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La Caduta

La Caduta

 

La prima cosa a cui pensò quando sentì il vuoto sotto ai piedi e scivolò lungo il burrone furono le parole della madre.

Sapeva benissimo che non era una buona idea tagliare per il noccioleto, specie con quei nuvoloni all’orizzonte che avanzavano veloci non promettendo nulla di buono, ma restare a casa o prendere la strada più comoda e lunga che attraversava tutto il paese avrebbe significato darle ragione, e darle ragione su quella singola cosa avrebbe significato darle ragione su tutti i motivi per i quali avevano litigato l’intero pomeriggio.

Aveva iniziato a piovere dopo pochi minuti che era uscita di casa. Pesanti gocce che riuscivano a piegare le ampie foglie rendendo subito molle e scivoloso il sentiero che passava di fianco alla Scarpata del cercatore. Aveva provato ad aggrapparsi all’erba e alle radici degli alberi che spuntavano dalla parete di fango come le ossa di una mano, ma era tutto così viscido e fragile che l’unica soluzione o meglio l’unica speranza alla quale riuscì ad aggrapparsi fu quella di fare un buon atterraggio.

La tenue luce rosa che attraversava la sottile membrana delle palpebre era calda e umida, ma ancora più calda fu la sensazione di dolore che salendo lungo la gamba destra le attraversò il fianco impedendole di riflettere lucidamente.
Il dolore era anche l’unica nota positiva, il solo segnale che forse era ancora viva. Si sentiva premuta con forza al terreno, come se la forza di gravità, quel giorno, avesse deciso di concentrare tutta la propria attenzione sul suo esile corpo dolorante;

è così che ci si sente da morti?

premuta contro la terra fredda come una mosca invischiata nella tela di un ragno, i vestiti ancora bagnati incollati alle carni e quello strano tepore che arrivava dall’alto facendola evaporare lentamente in mille molecole d’acqua come la brina del mattino.
“È così che ci si sente da morti?”, pensò.

Dopo qualche secondo sentì il sapore amaro della terra attaccata al palato e un odore acre di ferro arrugginito salirle su per le narici. La lingua fu la prima cosa che riuscì a muovere. La passò lenta sulle labbra, tossì facendo sobbalzare la testa in avanti in un gesto inconsulto sputando grumi pastosi, e sì, quello che sentiva rappreso sul viso e nella bocca era proprio sangue.

Ci volle ancora qualche minuto prima che riuscisse ad aprire gli occhi. Prima solo una fessura. Uno spiraglio su quello che l’aspettava e di cui ancora non aveva alcuna certezza. Ancora una volta fu il dolore ad aiutarla, ad infonderle il coraggio necessario.
La gamba le faceva un male cane e questo era “bene”, voleva dire che con molte probabilità non era passata a miglior vita, che era ancora lì, sul pianeta terra, a poche centinaia di metri da casa, sul fondo di un burrone e non in paradiso, all’inferno, in un’altra dimensione o dove accidenti vanno a finire tutti quelli che in un modo o nell’altro tirano le cuoia. “Male” era che non riuscisse ancora a muoversi. Strano, perché se avesse subito una paralisi a seguito della caduta non avrebbe dovuto sentire nemmeno il dolore alla gamba, mentre quello, invece, sembrava aumentare d’intensità ogni secondo che trascorreva lì ferma in quella posizione.

non muoverti, è ancora presto

Doveva trattarsi di qualcosa che partiva direttamente dal suo cervello. “Non muoverti, è ancora presto!”, le stava dicendo, comunicando la decisione al resto del corpo. “Autoconservazione”, pensò. Ma poteva anche trattarsi di qualcosa di molto più semplice. Probabilmente era rimasta incastrata, solo che nelle condizioni in cui si trovava non era stata ancora in grado di capire dove e come.

