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Vie di fuga.

                                                                                                                                               (Immagine tratta dal web)

Prese una boccata d’aria. Il cielo era striato da nuvole bianche, un volo di rondini e di aereoplani si confondeva nell’azzurro, davanti a lui la città distesa si svegliava lenta. Accese una sigaretta, il silenzio era rotto dai primi motori delle macchine, delle prime saracinesche dei negozi, dai primi cancelli chiusi e dalle prime voci. Aspirò l’ultimo tiro e, con la stessa flemma con cui la vita riprendeva la suo routine quotidiana, si preparò per scendere.
Non trovò posto nel vagone. Mentre il treno sfrecciava verso l’altra parte della città, uno scorrere di gente si sostituiva negli spazi vuoti, un saliscendi di persone si sfiorava nelle traiettorie della mattina.
Fermata dopo fermata guardò le facce che dopo poco avrebbe dimenticato, stazione dopo stazione scrutava rapido nel mistero dei loro occhi chiedendosi se così tante sfere diverse potessero vedere davvero la stessa realtà, se tanti piccoli mondi poi davvero potessero formarne uno solo. Pensò al volo delle rondini e alla loro routine senza pensieri. Se aveva provato invidia una volta, era stata per gli animali. Per la loro incapacità di pensare al superfluo, di sintetizzare il loro istinto in gesti essenziali, senza ricorrere a maschere o a ipocriti sotterfugi. Gli animali non mentono, gli uomini si. Gli animali sono veri, gli uomini no.
Il treno rallentò fino a fermarsi, dal sottosuolo della metropolitana sbucò in una strada già viva, sistemò il colletto della camicia, attraversò il traffico e si diresse verso l’atrio del museo. Alcuni giorni prima aveva letto dell’arrivo in città di alcune opere di un’artista che ammirava. La mostra era iniziata da giorni, non trovò fila.
Mostrò il tesserino dell’università, una ragazza magrolina con un sorriso meccanico gli passò il biglietto e il resto delle monete. Le mise in una tasca della giacca, controllò che il telefono fosse impostato sul silenzioso, salì due rampe di scale larghe, antiche. Una signora in un tailleur blu gli consegnò la guida virtuale, la indossò come una collana. Passò sotto il velluto rosso dell’arco, uscì dal percorso di corde, entrò nella prima sala delle tre in cui erano state disposte le opere. Le stanze erano illuminate solo dai faretti agli angoli delle cornici, da lontano riconobbe i colori delle fotografie, un formicolio gli avvolse le costole.
Camminò vago, sempre tenendosi lontano, colse le prime impressioni, sezionò, dettaglio dopo dettaglio, le tele.
Dagli occhi lucenti di un minatore passò agli occhi magici di una ragazza pachistana, dall’arancio di un’esplosione oscillò nella confusione di una stazione indiana. Vagò ancora, senza staccare lo sguardo dai muri. Si avvicinò ad una signora in sedia a rotelle, notò che stava disegnando la gente nella sala, nella sua distrazione e nella sua contemplazione. Di fronte a loro, su una tela sospesa nell’aria, una canoa gremita di fiori galleggiava su acque cobalto. Intorno la vegetazione fitta faceva da viale, i colori riflettevano sull’increspatura delle onde placide la loro allegria, in quell’attimo immortalato respirava tranquilla l’armonia di stare al mondo.
Una porta si aprì e si chiuse, il chiacchiericcio dei dispositivi accompagnava il passo dei visitatori, la maggior parte seguiva il percorso consigliato, altri come lui, saltavano da una fotografia all’altra seguendo l’ordine del caso. Distrattamente, la mattina diventò pomeriggio.
I morsi della fame gli ricordarono l’esistenza di un mondo materiale, all’esterno la velocità inghiottiva la bellezza, dov’era poteva gustare il piacere perduto della lentezza. Provò fastidio immaginando il traffico, il lamento dei clacson, la fretta della gente all’uscita.
Si trattenne. Ricominciò dalla fine, il vocio era aumentato. Controllò il telefono, trovò diverse chiamate, lo rimise in tasca. Incrociò lo sguardo di una ragazza dai capelli castani, gli sembrò subito interessante nella sua aria disinvolta. Senza farsene accorgere, la scrutò per la seconda volta. Preziosa nella sua semplicità, era assorta in un’espressione curiosa. Un maglione sformato bianco le ricopriva il corpo esile, lasciandole nuda la spalla sinistra tatuata. Una spirale d’inchiostro le ruotava intorno alla scapola. Dall’altra pendeva una borsa di pelle semivuota. Finse di guardare alla sua sinistra, quando si incrociarono di nuovo sulla retta immaginaria degli occhi. La vide allontanarsi e fermarsi qualche metro più avanti, indietreggiò di qualche passo per lasciar passare la signora in carrozzina. Gli sorrise. Ricercò nella sala, la sagoma della ragazza. La perse.
