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La Periferia del Cinema Americano

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É sotto gli occhi di tutte/i come il cinema hollywoodiano contemporaneo sia principalmente dominato dalla riproposizione ed elaborazione di saghe e longevi universi fantastici. Non volendo togliere nulla alla qualità e alla complessità di alcuni di questi film, la quasi esclusiva distribuzione di titoli prodotti dalle majors tende a destinare alla nicchia del “pubblico intellettuale metropolitano” un altro interessante volto del cinema americano contemporaneo. Infatti, nella mia rubrica di questo mese vorrei consigliarvi tre film usciti recentemente: Certain Women (2016) di Kelly Reichardt, Good Time (2017) di Ben e Josh Safdie, e The Florida Project (2017) di Sean Baker. Questi tre film -che potremmo definire indipendenti- sono accomunati da uno stesso sentire, anche se declinato tramite modalità espressive a sé stanti.

In tutti e tre i casi, infatti, ci troviamo di fronte a racconti e storie di marginalità ed esclusione, e a personaggi che, come direbbe la stessa Kelly Reichardt, non hanno una rete di sicurezza per sostenerli. Nel caso di Certain Women, ad esempio, seguiamo la vita e le scelte di quattro donne del midwest, costrette ad affrontare una vita in cui precarietà lavorativa e differenze di genere si combinano nel produrre un malinconico senso di alienazione e solitudine. Di tono opposto è invece Good Time, crime-drama claustrofobico e serrato ambientato in una New York irriconoscibile che fa da sfondo/gabbia per le azioni disperate dei fratelli Nikas, piccoli criminali esempio di un’umanità incapace di controllare minimamente il proprio destino. La vita delle famiglie e soprattutto delle/ei bambine/i che abitano le case popolari costruite a ridosso del parco giochi di World Disney sono, infine, il soggetto di The Florida Project, insolito film sull’infanzia, principalmente per lo sguardo unico e peculiare rivolto ad essa. Infatti, mentre seguiamo delle/ei bambine/i a cui è stata sottratta la loro presunta ed edulcorante innocenza, non smettiamo però di amarne la forza, la voglia di vivere e scoprire, e la gioia che portano dentro di sé, messa soprattutto in contrasto con la realtà che le/i circonda, fatta di fast food e di resort di lusso da cui sono escluse/i.

Inoltre, una delle caratteristiche più interessanti di queste tre produzioni è l’impiego di attrici/tori molto celebri come Kristen Stewart, Robert Pattinson, e Willem Defoe, spogliate/i della loro potente immagine divistica, se non addirittura decostruite/i e trasfigurate/i. In questo senso, il caso più interessante, a mio parere, è rappresentato dalla performance di Defoe in The Florida Project, che, allontanato dalle sue tipiche maschere di sadico o soggetto problematico, si ritrova a fare l’empatico e comprensivo manager della struttura in cui abitano anche le vere protagoniste del film, la piccola Moonee e sua madre Halley, nonché ad agire come insolita figura paterna per l’umanità di periferia dipinta in quest’opera.

Ed è forse la periferia l’elemento comune più forte di questi film; la periferia come emarginazione sociale e geografica, che inasprisce le differenze di classe, di genere, e di etnia; ma, in questi lavori, vi è anche la coscienza di essere periferia dal punto di vista produttivo nei confronti di un centro distante, ma pur sempre elemento imprescindibile di paragone e rapporto conflittuale. Eppure, nonostante lo stretto rapporto dialettico con questo centro, la periferia non sembra essere completamente dipendente da Hollywood e dal suo pervasivo immaginario; al contrario, la periferia si fa autonoma portavoce di nuovi stili e nuove forme espressive, dando spazio a quelle potenti e crudeli forme di vita tenute a larga distanza dagli splendenti riflettori della ribalta.

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