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Tra questi vicoli stretti come viscere attaccate alla pelle, uno spiraglio di luce spinge. Ma non trova alcuno spazio che, comunque, risulterebbe superfluo: il sole brilla già dentro le pietre di ogni edificio. È bellezza minuziosa, le fondamenta trasudano anima; mentre li percorri, questi vicoli, senti il calore della pelle che bruciava di fatica mentre impastava cemento in forme perfette. Tra le strade, donne borghesi portano cani al guinzaglio: quella resta la loro unica isola di fedeltà. Mendicanti senza particolare talento e artisti di strada che di talento ne hanno tanto finiscono nel limbo dei disadattati in questa Babilonia. Venditori ambulanti che sanno vendere qualsiasi cosa, così inutile da non poterne fare a meno. Studenti con zaini in spalla che camminano come sospesi dai sogni di chi vuole divorarla questa città, nella convinzione ferrea che, una volta chiusi i libri, il futuro prospetti loro agi e carriere. È la magia di un percorso di costruzione di spessi rami di sapienza e ideologia. Adulti dalle teste basse guardano i loro passi, trascinano contraddizioni, il collo appesantito degli incontri con i furfanti che hanno conquistato la città. Li vedi con i piedi piantati bene a terra, consapevoli di non essere diventati. Fanno leva sulle gambe, servono quelle per andare via, via da questa terra.
Il mare diventa troppo piccolo, le strade troppo grandi; ogni cosa è ridimensionata a due occhi che si convincono che altrove è il posto, la via.

Ma non la puoi lasciare così Napoli, vecchia amante che con le mani ci culla di mille culuri, mentre con il cuore piange menzogne.
Allora ti fai gramigna, ti ci attacchi a quelle fondamenta con lo sguardo fisso verso il mare.
Perché se qui, in questa città, è volato il seme, la linfa che da germoglio ci ha fatto fiore, ed è un’oncia di rivoluzione e una di rassegnazione.

Alla fortuna di tanta bellezza si mischia la vergogna di fare spallucce, rassegnati a non saperla meritare. La vecchia amante ci gira le spalle ma non si rassegna che chella faccia d’angelo è fatta pe ngannà.

Ti senti un rivoluzionario che ha posato la rossa bandiera nell’attesa che un miracolo potesse sciogliere il sangue nelle vene.
Cerchiamo porti ma non ci convincono le navi. Ci facciamo cullare dai sogni ma abbiamo legato i piedi al letto.
Mentre fantastichiamo sulla fuga, affondiamo sempre più in basso le radici, pregando il Vesuvio di scoppiare al posto nostro.

Restiamo immobili e dimentichiamo che, in alcuni casi, la via di fuga è restare. Quando, pur conoscendo dove andare, sbagliamo i passi, ce la prendiamo con le scarpe anche se una piccola parte della nostra coscienza sa che possiamo andare a piedi nudi.

Mentre colei che ci ha girato le spalle, quella tenera amante impegnata ad ammaliare qualcun altro, ci guarda e ride.

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