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L’orologio alla parete è fermo.

Sono solo. So perfettamente come sono arrivato fin qui. Ho impiegato tempo, tanto tempo, per capire: all’inizio è stato difficile, poi è stato come nuotare, una bracciata dopo l’altra, calibrando il respiro, guardando verso il basso, la striscia sul fondo una via da seguire, un incantesimo da spezzare.

C’erano gli incontri, i caffè insieme, le interruzioni: un vociare insostenibile, miasmi prepotenti, contatti fortuiti, fastidiosissimi. Eliminati. Senza sorriso, solo un alzata di spalle e lo sguardo fisso sul monitor.

C’era la posta elettronica, i messaggi che urgono una risposta, perché rispondere non si può, ma si deve. O si dovrebbe. E’ bastato l’uso di una regola, l’ordine di mentire impartito ad una macchina amorale, e le urgenze sono svanite. Non sono in sede, questo è un messaggio generato automaticamente, al mio ritorno leggerò di voi.

Il terzo stadio, il più arduo. Quello della caduta, o dell’elevazione. C’era da far pulizia. Sgomberare la stanza, mondarla delle presenze altre. Entrambe donne, in modalità differente: l’una vestita come un ragazzotto, scarpe da ginnastica, jeans e cardigan, silenziosa, schiva, in fondo cortese. L’altra, vestita come una simmetria irrisolta, capelli lunghi e fianchi sbilenchi, coperti da quadroni rototraslati. Entrambe donne, entrambe di età considerevole.

Ho passato mesi a lambiccarmi, infiniti gli scenari possibili; alla fine, semplicemente, ho agito. Sono arrivato presto, ho varcato la soglia, la donna-ragazzotto mi ha sorriso. Io le ho restituito il sorriso, le sono andato incontro, le ho messo le mani alla gola. Si è dimenata, mi è sembrato lo facesse per cortesia. Ho stretto più forte e non si è mossa più. La donna-geometria è arrivata proprio mentre finivo di ricomporre la defunta collega, la ex collega, in atteggiamento di riposo, l’eterno riposo.

E’ entrata a testa china, i piedi strascicati in modo intollerabile, si è seduta al suo posto, ha armeggiato con il suo telefono, il display troppo piccolo per restituirle l’immagine di una appendiabito che solenne, imprevedibile, inesorabile, si abbatteva sulla sua testa. Un tonfo, uno solo. La fine.

Non ho pensato a ricomporla ma a chiudere la porta, due mandate. I muri sottili mi restituiscono domande incerte, voci soffuse, gente perplessa e atterrita dal nitore di quei rumori primitivi.

Arriveranno da me, lo so. Non posso dire quando succederà, il mio telefono è spento, l’orologio sulla parete è fermo. Adesso, qui, sono il nulla, sono il vuoto che mi circonda. Ricomincio.

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