Aprì gli occhi e il sole era alto.
“Sono  viva!”, pensò. Aveva trascorso tutta la notte al gelo in quella posizione. Si sentiva come uno strofinaccio da strizzare. La pioggia l’aveva inzuppata per bene infiltrandosi fino alle ossa. Fece un piccolo sforzo per provare ad alzare leggermente la testa e si accorse di essere completamente ricoperta di foglie, fango e detriti che l’avevano praticamente fusa al terreno trasformandola in una specie di statua d’argilla essiccata al sole.

“Questo è bene!”, pensò, “Niente paralisi e non sono nemmeno rimasta incastrata, sto solo perdendo le forze.”
Forse aveva perso molto sangue ed insieme a globuli e piastrine stava scivolando via dal suo corpo anche una buona parte di vitalità. Doveva provarci. Dare fondo alle energie che le erano rimaste in uno strenuo tentativo di resistenza in quella lotta tra la vita e la morte. Impuntò le mani nel terriccio ancora molle per l’acquazzone notturno e provò a tirarsi su seduta. Le crepe sullo strato di terreno che la ricopriva si allargarono rapidamente così come l’espressione di stupore sul suo volto.

Non era messa poi così male.
Una fitta lancinante le attraversò il fianco come la scossa di un teaser facendola ricadere di lato. “Male!”. Ma fu così che vide lo squarcio nei jeans e la ferita ricoperta dal fango essiccato che aveva fatto da medicazione tamponando momentaneamente la fuoriuscita di sangue.
“Bene!”, pensò, “Non potrò camminare su due gambe ma almeno non sto per morire dissanguata!”

Provò a raddrizzarsi nuovamente stringendo i denti per il dolore e con piccoli e cauti movimenti si spinse all’indietro fino a toccare con la schiena la parete del dirupo.

…l’importante non è la caduta ma l’atterraggio?


Era precipitata da un’altezza di circa venti metri, ma il pendio scosceso e il fogliame sul fondo avevano rallentato la caduta attutendone l’impatto.
“Qual’era quel film che diceva l’importante non è la caduta ma l’atterraggio?”

Il sole si era leggermente spostato verso ovest.
Il burrone in cui era andata a finire era una specie di conca per la raccolta di acque piovane e sorgive che andava allargandosi verso il fondo e terminava con un salto di circa quindici metri proseguendo così, salto dopo salto, come una serie infinita di cascate che portavano fino a valle verso i canali dei Regi lagni.

“Il cellulare!”, pensò. Era salva. Portò la mano alla tasca posteriore dei jeans ma “male”. Il cellulare non era dove avrebbe dovuto essere. Tastò i pantaloni, le tasche anteriori, la giacca. Doveva essere volato via rotolato chissà dove. Doveva trovarlo, non poteva essere andato a finire troppo lontano.
Il dolore che le attraversava il fianco destro arrivava con intervalli regolari sempre più brevi. Le bruciava da morire. Forse non aveva mai provato un dolore così intenso in vita sua. Decise di trovare qualcosa per fermare definitivamente l’emorragia e una volta recuperato il minimo di forze necessarie avrebbe iniziato a gridare chiedendo aiuto. Non era molto lontana dalle prime case del centro abitato e questo era un “bene”, e nonostante in quel punto la vegetazione fosse già molto fitta e quel sentiero poco battuto, qualcuno sarebbe potuto passare da un momento all’altro e di sicuro l’avrebbe sentita.

la chiave è pensare positivo

“La chiave è pensare positivo!”, quello doveva essere il suo mantra se voleva uscire presto da quella scomoda situazione. “Non scoraggiarti! Se penserai di farcela le congiunzioni universali faranno si che quello che tu desideri si avveri.”
Nonostante fosse completamente esposta ai raggi del sole brividi di freddo continuavano a scuoterla. I vestiti erano ancora bagnati e il terreno umido, e se non aveva fatto male i propri calcoli, vista la conformazione del burrone, i raggi del sole lo avrebbero inondato ancora per poche ore prima di essere definitivamente schermati dagli alberi sul crinale opposto. Usò la cinta dei jeans come laccio emostatico, stringendola alla coscia appena sopra il ginocchio, e si guardò intorno alla ricerca del cellulare e di qualcosa da poter utilizzare a mo’ di stampella.

