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Nessun ripensamento

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Sul furgone campeggiava una grossa scritta al neon, Soul Kebab.
<Hey Saul, amico mio!>, lo salutò un Dio entusiasta.
Dalla stretta di mano vigorosa, con Saul che si sporgeva dalla finestra ricavata nel fianco del furgone, i due sembravano conoscersi molto bene.
<Hai capito il gioco di parole? Saul, soul?>, rivolto al suo nuovo e poco convinto compagno di bevute, <Vedrai quant’è buono, dopo averlo assaggiato la prima volta non potrai più farne a meno. Il kebab di Saul è vero cibo per l’anima.>
Saul era un turco con due baffoni a punta che sembravano inamidati con grasso per motori, una lunga sciabola affilata che utilizzava per tagliare la carne dallo spiedo e un grugno al posto della faccia che lo faceva sembrare costantemente incazzato anche quando mostrava i denti per quello che doveva essere una specie di sorriso.

<Saul, per me ed il mio nuovo amico il tuo kebab speciale!>
<Due kebab speciali in arrivo.>, ripeté la comanda in automatico e a voce alta all’interno del furgone dopo di ché, rivolgendosi a Dio con tono confidenziale, <Però, strano il tuo amico!>
<Ma no, niente di strano.>, scuotendo la testa con uno dei suoi larghi sorrisi speciali,

cosa vorresti dire, che è gay ma non sa di esserlo?

<È solo un gay ingenuo.>
<Cosa vorresti dire, che è gay ma no sa di esserlo?>, chiese il turco squadrando da capo a piedi il ragazzo oggetto di discussione.

<Eh, ma allora la vostra è una fissazione!>, esclamò scocciato il diretto interessato dopo aver ascoltato lo scambio di battute fintamente privato, <Ho già spiegato mille volte a questo scassacazzi che sembri conoscere molto meglio di me …>, poggiandogli una mano sulla spalla, <… di non essere gay.>, scandendo bene il concetto, <È da quando me lo sono involontariamente ritrovato attaccato alle chiappe che rompe con questa storia.>
<Attaccato alle chiappe non mi sembra la metafora più adatta se vuoi convincerlo del contrario.>, commentò Dio.
<E allora quei capelli lunghi e quella camicia a fiori cosa rappresentano?>, intervenne il turco fissandolo con sguardo interrogativo.

<Se è per questo ho anche la barba lunga di due settimane e questo è tutto tranne che gay.>, provò a giustificarsi combattuto ed infastidito allo stesso tempo per il solo fatto di essere costretto a farlo.
<Permettimi, ma su questa cosa nutrirei i miei dubbi.>, ribatté Saul con quel suo ghigno al posto del sorriso.
<Anche due birre doppio malto gelate …>, rincarò la dose Dio chiaramente su di giri, <… che stasera dobbiamo festeggiare.>
<Lo sai che non servo birra al mio furgone!>,  provò a rintuzzarlo Saul.
<Vecchia volpe di uno stuprapecore in calore, e allora quest’odore di luppolo che arriva dal frigo in basso alla tua destra che cos’è? La tua riserva personale di piscio di capra?>

Ecco, mi piacerebbe tanto saperlo anche a me…

<Un giorno mi spiegherai come fai.>, fece il turco scuotendo la testa incredulo.
<Ecco, mi piacerebbe tanto saperlo anche a me.>, aggiunse il gay ingenuo.

Le automobili scorrevano rapide lungo la strada che costeggiava il porto incolonnandosi in improvvisi assembramenti di lamiera al variare dei colori di un semaforo privo di considerazione. Il suono dei clacson e le sirene di ambulanze che sfilavano via veloci in entrambi i sensi rendevano l’atmosfera carica di elettricità.
<Kebab speciale pronto!>, due grossi rotoli di pane arabo, avvolti in carta oleata e ripieni di ogni ben di Dio, facevano capolino dalla pancia del furgone.

L’essere figo con l’alone divino e la maglia numero dieci afferrò il suo kebab…

L’essere figo con l’alone divino e la maglia numero dieci afferrò il suo kebab dirigendosi subito verso le panche in legno disposte di traverso sul marciapiede lasciando al compagno l’incombenza dell’altro rotolo di bontà con il sacchetto di carta contenente le due birre.

