, in ettolitri di luppolo. Sfocavano sia il passato che il presente. Il futuro era determinato dagli ultimi spiccioli che restavano in tasca. Finiti quelli, ognuno per la propria strada. Nessuna cordialità per i compagni di sventura. Nessuna mancia a tintinnare nelle tasche sempre sgonfie del grembiule del barista. Il tempo, lì, non aveva bisogno di eroi.

Lei, instancabile, cantava. Gli occhi chiusi, il microfono aperto. Ogni sospiro era quello buono. Ogni altro lo migliorava. Se qualcuno avesse avuto il tempo di ascoltarla, sarebbe stata la migliore cantante del mondo. Forse lo era davvero. La migliore del mondo, sul palco peggiore. Nessuno faceva caso alla sua presenza. Ogni sforzo residuo era concentrato nel movimento sincopato del braccio che si alza e si abbassa, lungo il tragitto che toglie peso dal bicchiere e dal cervello, riempiendo lo stomaco, ingrossando il fegato e, di tanto in tanto, svuotando la vescica.

L’ultima volta che la sentii cantare fu anche la prima di cui mi resi conto. Ogni cosa era al suo posto. L’ordine era rispettato: sguardo sul bancone e spalle verso il palco. Il braccio tarato sul peso del bicchiere. Le prime note di Satellite of love di Lou Reed scivolarono via come farebbero in qualunque momento, in qualunque posto. Diedi uno sguardo all’orologio. Erano ancora le 02.45. Ricordo che pensai che la notte doveva ancora iniziare a raccontare le sue storie che, comunque, lì dentro non sarebbero riuscite ad entrare.

Alle 02.48 cambiai idea. Le ultime note andavano scemando, quando lei iniziò ad urlare. Non stava più cantando, urlava. Alzai lo sguardo, incrociando per sbaglio quello del barista. “Milla!”, dissi senza emettere suono, eppure lo schiocco delle labbra bastò a quello per convincersi a versarmi un altro Jack. Il primo in vita mia che non avessi chiesto. Lo lasciai fare. Afferrai il bicchiere e gli diedi le spalle. Al centro della piccola sala appoggiai il bicchiere su un tavolo e girai la sedia che gli era rivoltata sopra. Mi sedetti a guardarla. Lei, cantava. Urlava. Gli occhi sempre chiusi, il microfono sempre aperto. Ogni sospiro era sempre quello buono. Ogni altro lo migliorava, tra un urlo e l’altro. Carezze di una violenza inaudita. Tornai con la mente a quei giorni da ragazzo, quando Milla Jovovich fece di Satellite of love un mare di dolore. Quantomeno, più di quanto non fosse già.

Quando lei finì di cantare, pensai alla terra sotto ai suoi piedi. La bramavo, quella terra. La desideravo.

All my life, I worshipped her,
her golden voice, her beauty’s beat
how she made us feel, how she made me real…
and the ground beneath her feet…

…e la terra sotto i suoi piedi… Come nella canzone degli U2. Meglio ancora, come i protagonisti del romanzo di Salman Rushdie cui si ispira. Come se io fossi Ormus e lei la mia Vina Apsara.

Il mio applauso al termine di quel pezzo la costrinse a riaprire gli occhi, rompendo la monotonia religiosa di quel bar. Sembrava spaesata, seppur grata di quella cortesia. Mentre le sorridevo, lei diede uno sguardo al barista, che le rispose freddo. Subito dopo abbandonò il palco e si perse dietro una tenda scura di buio. Buttai giù d’un fiato quel che restava nel mio bicchiere e lo lasciai, vuoto, a riposare sul tavolo. Dietro, il bancone, scricchiolava al peso di una serie di bicchieri mezzi pieni abbandonati da quelle mani che, solitamente, badavano loro come l’oro. Il barista mi accompagnò all’uscita con lo sguardo.

Tornai la sera dopo e lei non c’era. Bevvi una birra e me ne andai.
Tornai tutte le sere per sei giorni, ma nemmeno l’ombra di una nota asciugava l’umidità di quel buco di culo di bar.
Il settimo giorno mi feci coraggio e chiesi di lei al barista.
“Se n’è andata”, mi disse asciugando un bicchiere.
“Perché?”, chiesi esterrefatto
“Perché avevamo un patto, e lei non l’ha rispettato”, provò a tagliare corto quello
“Che patto?”, lo incalzai.
Si guardò intorno e io feci altrettanto. Il bar era vuoto, tranne che per noi due.
“La sua voce in cambio del silenzio”, rispose lui dopo qualche secondo. “Quando tu hai messo fine alla mia monotonia, hai sancito anche la fine della sua carriera. Qui, lei, non è più la benvenuta”, e batté il pesante boccale di birra appena asciugato sul bancone che ci separava, quindi chiosò “e nemmeno tu. Vattene.”

Persi il mio bar, la mia Vina Apsara, la sua voce d’oro, il battito della sua bellezza, il modo in cui ci faceva sentire, il modo in cui mi rese reale e la terra sotto i suoi piedi.
Colpevole di averla bramata, quella terra, più di quel poco che mi fosse stato concesso.

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