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Uno di troppo

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L’orologio batteva l’una e, come ogni notte ormai, da una settimana, Jean si ritrovava seduto in mezzo al letto, con il libro in mano e la pipa in bocca. Ma ad ogni singola pagina, i suoi pensieri si affollavano sempre sullo stesso problema: suo fratello Pierre. Ormai la situazione tra di loro era diventata insostenibile. Era iniziata fin da quando erano ancora molto piccoli. Pierre era sempre stato migliore di lui in tutto: a scuola, nello sport, con le ragazze. Perfino i genitori lo lodavano smodatamente, noncuranti dell’effetto deleterio che ciò avrebbe potuto comportare sullo stato d’animo dell’altro figlio. Non che Jean fosse mediocre, anzi. Era un ragazzo molto intelligente, capace e pieno di interessi. Ma per quanto si impegnasse, Pierre era sempre una spanna avanti a lui.

Il suo carattere, poi, di certo non aiutava. Pierre non era una di quelle persone che si potrebbero definire dolci, sensibili e accomodanti. Piuttosto il contrario, ma quasi tutti cadevano nella sua trappola. Pierre, infatti, era molto abile a mostrare una personalità che non gli apparteneva affatto.

Era capace di adattarsi a chiunque incontrasse, e ciò gli permetteva di fare breccia nel cuore di tutti. O almeno di tutte quelle persone che a lui giovava conquistare. Si circondava, generalmente, di gente con un carattere quasi opposto al suo, con cui in realtà aveva ben poco in comune. Ma poco gli importava. Per lui era essenziale che si trattasse di persone disponibili e pazienti, individui che tendevano a seguire le personalità imperanti e carismatiche come la sua. Che assecondassero la sua voglia implacabile di essere protagonista di tutte le situazioni, perché questo lo aiutava a star bene con se stesso. Non che Pierre non avesse un lato profondo e sensibile, anzi… forse era proprio perché ce l’aveva che avvertiva sempre questo bisogno incessante di collezionare successi. Forse quella sua ostentata sicurezza era in realtà una maschera che portava per nascondere le sue paure. In primis, quella di mostrare a tutti le sue debolezze, di far trasparire il suo desiderio di libertà, il suo mancato senso di appartenenza, il suo animo un po’ zingaro.

Fin da piccolo, Pierre aveva sempre dovuto assecondare le aspettative dei genitori, i quali progettavano la sua vita in ogni singolo dettaglio, mostrandosi poco attenti ai suoi veri progetti.

E forse tutto questo aveva portato, nel tempo, ad una trasformazione della sua persona. Pierre si era plasmato per gli altri, ma la sua indole, in un modo o nell’altro, usciva sempre allo scoperto.

Non era andata nello stesso modo per Jean. Le pressanti attenzioni genitoriali non erano state analoghe per lui. Forse perché Jean era più autonomo, come tutti i secondi, o più impenetrabile e sembrava non badasse troppo alle dimostrazioni di interesse o di affetto. Invece ne soffriva eccome. Si sentiva perennemente inadeguato e qualsiasi cosa facesse non era mai all’altezza di ciò che aveva già fatto il fratello.

Fra loro, c’era sempre stata molta falsità. Erano entrambi consapevoli l’uno dell’intolleranza verso l’altro. Ad ogni modo Pierre, da bravo manipolatore, sfruttava Jean quando più gli aggradasse e Jean, dal canto suo, sapeva come colpire i punti deboli di suo fratello al momento opportuno.

Ma accadde qualcosa che li spinse a dimostrarsi a vicenda un po’ di affetto: da qualche mese, Pierre, alla giovane età di quarant’anni, aveva scoperto di avere il diabete. I primi tempi non l’aveva presa affatto bene. Era sconvolto e pertanto spesso irascibile e fuori controllo. Non aveva voluto saperne di prendere qualche giorno di ferie e aveva continuato a lavorare piuttosto intensamente. Per questo, lo stress lavorativo unito alla sofferenza per l’accaduto, gli causava spesso un malumore insopportabile, che lo portava a ripetute discussioni con i colleghi e con il capo. Alla fine, quasi obbligato da Luise, la sua compagna, si prese finalmente una pausa di qualche settimana. Così Jean aveva deciso di andare a trovarlo, nonostante vivessero in due cittadine diverse, l’una a sud e l’altra a nord della Francia. Quando Jean arrivò, Pierre fu sorpreso di vederlo. Non credeva che il fratello avrebbe fatto un gesto tanto affettuoso nei suoi confronti. Si fermò per tre giorni, di più non gli era possibile per ragioni lavorative. Ci mancava giusto  perdesse altri giorni preziosi per portarsi avanti con i progetti da chiudere, generando ulteriori discussioni con il capo. Il lavoro, tra l’altro, non andava granché e di conseguenza le sue finanze non gli permettevano di spendere nemmeno per un vestito decente… quel giorno, infatti, si era presentato a casa di Pierre indossando una vecchia giacca rossa, con un bizzarro bottone dorato, all’interno del quale vi era un curioso stemma leonino, che penzolava e sembrava in procinto di cadere. Suo fratello lo aveva subito deriso definendolo “Babbo Natale dei poveri”.