Via Marina oltre che una delle arterie principali della città era anche un grosso cantiere a cielo aperto. Una lunga barriera di grate di ferro circondava i lavori in corso a centro strada e le palme piantate di fresco erano state puntellate con supporti di legno che sarebbero serviti a tenerle più salde almeno per i primi tempi. Gli effetti del cibo dell’anima di Saul furono quasi immediati. Ogni morso aveva infuso buon umore ed anche il dolore fisico sembrava scivolare via pian piano ad ogni morso mentre se ne stava seduto ad osservare distrattamente le luci delle caffetterie h24, il via vai dei ragazzi sugli scooter e i fari delle auto che si rincorrevano.

Alle loro spalle una grossa gru stava impilando container uno sull’altro come fossero mattoncini del tetris quando l’essere dalle declamate origini divine con il viso perfetto e le labbra unte di grasso di montone decretò, <Torniamo alla macchina!>.

…gli era parso come se l’onnipotente avesse avuto un’improvvisa fretta di tagliare la corda

Ancora non aveva terminato il suo panino ma dal tono della voce gli era parso come se l’onnipotente avesse avuto un’improvvisa fretta di tagliare la corda. Si alzò dalla panca salutando Saul di spalle con una alzata di braccio, stando attento a non far cadere le birre mentre si dirigeva verso l’auto parcheggiata.

<Ragazzo!>, gli urlò dalla pancia del furgone il turco baffuto per richiamarne l’attenzione, <Ricorda, se vai troppo in là lungo la strada sbagliata potresti non trovare più quella giusta.>
Il ragazzo si voltò rispondendo con un cenno della testa, come a far intendere che avesse capito, richiuse lo sportello della Panda, appoggiò la birra nel vano della ceneriera e mentre teneva quel che restava del kebab stretto tra la mano e il volante inserì la marcia per immettersi nel flusso veicolare.

<Cosa avrà voluto dire?>, rimuginando ad alta voce sul consiglio di Saul.
<Mah, niente di cui preoccuparsi.>, esclamò il sosia di Brad Pitt, <Lo conosco da tempo quel brontolone.>, provando a rassicurarlo, <Devi sapere che al suo paese, il vecchio Saul, era un giudice. Poi, qualche anno fa, c’è stato una specie di golpe militare miseramente fallito e molti giudici sono stati rimossi dall’incarico o arrestati, così, tenuto conto dei suoi trascorsi militari, le amicizie nei servizi segreti e il fatto che le carceri turche non sono ai primi posti per il servizio in camera ha deciso di cambiare aria e trasferirsi qui prima che le cose si mettessero veramente male.>, mentre affondava nuovamente la faccia nel kebab e la salsa allo yogurt gli colava sulla maglietta, <Gli è solo rimasta incollata a dosso la presunzione tipica di chi pensa di saper riconoscere i problemi a prima vista e la cattiva abitudine di dover sentenziare in merito.>, bofonchiò masticando il grosso boccone che aveva ancora in bocca.

<La smetti di masticare e parlare allo stesso tempo che non si capisce nulla di quello che dici?>
<E si combatte con la morte.>, quasi fosse una cosa alla quale era abituato da tempo. Buttò giù il boccone e aggiunse, <Un giorno potrebbe tornarci utile.>
<Chi, Saul?>, evidentemente stranito, <E a cosa potrebbe servirci mai un kebabbaro?>
<Ogni cosa a suo tempo!>, spalancando le fauci per finire quel che era rimasto del kebab e con la bocca ancora piena aggiunse, <Passami la birra!>
<Che?>
Fecero inversione al primo semaforo utile riprendendo la via per il centro.

<Lo sai che è proprio vero. Il cibo di Saul ha del miracoloso. Mi sento già molto meglio. Il dolore alle costole è quasi sparito.>
<Te lo avevo detto, il kebab di Saul è un ricostituente naturale, meglio di un frullato di vitamine ed antibiotici.>

Fecero la rotonda di piazza Borsa almeno un paio di volte prima di decidere da che parte andare dopodiché salirono su per via Medina svoltando ai semafori a destra lungo via Costantinopoli.
Dio stava rimestando tra le cassette buttate alla rinfusa sul cruscotto dell’auto. <Ma possibile mai che hai solo compilation anni ’90?>

Fuori il portone della facoltà di architettura c’era un capannello di punkabbestia, doveva esserci qualche festa. In passato ne era stato un assiduo frequentatore, ma erano altri tempi.
<Rallenta, rallenta. Parcheggia dietro quell’auto.>, indicandola come in preda ad una improvvisa eccitazione, <Lo vedi quel tizio senza gambe che chiede l’elemosina sotto al palazzo delle Poste?>
<No, in verità non tanto bene.>
<Ebbene, non gli daresti due monete, eppure ….>, lasciando cadere l’ultima parola come fosse veramente l’ultima.
<Eppure cosa?>
<È il boss di una delle bande più influenti della città>, con un’aria soddisfatta per la breve attesa prima di poter dare la risposta.

hai mai sentito parlare della banda dei barboni?

