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Avvolgiti

Avvolgiti

Bianco. Un’ infinita distesa di bianco. Tutto ciò che vedo. Null’ altro.

“Guarda con più attenzione”

mi sussurra una vocina che sembra venire dalle mie spalle.

Ho guardato, e non voglio che ci sia nulla.
Infiniti puntini neri, impercettibilmente, si stendono sulla mia candida tela. Forse avrei dovuto vederli prima. Mi lascio avvolgere dalla spirale. Dopo tutto, mi piace macchiarmi un po’.
Tutta quest’ inutile fatica per rimanere pulita a tutti i costi, e tutti gli sforzi svaniscono con un soffio soltanto.

“Non credi che adesso gli altri ti vedranno sporca?”

La verità è che io lo sono sempre stata. Un po’ di puntini neri non hanno mai guastato, soprattutto se sono leggeri come quelli che vedi. Prova, finirai per sentirti leggera.

“Quelli che vedo? Forse dovresti chiederti se tutti vedono quello che vedi tu”

Ovvio che sì. E cos’ altro dovresti vedere?

“Nero. Nient’altro che nero. Un’infinita distesa di oscurità e, se mi sforzo e la vita mi sorride, posso scorgere sulla mia tela timidi puntini bianchi”

 

Che distorta visione della realtà, penso. Ma non dico nulla. Continuo ad avvertire la voce alle mie spalle, ma non dico nulla. E non ho il coraggio di voltarmi. Temo sempre che qualcuno decida di farmi vedere le cose per quelle che sono. Quindi rimango immobile, sperando che questa sensazione di smarrimento svanisca.
Mi succede spesso di sentire alle mie spalle ciò che mi sforzo di nascondere, le verità oltre le bugie che racconto agli altri. E a me stessa, soprattutto a me stessa.
Che senso ha, penserete, fingere di avere una tela candida e pulita su cui posarsi se quest’ immagine non corrisponde alla realtà?
Bella domanda. Mi svolazza nel cervello continuamente, e continuamente la ignoro, e continuamente ci penso, per poi fingere di aver trovato risposte poco convincenti.
“E’ che il nero non piace a nessuno”, tento di giustificarmi, quasi gridando, come se qualcuno mi stesse davvero ascoltando. Questa volta mi giro davvero, di scatto. Come supponevo, non c’ è nessuno. “E chi volevi che ci fosse?” dico tra me e me.
Tento di allontanare i pensieri, mi stendo e respiro. Chiudo gli occhi.

“A te piace il nero?”

Sgrano gli occhi e mi sollevo sul letto. L’ avete sentita anche voi, no?
Beh sì, ma se non piace a nessuno non c’ è gusto. Non posso condividere il mio piacere con nessuno.
Lo sto dicendo di nuovo a voce alta.
Ma questa volta voglio essere più convincente. Mi dico che ho la risposta e che non devo nasconderla.
Mi piace il nero. Lo adoro. E mi costringo ogni volta a nasconderlo a tutti. Vorrei gridarlo. E vorrei che gli altri lo accettassero. So anche perché non lo fanno. Non sono coraggiosi. Vogliono lasciarsi cullare dalle loro candide tele, dalle loro vite falsamente pulite, vogliono avere sempre la sicurezza di apparire al meglio di fronte agli altri. Anche se l’ oscurità li sta travolgendo.
Ci penso un po’. Sono come loro. Sono vigliacca, perché non ho il coraggio di gridare sempre ciò che vorrei, perché lasciarsi trascinare dalla marea è più facile che lottare con braccia e gambe e arrancare controcorrente fino a riva. Perché un’acclamazione è più comoda di un’ estenuante difesa della propria posizione, anche a costo di uscire perdenti.
E allora sì. Voglio gridare che voglio una tela nera. Che la voglio scura, come l’ anima di tutti noi. Che non ha senso fingere di non macchiarsi mai e che non voglio mai più nascondere ciò che sono fiera di essere. Che i miei puntini bianchi li faccio vedere solo a chi sa apprezzare tutto il nero che mi sta intorno. Che al buio ci si abitua, ci si fa la tana e si impara a star bene. È alla finta luce che non ci si abitua mai, quella ti farà sempre male agli occhi.

“Ora posso andare, volevo solo tu capissi.”

L’ ho sentita di nuovo. Questa volta sorrido, non mi inquieta più.
Mia madre corre in camera e spalanca la porta. Vuole sapere perché gridavo così tanto.
– Nulla, le dico. Sono solo felice. E volevo che tutto il vicinato lo sapesse.

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