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Nel grande palazzo a picco sul mare l’allarme aveva cominciato a suonare molto prima che noi decidessimo di provare ad uscirne.  Di lì a poco gli ascensori si sarebbero fermati, i comandi avrebbero smesso di rispondere. Non ci sarebbe stata più aria, più luce, niente.

Nella cabina in movimento incollai gli occhi sulla punta dei piedi, come se fossi in imbarazzo. “Che c’è?”, mi chiese Heiner, impaziente. Poi aggiunse: “Ce la faremo, non ti preoccupare”. Provai a guardarlo fra le intermittenze elettriche e gli risposi con un sorriso. Mi domando ancora se gli è arrivato.

Poi, di colpo, accadde il previsto: un fremito ci scosse e sconvolse sorgendo dalle fondamenta di acciaio e di pietra. L’ascensore si arrestò con un tonfo metallico, le luci si spensero definitivamente. Cadde un buio totale, odoroso di orrore.

Sentii Heiner affannare e agitarsi alla ricerca del mio corpo, le dita percorrere l’aria e risalire freneticamente sulla lana degli abiti che avevo indossato in tutta fretta. Mi trovò e mi abbracciò. “Cerchiamo di riaprirlo”, disse in un soffio.

Subito dopo un bagliore azzurrognolo investì l’interno dell’ascensore. Dall’esterno provenivano voci indistinte, rumori di passi, la smania della rivoluzione. Scivolammo verso la fessura della porta scorrevole intenzionati a forzarla. Almeno Heiner, che ci provò facendo leva su entrambe le braccia. Continuò finché non iniziò a sudare.

“Se solo ci fossero state le scale…”, mormorai in preda al panico. Ma le guardie del palazzo sapevano che chiunque avesse tentato di boicottare il posto si sarebbe precipitato fuori per la strada meno in vista, più scomoda. Quando avevamo lasciato la nostra stanza non c’era un piano che non fosse presidiato. E anche gli ascensori; tutti tranne quello di cui solo io, Heiner e pochissimi altri conoscevamo l’esistenza, residuo di un vecchio mondo sovrascritto dal nuovo potere.

“Ci avrebbero presi”, rispose sicuro Heiner, tirando via col polso una lacrima di fatica.

“Sai che ci restano solo cinque minuti, poi disattiveranno tutto”. Mentre parlavo sentii la gola stringersi.

“Lo so Elsa. Non moriremo qui, te lo prometto”.

Stavolta non riuscii a sorridere, però guardai in alto, verso il soffitto, alla ricerca di una botola. Gli antichi protocolli di emergenza avrebbero dovuto prevederne una.

E infatti c’era.

“Lassù, Heiner!”

La cabina non era più alta di tre metri, il che rendeva possibile la manovra, anche se con un po’ di sforzo. Capii immediatamente che sarei stata io a procedere all’apertura, sollevata da Heiner. “Prendimi sulle spalle”, lo incitai. Mentre salivo pregai perché alle mie mani naturalmente goffe venisse un colpo di genio. Non accadde. La parola fallimento prese a pulsarmi in testa quando, per due volte di seguito, tentai di sbloccare il meccanismo di apertura senza riuscirci. Ricordo che sudai il doppio di Heiner.

“Non ce la faccio. Devi sostituirmi! Non c’è tempo!”, urlai a occhi chiusi.

“Ma come farai a tenermi?!”, protestò lui.

“In qualche modo. Ho sempre avuto le spalle larghe”, ribattei io.

Così scivolai lungo la schiena di Heiner, alla quale l’angoscia aveva appiccicato il maglione come una fodera. Lui era alto ma non troppo più di me; ce l’avrei fatta. Dovevo. Dovevo per il suo bene prima che per il mio.

Mi abbassai pronta a ricevere il peso del nuovo corpo. All’inizio esitammo entrambi, simili ad acrobati senza esperienza, poi le gambe e il torace di Heiner smisero di tremare. Sentii distintamente il suono della vecchia ferraglia della botola che cedeva sotto le sue dita e gioii nonostante il chiodo di dolore infilato fra le spalle. Dall’alto piovvero polveri e un fiato di aria viziata, anche se meno calda di quella che stavamo respirando da quasi 10 minuti. La libertà giaceva sepolta sotto uno strato di ruggine.

“Ora passo dall’altra parte e ti tiro su, Elsa. Devi avere ancora un po’ di pazienza” e si inerpicò nel buio. I suoi movimenti all’esterno della cabina produssero altri tonfi metallici, che mi ricordarono del mondo fuori. Aguzzai la vista sul quadrante del mio piccolo orologio da polso: ci restava un minuto.

Subito le braccia di Heiner vennero in mio soccorso, due strisce bianche fiorite dal nero. “Salta e prendimi, Elsa”. E io saltai e l’afferrai, ed ebbi paura che cedesse, che fossi un peso (ancora una volta), che per un solo istante di esitazione avremmo perduto e saremmo stati scovati, sgominati, appesi per il collo, lasciati a marcire. Perché io avevo ucciso il presidente, sì, ma Heiner, Heiner che c’entrava?

Nella tromba dell’ascensore l’oscurità era impenetrabile, appena rischiarata dai neon d’emergenza ma comunque a sufficienza per permetterci di individuare la scala metallica a pioli, adorabile vecchio sistema di fuga che quasi non speravo più di rivedere. Heiner vi si avvicinò tirandomi a sé. “Se la seguiamo fino alla cima, siamo fuori di qui. Ricordi la pianta, vero?”. La ricordavo. Il chiarore bluastro emanato dalla botola aperta bastava a illuminare anche i nostri volti – ancora per poco, pensai.

Prima un piede, poi l’altro, Heiner cominciò la scalata. Io restai immobile a guardarlo con il mare nella testa, il mare che ci aspettava fuori. Che aspettava tutti eccetto me.

Quando l’allarme smise di suonare con un trillo insopportabile seppi che il minuto era scaduto. Heiner, già a metà della scala, si voltò. “Che ci fai lì impalata? Sbrigati!”. Dal piano di sotto il frastuono stava aumentando.

“Scappa, Heiner. Tu meriti di farlo. Ti meriti il mare là fuori”. Mi accorsi solo dopo qualche istante che piangevo.

“Elsa, che stai dicendo…”

Un forte stridio seguì e urla e altra concitazione. Alla luce azzurra se ne aggiunse un’altra, più chiara, che ridisegnò il quadrato d’aria impresso sul soffitto della cabina. Erano arrivati.

“Ti amo, Heiner. È giusto così”, ebbi il tempo e il modo di dire. Con gli occhi provai a dirgli il resto: salire, andare via, verso l’oceano che aspettava solo lui. Con gli occhi lessi il suo stupore triste, l’indecisione, il desiderio sdoppiato di andarsene e restare. Così scelsi di risolverlo tornando giù, dentro la botola, oltre la ruggine, dove una selva di braccia sporche e feroci era pronta ad accogliermi.

Il mio posto, da allora e per sempre.

 

(in copertina: Meyerowitz, Doorway to the sea, 1982)

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3 Comments

  1. Franselkie Marzo 15, at 14:39

    Sarebbe bello svelarlo, @CronacaSocial! Comunque grazie a te! :)

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