Passarono molto tempo insieme, giocando a carte, guardando vecchi film e facendo lunghe passeggiate. Erano stati giorni piacevoli. Nel pomeriggio del terzo giorno, tuttavia, accadde qualcosa di strano. Luise era uscita a fare spese e quando rientrò sentì delle urla furiose che arrivavano fino alla porta d’ingresso. I due fratelli litigavano come forsennati, chiusi nello studio di Pierre. Non si riuscivano nemmeno a distinguere bene le parole per l’intensità degli strilli. Improvvisamente, la porta si spalancò e ne uscì Jean. Era fuori di sé. Fissò in cagnesco Luise e, dopo averla ringraziata dell’ospitalità si congedò, preparò la valigia e ripartì la sera stessa.

Luise non riuscì a sapere dal suo compagno il motivo di quel litigio e Pierre non poteva certo dirglielo. Non poteva dirgli che suo fratello aveva incidentalmente trovato in un cassetto una lettera da parte di Anne, la sua ex fidanzata storica. Anne e Jean erano stati insieme per cinque anni e poi si erano lasciati a causa di spiacevoli avvenimenti: in primis il rapporto conflittuale tra Jean e il padre di Anne, e a seguire i sospetti di Jean su una presunta relazione di Anne. Da allora non si erano più visti né sentiti, soprattutto per volontà di lei. Da quella lettera, Jean era venuto a sapere il perché: aveva, infatti, scoperto della relazione tra Pierre e Anne. Nella lettera Anne supplicava Pierre, che probabilmente era intenzionato a chiudere, a ritornare sui suoi passi in vista del fatto che forse Anne aspettava un figlio da lui.

Per poco Jean non ci rimase secco. Questo era davvero troppo per lui. Aveva sopportato per tutta la vita il narcisismo di suo fratello, ma questo era stato forse il peggiore dei suoi misfatti. Poteva accettare qualsiasi altra cosa ma non questa: Anne, l’unico amore della sua vita. L’unico che avesse lasciato il segno. E lui lo sapeva bene. Sapeva quanto lo aveva ferito la fine di quella storia. Ora basta. Ora era arrivato il momento di porre un freno a quell’ infinita sequela di ingiustizie.

Quella notte, tra una pagina del suo giallo e una boccata di pipa, Jean pensò a come sbarazzarsi di Pierre.

Gli serviva una soluzione semplice e veloce. Qualcosa che assomigliasse a una disgrazia: come un phon in una vasca o una tegola in testa. Mentre rifletteva sul da farsi, si sentiva molto strano. A tratti era quasi intimorito dai suoi pensieri ma subito dopo tornava freddo e spietato, convinto ad andare fino in fondo. Non credeva che avrebbe mai potuto arrivare a tanto. Ma non vedeva altra scelta.

Improvvisamente, ebbe un lampo di genio. Pensò alla sua malattia. Pierre era diabetico e doveva fare ogni giorno la puntura di insulina. La dose gli veniva somministrata tutte le mattine, e doveva essere preceduta, la sera prima, da un altro medicinale in gocce, a lento rilascio, in modo tale che i due farmaci agissero in combinazione l’uno con l’altro. La puntura gliela faceva Luise tutte le mattine, mentre le gocce le prendeva da solo prima di andare a dormire. Gli sarebbe bastato contraffare le gocce con qualche sostanza tossica e il gioco era fatto: facile come bere un bicchiere d’acqua. Sì, era proprio la soluzione migliore.

Jean pensò che avrebbe dovuto agire di sera per non essere scoperto. Durante i tre giorni che aveva trascorso lì, aveva saputo che Pierre e Luise andavano tutti i mercoledì a giocare a carte a casa di amici. Così, proprio quel mercoledì pomeriggio Jean partì. Riuscì ad entrare facilmente perché sapeva che tenevano una chiave di riserva nel vaso davanti alla porta. Aveva con sé un potente veleno di quelli che, una volta sciolti nei liquidi, non lasciano traccia. Erano sufficienti poche gocce diluite nella boccetta del medicinale e il gioco era fatto. Salì rapidamente al piano di sopra e svolse in poco tempo tutta l’operazione. Nell’avvicinarsi al comodino dove Pierre riponeva la boccetta, era inciampato e aveva lasciato cadere alcune cose. Rimise tutto in ordine e andò via di corsa, riponendo la chiave al suo posto. Era stato perfetto. Fin troppo facile ed efficace.

L’indomani tutto andò secondo i piani: qualche minuto dopo aver preso le gocce, Pierre cadde a terra stecchito mentre si trovava in bagno. Luise era uscita molto presto quella mattina, e quando rientrò, per poco non svenne dallo spavento. Pensò subito che il marito avesse deciso di farla finita perché non accettava la sua malattia. Sconvolta, corse verso il telefono per chiamare l’ambulanza ma nella fretta, inciampò e cadde sul tappeto, tra il letto e il comodino. Fece per rialzarsi, e casualmente notò un piccolo oggetto che giaceva proprio lì accanto.

Non riusciva a distinguere bene cosa fosse, un po’ perché era scossa, un po’ perché vi pendeva sopra il bordo del copriletto; lo raccolse e, dopo averlo osservato attentamente, un brivido le percorse tutto il corpo: si trattava di un bottone. Ma non era un bottone come tutti gli altri. Era un bottone che gli risultava familiare. Era un bottone che aveva già visto da qualche parte, ma non addosso a suo marito. Era un bottone dorato che raffigurava, nel centro, uno stemma con un leone.

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