<Chi, quello?>, incredulo.
<Hai mai sentito parlare della banda dei barboni?>
<Umh!>, facendo finta di riflettere, <Ho sentito parlare della paranza dei barbudos, della banda bassotti e conosco anche molti hipster con le barbe lunghe e i baffi a maniglia, ma non ho mai sentito parlare di questa fantomatica banda dei barboni.>

<Male. Lui è il loro capo indiscusso. Il boss dei senzatetto. Hanno occhi e orecchie dappertutto qui in città. E quei due lì.>, indicando i due tizi poco più in là sulla sinistra, all’altezza della scalinata, <Vedi quello con la chitarra e l’altro con la fisarmonica che raccoglie le offerte nel cappello? Sono Giacomino e Filippo, i suoi due bracci destro. O il braccio destro e quello sinistro, ora non ricordo più bene come funziona.>, alzando alternativamente le braccia, <Sta di fatto che lui è la mente e loro le braccia.>
<Bene a sapersi.>, con tono scettico.
<Aspetta che ora te li presento.>

Dio esiste, ma è nu figl’ e n’drocchia…

Lo seguì controvoglia. Attraversarono l’ampia strada a lunghe falcate e si avvicinarono al mendicante che se ne stava con le spalle al muro a capo chino tenendo tra le mani un grosso pezzo di cartone con su scritto “Dio esiste, ma è nu figl’e n’drocchia ed io continuo a tenere fame!”.

<Vedo che sei molto apprezzato nel giro!>, raccogliendo al volo l’occasione per prenderlo in giro.
<Come vedi la mia fama mi precede.>, mostrando di non cogliere la provocazione, <In effetti io e il buon Bartolo siamo vecchi amici. Vero?>, alzando il tono della voce per attirare l’attenzione del mendicante.
<Ho sentito la tua puzza da alieno radical chic punzecchiarmi le narici ancor prima che scendessi dal quel catorcio.>, alzando lo sguardo e grattandosi la testa.
<Vecchia volpe di uno storpio incantatore.>, accovacciandosi per allinearsi al suo piano visivo.
<Chi è il tuo accompagnatore?>, chiese lo storpio.
<Oh, lui è un accompagnatore speciale, quindi lascerò che si presenti da solo.>
<Che cazzo gliene fotte a lui di come mi chiamo io?>, lo rimbrottò il compagno, <Gli basta sapere che sono il proprietario del catorcio.>

ma se lo hai portato fin qui, vuol dire che c’è qualcosa che lo rende speciale

<Scontroso il ragazzo, scontroso e pieno di rabbia, ma se lo hai portato fin qui vuol dire che c’è qualcosa che lo rende speciale.>, alzando lo sguardo per guardare il ragazzo dritto negli occhi, <In effetti, mi pare di intravedere una scintilla!>
<Te ne sei accorto anche tu, eh, ma ci sto ancora lavorando.>
<Cos’è che avrei?>, chiese scocciato da quel loro cianciare senza senso dal quale non riusciva ad ottenere mai una risposta vera, <Senta signor mendicante, boss dei barboni o come diavolo vi fate chiamare nel vostro giro. State prendendo un grosso abbaglio. Io non ho un bel niente di tutto quello che state immaginando in quelle vostre piccole teste bacate piene di fantasie mistiche. Non ho nulla a che fare con i vostri progetti fantascientifici e quello che vedete è solo il risultato dei pochi giorni trascorsi in compagnia di questo sciroccato qui al mio fianco. Dice di essere mio amico, mi si è accollato e mi sta facendo fare un tour balordo della città senza avermi ancora spiegato un cazzo di quello che stiamo facendo veramente.>