Alla fame si era aggiunta la voglia di fumare. Toccò il pacchetto di sigarette, diede un’ultima occhiata alle opere, con un senso di pienezza nell’anima, scese le scale. Il cielo era meno azzurro e più grigio. Accese una sigaretta, una lieve nostalgia gli attraversò il cuore. In quelle ore aveva dimenticato se stesso. Spesso, per rifuggire dal mal di vivere, per dimenticarsi, si annullava nelle immagini e nelle parole della poesia e dell’arte. Poi svanito l’incanto di visioni altrui, avvertiva la sua estraneità alla vita contemporanea.
Sospirò verso il cielo il fumo del tabacco. Afferrò con le dita l’accendino nella tasca laterale della giacca quando vide la ragazza arrotolare la sigaretta e cercare nella borsa nera.
Attese dov’era, prese il telefono. Una voce sottile gli chiese da accendere. Il fuoco flebile dell’accendino vibrò sul volto di lei, la mostra piacque ad entrambi, finirono a parlare davanti ad un caffè di anarchia e di moda, di canzoni e di strani posti sulla terra.
-“La sigaretta è una soluzione istantanea. Un analgesico, un veleno scaccia veleno, un passatempo, uno sfogo..”- Disse mentre assaporava il retrogusto amaragnolo della caffeina-
“Per ora è un’amica, più tardi non lo so, e non ci voglio pensare.”- Stroncò così sul nascere la discussione sul suo fumare troppo.
Parlarono ancora per una mezz’oretta, poi si salutarono scambiandosi i numeri. Gli sembrò che la conoscesse da tempo. Gli sembrò inverosimile il fatto che alcune ore prima erano sconosciuti e che ora si salutavano con la promessa di rivedersi presto. Pagò il conto. Rispose con distacco al telefono, nulla è più presente di quello da cui scappiamo.
Mangiò un pezzo di margherita. Il sapore del basilico gli pizzicò il palato. Pensò al prodigio della pizza, alla sua abile capacità di dare tanto con poco. Rinfrescò i pensieri nella spuma di una birra fredda, lesse il nome della ragazza sullo schermo del cellulare, lo ripassò tra le labbra, bevve l’ultimo sorso dalla sua pinta e si mischiò nel viavai fluido dei vicoli. Andò verso la stazione, nel cielo le nuvole si addensavano, il primo arancio del tramonto preannunciava la sera. La pioggia cadeva lieve sul finestrino, gli passò l’immagine fugace di lei per la mente, subito la cancellò.
Rincasò, avviò il computer, cliccò su youtube e attivò la sua play-list. Studio un pò, poi si appisolò sul divano. Il telefono suonò a vuoto, un lampeggiare blu inondava il buio con le sue sfumature, fu svegliato dall’urlo di una chitarra. Mise la moka sul gas, aveva dormito un paio di ore. Degli amici lo avevano chiamato, tra i loro messaggi aveva trovato un messaggio di lei. Lo lesse nell’odore di caffè. Fu sorpreso. Era l’invito ad un locale in cui non era mai stato, ma di cui aveva sentito parlare. Accettò, richiamò i suoi amici, sotto la doccia pensò all’imprevedibilità della vita, si vestì e raggiunse il pub. Era abbastanza pieno, gente serena in volto già occupava i tavoli, sembrava fuori dal tempo, con regole di cui il mondo non è a conoscenza. Gli passarono una pinta, brindarono. Appoggiò il bicchiere sul bancone.
Dalla sala provenivano risate grasse. Alcune ragazze avevano messo sulla punta dell’unicorno una mutandina rosa, ballavano sinuose nell’ebbrezza dell’alcool, brillanti e accattivanti. Le fissò, poi passò lo sguardo su tutti gli oggetti irreali con cui era arredato quel locale. Altalene come sedie, cascate di acqua corrente sui camini, lampade di anfore, ingranaggi di legno e di metallo, orologi sincronizzati a Venere, trenini in viaggio nei muri, intonachi di mappe dei mondi incantati, pietre tibetane e mandala orientali.
Quella mutandina aveva spiazzato la normalità dell’unicorno.
L’aria si era fatta più calda, la musica elettronica sfumava in ritmi sudamericani, un’energia invisibile percorreva il locale. Prese una birra. Guardò il vortice di gravità creato dalle ragazze, libere nella loro spensieratezza, ribelli nei loro modi, risucchiare i suoi amici.
All’improvviso, due mani gli oscurano la vista. Era lei, nel suo sorriso tondo. Le luci intermittenti nascosero il rossore sulle sue guance. Lo trascinò con il braccio verso le sue amiche, una presa leggera da cui non voleva liberarsi nè poteva liberarsi, lo portò a ballare.
Accese una sigaretta, passò le mani intorno al bicchiere umido, la condensa gli rinfrescò lievemente i palmi, la temperatura saliva, le gente era sui tavoli.
Fu sorpreso di nuovo quando lei gli chiese di portarla via. Senza nemmeno salutare i suoi amici, si fece largo tra la gente fino all’uscita. Rubò un ombrello da una mezza colonna messa come portaombrelli fuori la porta d’ingresso, si incamminarono verso la metropolitana.
La città è un crocevia di coincidenze, uno sfiorarsi continuo di biografie e di attimi, in cui l’improbabile accade con frequenza.
