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La placenta del coleottero -Nonna-

La placenta del coleottero  -Nonna-

Per non rompere nulla, me ne andrò a costruirmi una tana nell’anfratto più melanconico di una buia cantina, innevata di spuma di muffa e di fuliggine annerita.

Riaffiora il ricordo di quella dimora, una delle prime di cui porto nel petto l’odore inconfondibile di protezione. In cima ai gradini il cancelletto, la mia altalena, ora chiuso per sempre, per me invalicabile; pesa come un muro di cemento armato, che m’ hai piazzato davanti repentinamente, senza lasciarmi il tempo di illustrarti il mio mondo. Nulla t’assale mentre scruti il cemento da dietro quel vetro lindo, incorniciato da legno antico e sciupato, guardando rancorosamente quella che una volta t’era amica. Anche lei hai spazzato via. Lei che, di tanto in tanto, dall’uscio della sua porta, tra una chiacchiera e un’altra col marito, ancora ti cerca con lo sguardo, nella speranza che tu capisca che le manchi.

Nessun rimorso per questo immenso vuoto che m’ infliggi con la tua chiusura, nemmeno ti sfiora il pensiero che forse non ho colpa alcuna, a parte quella di amare qualcuno che tu non consideri nemmeno umano, a parte quella di aver scelto di ospitare in grembo il suo seme, rifiutando gli spiccioli che mi hai offerto per spegnere quel giovane cuore. Ho colpa di averti disonorata a vent’anni, con così tanti bei giovinotti nostrani.

Mai si è manifestato in te il desiderio di sapere come procede la mia vita, la nostra, mai, degli altri t’importa, degli altri domandi, per gli altri sei ancora una nonna. Altro non potevo sperare, d’altronde, minacciasti di infierire su di me con un coltello nel caso in cui un giorno remoto avessi visto un negro attendermi all’altare, mentre sedute sui gradini di freddo marmo stavi insegnandomi  la tua arte, fiera di come assorbivo i tuoi gesti di mani veloci, io ch’ero l’unica a volerla imparare; allora, una smorfia che volevo far somigliare a un sorriso mi percorse il viso, ma un turbinio di lacrime irrompeva nel mio cuore.

Ora so che non erano solo parole, che realmente è acido quello che compone gran parte di te. Il cancelletto l’ho varcato l’ultima volta quando me ne son resa conto, quando invano credevo m’avresti aspettata per stringermi tra le braccia, dopo tre mesi di silenzi reciproci. Pensavo ti mancassi.

Al mio arrivo invece c’eri tu, fintamente assopita sul divano. Fingesti per un’ora, finché una fanciullina a me sconosciuta venne a domandare del ”pistillo”; allora alzasti di colpo il capo e ti rivolgesti a lei, parandoti gli occhi con una mano per non sfiorare nemmeno per sbaglio il mio sguardo. Fossi stata un’altra, m’avresti cacciata evitando quella sceneggiatura ridicola e, forse, sarebbe stato più onorevole per entrambe.

– Vado via tranquilla – un’ultima occhiata ai ricordi e scomparvi , penosamente, conscia che avrei dovuto costruirmi una tana nell’anfratto più melanconico di una buia cantina, che puzza di errori non commessi.

Le mani le lego con acqua salata e piena di spine, più in alto del cranio e più in basso del cuore, non somiglio a te che nella caparbia, al contrario in seno non porto rancore , ma amore, anche per te, vecchia.

Per non rompere nulla me ne andrò a costruirmi una tana nell’anfratto più melanconico di una buia cantina. Al buio non si scorge alcun colore, i giudizi non hanno bocca e le ferite non pervadono l’animo. Aspiro ad amarvi come il vento con le foglie, riservando l’oro dei miei occhi per i vostri sguardi .

Non è colpa tua, ma soltanto mia. Non sei una colpa, sei la cosa migliore che io potessi fare. Perché adesso ho una musa.

 

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