<Ah ah ah, l’avevi detto che il ragazzo aveva carattere.>
<Amico? Mi ha chiamato amico!>, assalito da un improvviso moto di entusiasmo.
<Non rompere!>, con fare scocciato, <Non ho mai detto di essere tuo amico, ho solo detto che ti professi amico mio senza avermi mai chiarito i motivi per i quali ci troviamo adesso in questo posto.>, e voltandosi verso il barbone, <E questa nei miei occhi non è una scintilla, ma semplice congiuntivite.>
<Scusa l’emozione ma si tratta pur sempre della prima volta che pronunci quella parola riferendoti a me e ti assicuro che la cosa non mi lascia per nulla indifferente.>
<È vero, non è una cosa da poco quella che hai appena detto.>, intervenne il boss dei barboni, <È un grosso passo avanti, e se proprio vogliamo essere precisi, essendo amico suo, per la proprietà transitiva, adesso siamo amici anche noi due.>

Giacomino e Filippo avevano inanellato una serie di canzoni stonate ed ora stavano strimpellando qualcosa di Madonna muovendosi in sincrono fuori tempo in una sorta di coreografia improvvisata da ubriachi con la sindrome di Thourette.

<Ma allora qui siete tutti pazzi. Io non sono amico di nessuno, specie di voi due. Io sono solo uno che ha una marea di problemi che gli frullano nel cervello e che gli causano un gran mal di testa che riesce a placare solo con l’alcol che a sua volta ha scoperto di non saper tenere a bada. Ho la schiena a pezzi, un bed and breackfast del cazzo che si è impossessato dell’ascensore del mio palazzo senza sostenere alcuna spesa aggiuntiva a causa di una incomprensibile questione di calcoli millesimali e norme scritte a cazzo di cane da quattro coglioni con la villa di proprietà. Un’auto che dovrei portare dal meccanico ma che a sentir parlare voi farei prima ad affidare ad uno sfasciacarrozze, un conto in banca in rosso, un conto alle onoranze funebri da saldare e per finire un rompicoglioni megalomane che si è insediato abusivamente in casa mia, al quale piace fare colazioni abbondanti ma non paga l’affitto.>, fermandosi giusto il tempo per riprendere il fiato, <Io non sono vostro amico e mi sa che molto presto, mio caro il boss del … del bel niente di niente, avrete nuova concorrenza su strada a cui badare.>, sentendosi finalmente svuotato.

<C’è andato giù pesante il tuo amico!>, commentò il boss con un sorriso sdentato rivolto a Dio che aveva assistito allo sfogo con uno sguardo estasiato. Dopodiché armeggiò per qualche secondo con le fibbie e gli ingranaggi che lo mantenevano legato a quella specie di carroccio che teneva ben saldo sotto al culo e si tirò su di scatto nello stupore generale.

<Piacere, io sono Bartolomeo.>, porgendogli la mano, <Per gli amici intimi Lazzariello!>
<E lui è Salvatore, Salvatore Giuliano!>, intervenne Dio anticipando l’amico sul tempo.
<Per voi solo Salvatore, dato che a quanto pare qui c’è qualcuno che non sa farsi i cazzi suoi!>, evitando la stretta di mano. L’espressione del volto del boss si contrasse per un attimo in una smorfia, al ché Salvatore aggiunse, <Noo, niente a che vedere con il ramo della famiglia più famoso.>, scuotendo la testa, <A dire il vero non siamo manco imparentati. La mia famiglia è originaria della piana del Sele, e anche se mio nonno ogni tanto si atteggiava vantando parentele di secondo e terzo grado, …>, gesticolando vistosamente, <… si tratta di una cosa mai provata!>. Quell’argomento lo aveva sempre reso nervoso.

Bartolo stette lì fermo a fissarlo per tutto il tempo negli occhi quasi come a volergli leggere nel pensiero, distese il volto in un sorriso, si risistemò seduto sulle gambe, armeggiò nuovamente con le cinghie e gli ingranaggi del suo carroccio fino a quando non si sentì di nuovo stabile e solo dopo disse, <Figliolo, ricorda che l’essenziale è invisibile agli occhi!>
<Questa l’ho già sentita da qualche parte.>
<Ora andate e continuate pure con questo vostro percorso formativo, ma sappi che da oggi in poi avrai sempre due occhi e due orecchie in più su cui contare.>
<Grazie!>, non sapendo cos’altro rispondere, <E voi due ..>, rivolgendosi ai due bracci destro del boss, <Smettetela di storpiare Like a virgin di Madonna!>. I due si voltarono a guardare Bartolomeo che con un’occhiataccia li surgelò sul posto.

Si congedarono dal boss mendicante riattraversando la strada per andare a prendere la Panda.
<Perché gli hai detto di smettere di suonare?>
<Perché non voglio che si disonori a quel modo la musica di una grande artista come Madonna.>

Tu, un fan di Madonna? Questo si che è il colmo!

