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Vita via

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È così che non trovai più la strada di casa. E mi piacque, mi piacque soprattutto perché prima mi terrorizzava.

Il giorno in cui decisi di partire, fu quando papà mi disse che qui non avevo più futuro.
Io non volevo lasciarli, la mia casa, la mia sabbia, il mio orizzonte, diverso anche se apparentemente uguale.
“Non avrai più futuro” si ripeteva nella mia mente come la puntina inceppata di un vinile. Come un chiodo colpito da un imperterrito martello che vuole ostinatamente penetrarlo nel piombo.
Ma il mio orizzonte, per me era bellissimo, chiaro anche di notte, quando per tutti era cupo, scuro, nero.
Sai che facevo?
Lo fissavo, per ore, cercavo di andare sempre più in fondo.
Vedevo montagne innevate, che si scioglievano e lasciavano il posto ad onde spumose che poi delicatamente mi bagnavano e mi coccolavano con il loro suono.

Vedevo, qualche volta, raramente, la mia piccola insignificante vita, che passeggiava tra migliaia di persone, in una città di palazzi, torri, luci e specchi. E la sentivo crescere, godere del suo non più insignificante essere.
“Non avrai più futuro”, la odiavo quella frase, talmente tanto, perché era vera.
E me ne accorsi ancor di più quando andai via. Via da casa, dai baci, dalle carezze, dagli sguardi sinceri, via da me.
Partii, io, i miei capelli ora corti, per sicurezza dicevano, il seno schiacciato tra mille lacci e bottoni, è più sicuro mi dicevano, e coperta. Testa, mani, fino ai piedi. Così non ti toccano e tutto è nascosto.
Avevo paura, avevo tanta rabbia, ma papà mi diceva che il mio futuro sarebbe stato sotto la rossa terra di casa, se fossi rimasta.
Morta.

“Non si fa quello che hai fatto tu, soprattutto quando l’hai fatto tu, così graziosa e fragile, senza promessa ne’ scambio”, diceva papà.
Sai, mi son sempre chiesta perché non mi abbia seppellita lui, per tanti padri, come lui, avrebbe dovuto farlo, era la brutale normalità, l’assurda cultura. Nessuno gli avrebbe detto nulla, di bene o di male, ma avrebbero ammiccato consenzienti.
Perciò sono partita, anche così piccola, graziosa ma non più candida ora.

Il primo uomo che incontrai durante il mio viaggio mi chiese subito da dove venivo, come mi chiamavo e dove ero diretta.
Non parlai, era troppo vecchio, con anelli, bracciali ed una strana barba metà bianca e metà di un giallo quasi sudicio.
Forse lo era, sudicio.
Quando parlava, per quei tre minuti che riuscii a guardarlo in volto, prima di farmi quasi suscitare il vomito, ed allora ero sensibile, la puzza di posacenere gli usciva dalla bocca, e penso dalla barba anche, forse per giunta anche dalla pelle, e faceva un movimento con la lingua tra i soli sei o sette denti di avanti, tra sopra e sotto, che sembrava una lumaca senza guscio.

Le odiavo le lumache.
Sono lente, hanno quell’inutile casa dietro, fragile più di loro, vuota come il deserto.
Poi la lasciano per una nuova e nel frattempo sporcano tutto di bava lasciando scie suicide.
Io le schiaccio sempre quando le vedo.

Il secondo uomo era bellissimo, alto, dolce e delicato. Non sembrava possibile. Non sembrava esistere. Mi chiese chi ero sotto tutta quella stoffa e se ero bianca o nera, donna o uomo.
Non gli risposi, era bello, troppo bello, ed io non potevo permettermi di tradire il mio sogno, e mio padre, di nuovo.
Pensai “Pensalo lumaca”.
Ma mi venne in mente il mio orizzonte, solo che era l’orizzonte, quello uguale per tutti non quello chiaro, con le vette, le onde e gli specchi. Per me.
“Non avrai più futuro”. Mi svegliai di colpo. “Papà”, gridai.
“Sono andata via”, ansimai.
“Papà”, piansi.
Non potevo chiamarlo, mi avrebbero trovata, né scrivergli.

È qui che incontrai il terzo uomo.
Né bello, né brutto, ma aveva un volto sincero, sorridente, che quando tendeva le labbra, gli occhi sparivano dietro le guance paffute.
“Non sei sola”, mi disse.
“Da chi sei diretta”, e mi sorrise.
“Mi chiamo Jihane”, e sorrisi timidamente.
Lui si chiama Martij”, mentii.
Mi tese la mano ed indicò una vecchia barca.
“Se sei diretta lì ti servono tanti soldi ed il tuo corpo dovrà sopportare tanto, anche se non sei sola, soprattutto se non sei sola”.
Non credevo che mio padre mi avrebbe mandato via se avesse saputo questo. Forse non sapeva nulla, pensavo, oppure è la mia punizione per non averlo rispettato.
Chiesi quanti soldi servivano e mi fecero entrare in un grosso campo di grano, e mi misero seduta a staccare foglie e semi e legare i lacci tra loro. Dopo dieci giorni avevo le ossa a pezzi, i crampi alla pancia ed il seno che gocciolava sangue.
Avevo mangiato una sola volta, bevuto si, ma l’acqua era sabbia.
“Sto male, stiamo male, non posso farcela così”.

Mi presero, in due, mi legarono e mi fecero pentire di aver solo fiatato.
Ora oltre ossa, pancia e seno, avevo la schiena che sembrava quella barca vecchia. Fatta di assi crepati e vernice vecchia scheggiata.
Le gambe a tratti viola, gonfie, non mi reggevano più.
Mi pizzicavano da morire, ma non potevo muovermi, altrimenti tutto peggiorava.
Ma la cosa che più mi faceva male erano le ossa del ventre.
La forza e l’irruenza della violenza era stata pari a quel satana che gli altri padri avrebbero invocato come scusa per seppellirmi.
Dovevo andar via. Raggiungere quella barca senza dover pagare. Anche perché soldi non ne avevo.

Sentii quelli che mi presero che parlavano tra loro e poi uno si avvicinò e mi chiese se avevo mai sognato.
“Si”, risposi. Lui continuò.
“Da quando mi avete preso sogno ogni notte mio padre che mi dice che qui non avrò mai futuro, ma poi compare dal grano e mi seppellisce nella sabbia, tra lumache e terra secca”.
“Per lui, lo faccio solo per lui, perché io odio le donne che fuggono” disse Liff.
“Prendi questa chiave e stanotte esci. Ci sono delle barche fuori, salici e solo dopo scopriti il capo, scopri la pancia e dai questo bracciale a chi sta di fianco al motore. Addio occhi di oro nero, ferma il cuore stanotte e sogna palazzi, torri, luci”.
Lo feci. Senza decidere ne’ pensare.
Lo feci, col cuore in gola, che batteva fino a sfondare il torace.
Lo feci ed ero lì.
Feci come quel diavolo/cristo mi aveva detto.
Ero salva, ero viva, ero andata via verso il futuro.
Avevo così perso la strada.

È così che non trovai più la strada di casa. E mi piacque, mi piacque soprattutto perché prima mi terrorizzava.

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