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Bisogna imparare da Troisi

Bisogna imparare da Troisi

L’opera di Massimo Troisi viene comunemente etichettata attraverso due formule ugualmente limitanti: da un lato il suo lavoro viene facilmente riassunto e consumato come quello di un Alessandro Siani più brillante e malinconico, poliedrico e adatto per qualsiasi pubblico o tipo di palcoscenico; in seconda ipotesi Troisi, riconosciutegli le sue doti artistiche, viene posto a simbolo dell’orgoglio partenopeo spesso tinto di ‘antitaliano’ amore per la Napoli borbonica.

Ora se la prima ipotesi fa ben rabbrividire chiunque abbia visto anche un solo sketch della Smorfia, non tanto per snobismo intellettuale quanto per evidente mancanza di termini di paragone, la seconda interpretazione ha almeno il merito di preservare ciò che in Troisi vi è di antagonista e polemico nei confronti di coloro che guardano alla napoletanità come al loro doppio, alla loro alterità, al luogo esotico e irrazionale.

D’altronde, il contributo artistico dell’attore/autore è stato proprio l’atto di superare questa dialettica, in coscienza della perversa logica che la caratterizza, attraverso la quale proprio coloro che tentano con passione di disobbedire e resistere spesso non fanno altro che rispondere alle aspettative dell’immaginario dominante, offrendo rappresentazioni cristallizzate della napoletanità che facilmente si traducono in una nuova e aggiornata forma di presepe.

…dipingendo una Napoli moderna, piovosa e metropolitana…

Troisi ha saputo porre fine a questo, dipingendo una Napoli moderna, piovosa e metropolitana, avvolta da una rarefatta atmosfera talvolta leggera e in altri momenti caratterizzata da mesti toni esistenziali. È riuscito a muovere lacrime di gioia e tenerezza col volto di un napoletano non più forte, sicuro e soprattutto ben definito, ma mostrando l’inquietudine dell’inetto e del nevrotico, di chi, anche suo malgrado, percepisce e subisce la complessità e delle cose, come in Ricomincio da Tre dove mostra l’ulteriore difficoltà di riconoscersi nel maschio latino, seduttore e possessivo.

In questo modo Troisi riesce a mettere in crisi le nostre certezze sull’identità etnica e sull’appartenenza culturale; queste parole, quindi, perdono la chiara funzione simbolica che dovrebbero esprimere e, piuttosto, rimandano ad un discorso problematico e irrisolto. Attraverso i suoi film si avverte lo scontro di idee e di modelli culturali, che si manifestano come segni tatuati sul corpo ogniqualvolta la nostra carne incontra quella di un fantomatico “altro”.

…per non permettere a nessuno di diventare lo specchio dei desideri dell’altro…

Per queste ragioni quando Troisi affermava, intervistato da Isabella Rossellini, di non volersi servire dell’italiano ufficiale ma di preferire il suo napoletano, non ribadiva un orgoglio identitario; anzi, stabiliva una parità con l’interlocutrice, un mettersi in discussione fra uguali per non permettere a nessuno di diventare lo specchio dei desideri dell’altro, ed evitando così, allo stesso tempo, lo scadere in facili e improduttive dialettiche e il ricorrere a pose falsamente catartiche.

Ciononostante, elogiare la forza del lavoro di Troisi non equivale a odiare Totò, ad accantonare Viviani e fare di Eduardo un moralista, al contrario, implica il desiderio di rendere loro vera giustizia, perché definendo il valore e la forza propri di ciascun percorso artistico possiamo smettere di evocare proverbiali musei delle cere e incominciare a concepire Napoli come un universo complesso di relazioni in interazione continua, magari anche conflittuale in se stesso e con altri, come coscienza della molteplicità, che può apparire nelle sue forme ilari e serene, ma mai come consolazione e rassicurazione definitiva.

Qualcuno ha scritto che spesso gli uomini difendono la loro servitù confondendola con la loro libertà. Amare le opere di Troisi è un buon viatico contro questo malanno.

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