La voce rimbombava all’interno del cuneo di terreno. Pensò che avrebbe dovuto raggiungere una bella distanza. Continuò a gridare “aiuto” con quanta forza aveva in corpo. Aiuto e basta. Quello che serviva. Articolare altre parole sarebbe stato un inutile spreco di energie.
Dopo una mezz’ora circa era esausta. Nessuna risposta, nessun cercatore di funghi, coppietta appartata o qualcuno che si era perso, niente di niente. Alzò lo sguardo al cielo e vide la scia di un aereo a diecimila piedi d’altezza. Chissà dove stava portando i suoi passeggeri. Qualunque posto le sarebbe andato bene.

Il sole aveva iniziato la sua lenta discesa. Aveva sete. Trovò quello che era rimato di un pacchetto di gomme nella tasca del giubbino. Ne prese una; gli zuccheri sarebbero stati d’aiuto in quelle condizioni se non fosse stato che si trattava di gomme senza zucchero. “Maledetta dieta!”
Ricordò la storia di quel bambino scomparso l’anno prima. Non aveva alcuna intenzione di diventare l’articolo di fondo di un giornale, né una foto in TV in qualche programma come Chi l’ha visto!. Immaginava già quale avrebbe scelto la madre. Quella dove sembrava una cicciona con la couperose e la faccia da ebete; ma era solo che in quei giorni aveva le sue cose. Perché la mamma amava così tanto quella foto? Forse perché era l’unica in cui sorrideva? Solo perché non si era accorta che quello stronzo del fotografo stesse già scattando! Non voleva che fosse di certo quella l’immagine del suo debutto in società, l’ultima immagine con cui l’avrebbero ricordata tutti quelli che l’avevano conosciuta, specialmente Fabio. Dove cazzo era Fabio adesso che serviva? Se lo ritrovava sempre tra i piedi. Utilizzava tutte le scuse del mondo per inscenare finti incontri causali. Non che le dispiacesse, anzi, le piaceva stare al gioco, ma adesso, adesso che serviva, perché non aveva trovato un’altra delle sue stupide scuse per trovarsi anche lui, giù in quel burrone, insieme a lei?

Stava sragionando. Non doveva perdere la concentrazione. Erano i primi sintomi della disidratazione.  Doveva mantenere la calma e la lucidità. Non sprecare energie in pensieri inutili. Solo pensieri funzionali al proprio obiettivo. Uscire da quel cazzo di canale di scolo di merda. La pancia aveva iniziato a borbottare. Vide qualcosa luccicare dalla parte opposta di quella gola di terra. Come aveva fatto a non accorgersene prima? Forse era il suo cellulare. Era stato il sole ad indicarglielo. Abbassandosi ancora ad ovest i raggi adesso colpivano l’oggetto in pieno.

Doveva raggiungerlo. “Fanculo il dolore!”. Doveva provare a raggiungerlo ad ogni costo. Si lasciò scivolare sul fianco buono ed iniziò a strusciare sul terreno come un marines, solo molto più lentamente, trascinandosi la gamba ferita come un peso morto. Faceva un male assurdo, ma forse avrebbe fatto molto più male non fare nulla, restare bloccata per sempre lì in quel posto di merda o morire. Non voleva neanche pensarci mentre stringeva i denti con forza ad ogni movimento. Un braccio avanti, dietro l’altro, i gomiti ben piantati nel terreno e la gamba buona che, tirata su di lato fin quasi al petto, si distendeva portandosi appresso anche quella ferita. Un inutile fardello infuocato. Il terreno pesante non era d’aiuto. Aveva impiegato un bel po’ di tempo per arrivare a metà strada. Doveva fermarsi spesso per il dolore che arrivava come fitte direttamente al cervello facendola piangere.