<A me piaceva!>, perplesso e con una alzata di sopracciglio, <Tu, un fan di Madonna? Questo sì che è il colmo!>, sorridendo sotto i baffi.
<Perché? Cosa ci trovi di così divertente?>
<Perché, perché.>, strabuzzando gli occhi al cielo.
<E poi cosa voleva dire il finto invalido, cos’è ‘sta storia del percorso formativo?>
<Apri il cofano della macchina e smettila di fare domande.>

All’interno c’era una borsa frigo piena di bottiglie da 0.33 cl. di doppio malto ordinatamente disposte in fila cinque per quattro.
<E queste quando le avresti prese?>
<Eeeh, ancora domande, domande, ma quante domande. Tutte le risposte arriveranno a tempo debito.>
<Scusa, dimenticavo di avere a che fare con una divinità aliena dai mille misteri.>, sbattendo il cofano e rientrando in auto con due bottiglie ancora gelate.
<Ora andiamo che abbiamo ancora qualcosa di importante da fare.>

Il traffico si era fatto più intenso e con lui il concerto di clacson, motori e scooter che facevano lo slalom tra le file involontariamente ordinate di autovetture.
<Ti rendi conto? Non aveva mai svelato il suo segreto a nessuno prima d’ora.>
<Sai che gran cosa.>
<In effetti è una gran cosa. Ci sarà un motivo se si è esposto a quel modo. Gli starai simpatico.>
<Sì, gli sto simpatico, e dimmi ora cosa cazzo vuoi che me ne faccia di due orecchie in più io?>
<E due occhi. Ma ogni cosa a sua tempo.>
<Ancora? Ma come, io e te non eravamo grandi compagni di bevuta, anzi no, amici? E tra amici non dovrebbero esserci segreti o sbaglio?>
<Eppure ero convinto che fosso zoppo veramente.>, rimuginando sulla cosa, <Dalla nascita!>
<Cioè, tu conoscevi il mio nome senza che te l’avessi mai detto e non sapevi che lo zoppo non fosse veramente zoppo? Lo sanno tutti che il novanta per cento dei mendicanti sono degli attori nati. Recitano la parte degli invalidi.>
<Le gambe potrebbero anche essergli ricresciute. Con i rettiliani funziona!>, come se stesse parlando di una cosa del tutto normale, <E poi il tuo nome avrei potuto leggerlo anche su una bolletta qualsiasi.>
<Le utenze sono ancora tutte intestate a mio padre …>, scuotendo la testa, <… così la macchina, e anche il nome sulla targa fuori la porta è ancora il suo.>
<Lo so, lo so. So bene che siete una razza ambigua, ma la cosa mi ha lasciato ugualmente perplesso.>, sorvolando sulle argomentazione del suo autista, <A volte la mia natura prende il sopravvento facendomi dimenticare di quanto siate caratterialmente sfaccettati.

e forse è proprio questo il motivo per il quale ho deciso di stabilirmi qui tra voi

Certo che con i miei millenni di esperienza avrei dovuto avere molta più dimestichezza con la bugia e il raggiro, molta più confidenza con il doppio, invece, riuscite ancora a stupirmi, e forse è proprio questo il motivo per il quale ho deciso di stabilirmi qui tra voi.>, serio serio, <O per lo meno è stato uno dei motivi!>
<E gli altri quali sarebbero?>

Il sedicente divino sorvolò sull’ennesima domanda.
<Ma poi io, ripensandoci, mi chiedevo, può essere mai che tu non tieni un idolo?>, domandò Salvatore.
<Un idolo? Di solito sono io l’idolo, a volte anche con conseguenze poco gratificanti, ma questa è tutta un’altra storia. Comunque no, se proprio devo darti una risposta, non ho idoli!>
<Quindi non ti è mai venuto in mente di sapere cosa stesse facendo una persona, che so, in questo preciso istante?>
<La risposta è ancora no, anche perché già lo so!>
<Trump?>, come per metterlo alla prova.
<Sa sottoscrivendo un accodo segreto per lo spostamento dei confini dell’Angola.>
<Vasco?>
<Sta seduto sul cesso e si è appena accorto di aver terminato la carta igienica.>
<Madonna?>
<Si sta facendo depilare tra le chiappe.>
<E no, cazzo!>, tra l’interdetto e il disgustato, <Scommetto che stai inventando tutto.>
<Forse!>


continua…


Rileggi i capitoli precedenti della storia:

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