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Vita mia

Vita mia

La mia famiglia, eccola. Lontana da casa, lontana dalla mia famiglia, lontana da me.

Sono le 5 del mattino.
Ho sonno.
Questa notte ho dormito poco, male, come sempre. Ma sto meglio, meglio di prima che il sonno era sempre sveglio, lì a ricordare tutto.
Quando chiudo gli occhi vedo spesso quelle mani dolci, ruvide, che in un attimo diventano ferro.
“Tu sei qui adesso, e devi pagare”.
“Tu sei qui adesso solo grazie a noi. E devi pagare”. E mi prendevano forte. Ma non era vero, non mi avevano mai.

Non mi avranno mai, mi ripetevo. Era la mia sola via di uscita. Ma non mi avranno mai per loro, mi ripetevo.
Stretta a sé, con egoismo, con violenza inaudita.
Io spesso cercavo di fuggire ma non con il corpo. Ma scappare era l’unica soluzione, di nuovo.
Pensavo al cuore che va via, dalla testa con la mente. Che segue in campi sconfinati, verdi di erba soffice e brillante, il pensiero.

Poi aprivo gli occhi e sentivo il dolore entrare e uscire e poi di nuovo entrare. Violento.
A senso unico. Senza il minimo piacere. Senza il più piccolo godimento.
Mentre a loro si che piaceva. Ridevano, come satana artefice di un maleficio.
Mi hanno sempre insegnato che se credi in Dio, lui può salvarti, lui può tutto, onnipresente.
Quindi lui era lí?
Ha visto?
E se ha visto perché non ha potuto, perché non mi ha strappato tra le sue braccia onnipotenti?
Forse avevo peccato, forse lo meritavo tutto questo.

Quella notte che mi ha portato lei, io lo sentivo il dolore ma dopo tutto, alla fine di quella notte maledetta, sentii immediatamente che qualcuno era cambiato. Che qualcosa era cambiato, in me, dentro.
Non volevo fosse così, ero diversa da tante, ma nessuno lo capiva.
Nessuno l’ha capito dopo, nessuno lo capisce ora. Perciò sono qui. Dopo la sabbia, dopo il sangue, dopo il sole arido, dopo il sale secco del mare.
Pensano sia una di quelle che erroneamente è caduta in tentazione lasciandosi andare per una volta sola. E che poi ha inventato tutto.
La pancia, i graffi, gli sputi ed il sangue.

Ora lei la vedo lì col suo zainetto che torna da me e mi parla in una lingua a me troppo sconosciuta, che imparo a fatica.
Infatti lei mi prende per mano e con i suoi esercizi impariamo insieme.
Mi ama, la amo, più di quanto odio quella maledetta notte.
Sono le 5 e la guardo dormire.
Le do un bacio sulla fronte e le preparo tutto per godere della sua bella giornata.
Da quando è venuta al mondo confeziono le sue belle giornate, ogni giorno della mia vita, per far si che lei non le affronti mai, le mie giornate. Come un regalo di compleanno che viene ogni giorno.
È un bel modo per accettare quella maledetta notte perché ormai è la mia vita.
“Neanche una giornata come la mia, neanche una volta. Mai”. Mi ripetevo tutte le mattine, alle 5.

Ora ho messo tutti i ricordi in un baule, chiuso a fatica, che spero qualcuno aprirà per me trovando una soluzione, una luce.
Sono le 5 ed io esco di casa, con la schiena spezzata, il gelo nelle ossa ed il volto scoperto.
Penso a lei ad ogni presa, ad ogni grappolo, ad ogni cassetta, altrimenti la mia giornata sarebbe finita già al di là di un ponte, di una torre o su di una di quelle maestose montagne che vedo in lontananza.
Marea, l’ho chiamata. Perché sentivo sempre questo nome in barca.
“Perché non ci fermiamo?” Chiedevo.
“La marea”. Mi rispondevano.
“Perché non scendiamo?” Sempre la stessa risposta.
C’era anche altro ma non capivo. Non capivo niente.
Non capisco e non accetto ancora niente.
Penso solo a Marea.

Un giorno venne quello che tutti chiamavano Capò, e ci disse di lasciare tutto lí e di scappare veloce, più forte che potevamo.
Correre tra le piante, tra l’erba.
Io non capivo mai tutto bene ma li vidi correre e corsi.
Ero velocissima, quasi mi piaceva.
Era la paura o la voglia di correre, non lo so, ma corsi.
Sembrava una gara, ma lo starter non era uno sparo ma sirene e grida.
Mi girai una sola volta e non vidi niente.
Dietro di me non c’era più nessuno, avanti solo l’erba, e le piante.
Corsi finché non sentii più nulla.
Di colpo un grido forte e mi ritrovai faccia a terra con le braccia dietro la schiena piantate sulle ossa, fragili.
Pensai che l’avrebbero fatto lí di nuovo.

Invece lui mi alzò, mi guardò il viso e mi accarezzò.
Mi portarono in una grande casa, piena di porte e sedie, tante piccole stanze dove ognuno di noi attendeva il suo turno.
Mi fecero sedere e mi chiesero qualcosa.
Non capii e solo con un filo di voce, impaurita dissi
“Marea”.
Nessuno mi capiva ma io ripetevo il suo nome insistentemente sempre più forte.
Mi lasciarono improvvisamente sola, in quella stanza bianca con tre sedie ed un piccolo tavolo con sopra tanti fogli.
Dopo qualche minuto tornarono ma con loro c’era un ragazzo giovanissimo, più di me, che si avvicinò e mi chiese, mettendomi una mano sulla spalla:
“Come ti senti?”
Finalmente, pensai, ora capisco, lui mi capisce.

Era felice di vedermi come se mi conoscesse da sempre, come se mi avesse atteso da sempre.
Cominciai a parlare senza freno, senza sosta e gli raccontai tutto. Tutto quello che potevo.
Ascoltava in silenzio e poi parlava con quegli altri uomini, che scrivevano tutto.
“Tranquilla, ora sei al sicuro. Ti portiamo in un bel posto, sicuro, come a casa. Prendiamo Marea e vi portiamo in una casa”.
Piansi per due giorni, ininterrottamente.
Marea mi chiedeva sempre perché piangevo ed io le dicevo che era la nostra soluzione.
La casa.
Una soluzione così semplice tanto quanto era stato impossibile trovarla.
Mi trovai subito bene.
Eravamo in pochi, ognuno aveva il suo spazio, comodo, ed i suoi compiti.
Anche Marea era felice, più di prima, aveva tanti amici.
Avevamo ora un casa.

La mia famiglia, eccola. Lontana da casa, lontana dalla mia famiglia, lontana da me

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