Ripensò a quel bambino scomparso. Non erano riusciti a trovarlo

Brevi pause in cui provava a farlo sfumare prima di riprendere con quei lenti movimenti e sapendo che sarebbe tornato subito alla carica più forte di prima. Le bruciavano gli occhi, forse aveva qualcos’altro di rotto, una emorragia interna, ripensò a quel bambino scomparso. Non erano riusciti a trovarlo. I cani poliziotto, i vigili, gli elicotteri, la protezione civile. Ma per lei non sarebbe stato così. Lei ce l’avrebbe fatta. Doveva solo muoversi e raggiungere quel cellulare prima che il sole calasse definitivamente. Non sapeva se sarebbe stata in grado di affrontare un’altra notte in quelle condizioni. Di sera, in quel periodo, le temperature calavano ancora moltissimo, specie lì su in montagna. Poi, ad un tratto, sentì un rumore. Erba che si piegava sotto il peso di passi. Il crepitio di foglie. Ramoscelli che si spezzavano come cracker. “Bene!”. Era salva. Lo aveva detto lei! Ora doveva solo gridare con quanta voce le era rimasta, “Aiuto! Sono qua giù!”.
“Arrivederci bambino scomparso, ancora non è arrivato il momento di incontrarci, ovunque tu sia!”

<AIUTO! SONO QUA GIU’!>, dando fondo alle ultime energie.
<AIUTO! SONO FERITA!>

Ma cosa cazzo stava aspettando? “Mi vedi sì o no coglione!”, pensò in un misto di eccitazione e rabbia. Stava al centro del burrone e chiunque stesse percorrendo il sentiero sopra la scarpata poteva anche essere sordo ma non avrebbe potuto non vederla.

Pensò alla mamma, a quanto fosse stata in pena, al litigio, a come avesse sicuramente smosso l’intero paese ma non solo, anche i paesi limitrofi, le autorità, le forze dell’ordine, i mezzi di informazione. Forse sarebbe diventata famosa. Una sopravvissuta. L’avrebbero invitata ai talk show, avrebbe partecipato alle trasmissioni della domenica o in prima serata. Quella presentatrice lì, quella che non le era mai stata troppo simpatica, ci avrebbe fatto uno speciale e forse sarebbe anche andata al Grande Fratello o all’Isola dei famosi, come a quell’altro, quello che avevano rapito. Poi, ad un tratto, quei pensieri vennero soppiantati da un esigenza di vita e una sensazione di vergogna. Ma a cosa diavolo stava pensando?

<AIUT …!>, le parole fecero una rapida inversione a U ricacciandosi in gola,  procurandogli una sensazione di soffocamento mentre una fitta lancinante le arrivò dritta al cervello come una lama affilata facendole emettere un urlo muto che, rimasto prigioniero nella testa, rimbombò con forza contro le tempie.

“Mi vedi? Chiunque tu sia, guarda qua giù, ti prego! Giuro che dopo sarò buona. Farò qualunque cosa!”. Anche pensare le risultava faticoso. Le labbra erano secche, la bocca impastata ed il respiro affannoso. Aveva fame e il dolore non era più sopportabile. Le energie erano a riserva. Avrebbe dovuto ricaricarsi. Avrebbe voluto addormentarsi. “No, non devi svenire!”. Una vocina arrivata dai più reconditi meandri cerebrali le stava consigliando cosa era meglio fare o non fare. “Resta sveglia! Resta sveglia! Di sicuro ti ha vista e starà andando a chiamare i soccorsi!”

Sentì uno strano tepore avvolgerla. Le palpebre farsi pesanti e chiudersi.
<BAU, BAU!>
Spalancò gli occhi di scatto. “Male!”
Quello sull’orlo del precipizio era un cane. Uno stupido cane.
Non senza un grosso sforzo si voltò sulla schiena rimanendo distesa immobile per qualche minuto buono. Giusto il tempo necessario a far stemperare il dolore che si acuiva ad ogni suo movimento.