Lasciò l’ombrello all’ingresso della stazione, un calore artificiale gli asciugò le ossa, scesero i gradini e dopo pochi minuti salirono su un treno fiammante di sponsor e di ruggine. Percorsero le poche fermate, parlando poco. Un piacevole nervosismo sfuggiva dai loro sguardi, lei gli accarezzò il volto, lui glielo lasciò fare. La seguì dentro il districarsi delle vie, dietro il suo correre senza avvertimento, fino al posto che chiamava casa.
Entrarono nella sua stanza. Minima, con un letto e una parte di libri, con un giradischi all’angolo e un centinaio di lp ordinati in pila. Le luci affievolite donavano una calma apparente all’ambiente. Si accomodò su una sedia, lei scelse un disco. Una melodia mediorientale iniziava a rapire l’aria della stanza. Sulle sue note, la sua testa si muoveva lenta.
Si avvicinò a lei, gli passò le dita tra i capelli, le lasciò scivolare lungo il collo, gli occhi si raggiunsero per primi, poi seguirono le labbra. Caddero sul letto, le mani si cercarono nello scrivere dei corpi nudi, strette e gitane in una prosa di morsi e affanni, prima dello sfinirsi.
L’lP finì, i respiri erano le uniche voci nel silenzio.
Lei si mise a sedere sulle gambe, tirò i capelli all’indietro, si inclinò verso di lui indicandogli un piccolo neo sulla coscia:
“Questo piccolo neo è una parte di te, una minuscola parte di te. E tu, io, siamo fatti di minuscole parti. Ogni persona è un riassunto di particelle, ogni storia è un concatenarsi di piccoli eventi. Noi non ne vediamo che il risultato finale.”
Sorrise, si tirò su anche lui. Lei continuò:
“Questo neo siamo noi, e il tuo corpo è lo spazio. Siamo un piccolo puntino che galleggia nell’universo. Sopra di noi, c’è questo tetto. Sopra questo tetto, c’è il tetto del mondo: il cielo. Oltre il cielo, l’infinito. E in quell’infinito siamo impercettibili, invisibili. E allora mi sento parte di qualcosa di più grande. In quell’immensità in cui ci immagino roteare, le mie paure si dissolvono in polvere di stelle. Siamo nei dell’universo, piccole parti di un tutto.”
Provò un senso di vertigine, la mente aveva riprodotto in immagini le sue parole. Gli soffiò un vento di angoscia negli occhi, si sentì piccolo come il neo. Nella penombra delle palpebre serrate, gustò la sua nuova posizione all’interno delle cose, lasciò sfumare il suo sentirsi sperduto nella visione di lei. Passò le punte delle dita sul suo ventre, risalì lo sterno e riscese. Pensò alla signora in carrozzina, a lei distesa al suo fianco, ai disegni dell’una e alle parole dell’altra. A tutte le risposte che la gente si crea per dare un senso alle loro esistenze, al suo sentirsi continuamente solo, alla sua risposta che non aveva, al suo cercarla in facili soluzioni. Sentì le mani di lei aggrapparsi alla sua testa e scuoterla con delicatezza:
-“si può sapere a cosa pensi?”
-“a niente..”- rispose sorridendo, non riuscendo ad ingannarla.
-“sì, a niente..”- ripetè ironicamente lei, lasciandolo nel calcolo dei suoi pensieri.
Si alzò, cambiò il disco con l’ultimo di una band toscana.
Si alzò anche lui, frugò tra le tasche del jeans, prese l’accendino, trovò la giacca sul divano, prese le sigarette, fumarono al balcone.
Fuori l’asfalto lucido era uno specchio di luci artificiali, chiusero le finestre, il giradischi cantava di revolver e di spietati, prese un libro di fumetti dalla parete, lo sfogliò a caso. La vide entrare nel bagno, ascoltò il fracasso della doccia sulla ceramica della vasca, posò il libro e si rivestì in fretta. Chiuse la porta, scese le scale con calma, camminò senza direzione per molti minuti.
Svoltò in un vicolo, la città dormiva, gli spazzini, lui e qualche clochard erano i soli cittadini della notte. Sussultò al rumore delle bottiglie di vetro catapultate nel camion dell’immondizia. Il rumore metallico delle bombolette cadute al suolo anticipò la corsa di alcuni ragazzi inseguiti da una volante. Sul muro, dove finiva il quartiere e ne iniziava un altro, con una tinta rossa, avevano dipinto un uomo con il ciuffo e scritto una sua frase. La lesse.
Un quarto di luna si proiettava dentro una pozzanghera, si chinò sopra. Nell’acqua torbida, comparve la sua sagoma. Vide il suo giovane volto, il verde militare della sua giacca, gli occhi lucidi sull’opacità della luna. Rilesse la frase, senza muovere la bocca, quasi ascoltandosi :” l’anima ognuno se la salva come gli pare”.
Il fumo di un’altra sigaretta gli grattò la gola. Lentamente la vita riprendeva la sua routine. Tossì. Gettò la mezza sigarette nella pozzanghera e ci camminò su.
Il suo vuoto era intatto.

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