<BAU!>
Il cane era ancora lì che saltellava tra l’erba sul limitare del sentiero e sembrava proprio che ce l’avesse con lei. Alzò lentamente la testa tenendo in tensione il collo. Doveva vederlo. Forse non si trattava di un randagio. Stava lì con la lingua di fuori cercando di comunicarle qualcosa che non riusciva a capire. Aveva un collare. “Bene!”. Probabilmente aveva un padrone. Forse quello che aveva sentito prima era appunto il padrone che era andato a chiamare i soccorsi lasciando il cane di guardia.
<BAU, BAU!>

Il sole aveva quasi toccato la punta degli alberi sul crinale occidentale. Non poteva più stare lì ad aspettare. “Il cellulare!”, pensò.
Si girò nuovamente sulla pancia riprendendo la sua avanzata a passo di giaguaro zoppo.
L’oggetto non luccicava più come prima e, a mano a mano che si avvicinava, tra la terra e il fogliame che lo ricoprivano parzialmente, non le appariva nemmeno più come doveva essere. Scosse il terreno e “male!”. Quello che aveva trovato non era il suo telefono cellulare ma un Game Boy. Un’accidenti di inutile console portatile. E dire che l’aveva sempre desiderato un Game Boy. “Cazzo, cazzo, cazzo!”

<BAU!>
Voltò la testa quel tanto che bastava e gli urlò contro rabbiosa, <VAFFANCULO, stupido cane!>, afferrò il Game Boy smuovendo il terreno e lo lanciò di lato più lontano che poteva mentre bestemmiava mentalmente per il dolore.
D’improvviso l’interesse del cane nei suoi confronti sembrò affievolirsi.

…non volevo offenderti! Torna qui, ti prego!

Dapprima smise di abbaiare poi ad un tratto scomparve tra le erbacce, forse distratto da una farfalla o da qualche altro stupido animale come lui. <SCUSA!>, urlò rivolta alla cima del burrone.
“Scusa, stupido cane, non volevo offenderti! Torna qui, ti prego!”

Non riuscì a trattenere le lacrime e questa volta non si trattava di lacrime di dolore. Non che il dolore non avesse contribuito alla grande a porre le basi per quello stato di estrema costernazione, ma sentì con chiarezza che si trattava di lacrime che arrivavano direttamente dal cuore. “Piangi, piangi pure, non potrà che farti bene!”. La vocina che arrivava dai meandri più nascosti del suo cervello sembrava non avere alcuna intenzione di farsi i cazzi suoi. Non era debolezza quella, anzi! Si asciugò gli occhi strofinandosi l’avambraccio contro il viso e dal terreno smosso, dove prima c’era il Game Boy, vide fare capolino una stella, e attorno alla stella una scritta: ALL STAR. “Cazzo!”
“No, no, cazzo!”

Un inaspettato flusso d’energia le aveva invaso il corpo esplodendogli tra le mani e nel cervello, fino alle punta delle dita che iniziarono a scavare il terreno come ruspe. L’epinefrina era entrata in azione non facendole sentire più alcun dolore. Era come se qualcuno avesse inserito la spina del suo caricabatterie personale nella presa della corrente provocandole l’aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna con la conseguente deviazione del sangue verso i muscoli che ritrovando le energie necessarie avevano iniziato a lavorare a pieno ritmo.

Era una scarpa da tennis lacera, di quelle di tela che andavano tanto di moda tra i ragazzini.
Doveva sapere, qualunque sarebbe stata la risposta, doveva sapere. Afferrò la scarpa che fece un po’ di resistenza prima di sbucare fuori dal terreno facendola ritrovare con le mani invischiate in qualcosa di molliccio e maleodorante. “Malissimo!”

Puzzava di marcio. Il sole si era nascosto dietro gli alberi sul lato ovest del crinale e mentre l’ombra prendeva possesso del burrone un soffio gelido le sfiorò il collo. Quello che ora aveva tra le mani erano i resti di un piede taglia trentasei. Un conato di vomito le invase la gola. Disgustata lasciò cadere il tronco di piede sinistro spezzato all’altezza del malleolo e mentre l’effetto dell’adrenalina svaniva lasciando nuovamente campo libero al dolore che le invase rapidamente ogni cellula del corpo ripensò al bambino scomparso l’anno prima.

“A quanto pare ci siamo incontrati prima del previsto!”

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