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Temperare matite

Da che parte avrà cominciato? Se lo chiedeva sempre quando si trovava di fronte a qualche opera d’arte, quasi sempre un quadro, magari di quelli grandissimi, che coprono un’intera parete, che per vederli tutti devi fare più di tre passi avanti e indietro. Si avvicinava per riuscire a cogliere il verso del pennello mentre stendeva la pittura, cercando con tutte le sue forze di trattenersi dal toccarlo.
Non sempre ci riusciva. Una volta in Spagna, aveva allungato la mano, e con un dito aveva sfiorato un paesaggio di primavera, un prato fiorito. La custode l’aveva rimproverata guardandola come con sconcerto…ma come signorina, non lo sa che è vietato toccare i dipinti? Sa cosa succederebbe se tutti facessero così?
Si, si lo sapeva…eppure cosa avrebbe dato per poter accarezzare la guancia morbida di Psiche che si risveglia, oppure le mani di Dafne che diventano rami e foglie…toccare la coperta dorata degli amanti di Klimt, sentire gli strati di colore nei campi di grano di Van Ghog…
Lavorare di notte le era sembrata una grande idea. Da un po’ di tempo la confusione del giorno, i rumori, le voci delle persone le erano diventati piuttosto sgradevoli e, senza rendersene conto, aveva ridotto lentamente le sue uscite, limitandosi a lasciare il suo nido silenzioso solamente per le più impellenti necessità.
Doveva leggere giornali e farne delle rassegne tematiche; da una parte la politica, dall’altra ambiente, cultura, S. Remo, le elezioni…. Le piaceva leggere, i giornali un po’ meno, ma anche quelli erano interessanti. Quando trovava notizie curiose ne faceva una fotocopia, piegava il foglio in quattro parti e lo metteva nella tasca della giacca.
L’ambiente di lavoro non era male. Era anche piuttosto vicino a casa sua.
Aveva un computer personale ed una sedia rossa di quelle con l’imbottitura e le rotelle. Abbastanza comoda. Si era portata una tazza con dei disegni colorati, che aveva comprato in vacanza chissà dove, e ci aveva sistemato tutte le penne e le matite che aveva temperato per bene a casa. Questo l’aveva riempita di soddisfazione. Le piaceva molto temperare le matite.
Quando era piccola le piaceva molto disegnare i personaggi delle storie che la mamma le raccontava sempre. Erano personaggi strani: una bambina così piccola che si perdeva nei cassetti della cucina, un bambino che era talmente sbadato che ogni volta che usciva di casa si perdeva qualche pezzetto di sè, un piede, un braccio…I suoi compagni non capivano mai i suoi disegni, e lei si era convinta di non essere per niente brava a disegnare. Così, quando aveva voglia di disegnare qualcosa prendeva tutti i suoi pastelli e li metteva in fila sul tavolo della cucina. Li guardava un po’.
A volte li metteva anche in ordine dal più chiaro al più scuro o viceversa. Ma la paura di non riuscire a disegnare bene quello che era così chiaro nella sua mente era troppo forte, troppo dolorosa, che alla fine iniziava a temperare tutte le matite e, una volta rifatte tutte le punte, le rimetteva nel loro astuccio e ritornava a giocare con qualche altra cosa.
Il supermercato della stazione era aperto 24 ore su 24. Questo la maggior parte della gente non lo sa. Se le persone lo sapessero, pensava, non si sottoporrebbero al supplizio settimanale della spesa del sabato pomeriggio alla guida del loro carrello in fila al reparto latticini o qualcos’altro.

Innumerevoli rapporti di coppia si esaurivano nella lenta agonia della spesa del sabato pomeriggio. Innumerevoli coppie ogni sabato pomeriggio in qualche grosso supermercato, di quelli in cui le commesse fanno su e giù con i pattini a rotelle, sprecano le loro energie litigando per infiniti stupidissimi motivi, magari incolpandosi l’un l’altro di avere scelto come al solito la cassa più lenta. Di notte, invece, tutto questo non succedeva. Qualche ubriacone comprava del vino in cartone e
rovesciava un sacchetto di monetine sulla mano della cassiera. Qualcuno che si è dimenticato qualcosa di importante da comprare, qualcuno che torna da un viaggio, qualcuno che parte e si compra qualcosa da mangiare sul treno…chissà dove va…ha una valigia enorme…magari non tornerà più…
Qualcuno di corsa va alla cassa per una scatola di preservativi, ha così fretta che non fa neanche caso allo sguardo malizioso della cassiera, forse gelosa, lei finisce il turno domani mattina alle 7:30, chissà se qualcuno le avrà preparato la colazione.

Alice prendeva il suo carrello, proprio come se fossero state le tre del pomeriggio, e piano piano lo riempiva delle solite cose: pasta, pane, uova, zucchero, biscotti, cioccolata…arrivava alla cassa e metteva tutto sul tappeto scorrevole; le prime volte la cassiera la guardava con curiosità, ma poi, vedendola così spesso, non ci fece più molto caso.
E’ incredibile quanto le persone siano diverse tra di loro, a volte come se provenissero da universi distanti anni luce l’uno dall’altro eppure per certi versi così simili. Alcuni vivono in una corsa affannosa, cercando di afferrare tutto quello che gli capita sottomano, di cogliere al volo ogni occasione; si affannano in una costante lotta contro il tempo che, si sa, non fa mai prigionieri.
Alcuni sembrano arrampicarsi sulla vita, lottando strenuamente per i loro obiettivi, senza temere la fatica e senza guardare mai di sotto. Altri invece ci si tuffano dentro…ad occhi chiusi o tappandosi il naso…e poi si lasciano trasportare dalle onde, si abbandonano tra i flutti. C’è poi chi, cercando di nuotare contro corrente, fatica immensamente e non si accorge che, nonostante tutta quella fatica, non si è mosso di un millimetro ed è ancora lì, nel punto esatto da cui era partito.
Alice si era tuffata, e si era abbandonata alla corrente.

La sua amica era molto preoccupata, e ogni martedì le faceva trovare davanti alla porta qualche piatto cucinato da lei. “Se trova qualcosa di pronto”, pensava, “almeno qualcosa mangerà.”

“L’oroscopo sull’autobus!?” aveva pensato una mattina ritornando a casa dal lavoro; come se una persona la mattina, appena uscita di casa, avesse l’impellente necessità di conoscere, il più presto possibile, ciò che un perfetto sconosciuto ha pronosticato sul suo destino e su quello di milioni di persone del suo stesso segno zodiacale…mah!
Eppure da quel giorno provava quasi un sussulto quando, salendo sull’autobus, si accorgeva di quel piccolo schermo in alto che passava le notizie. Appena iniziava l’oroscopo, forse senza rendersene conto, guardava fuori dal finestrino per controllare le fermate e, per un attimo, un solo minuscolo istante, sperava di non dover scendere prima che fosse passato il suo segno. Quando era fortunata e riusciva a leggere quella piccola profezia si dimenticava delle milioni di persone che condividevano con lei la stessa costellazione e cercava di trovare il senso profondo che quelle parole acquistavano inserite nel contesto della sua vita. A volte era molto semplice, altre invece un po’ più complicato, ma ne trovava sempre uno di contesto. Solo una volta non ci riuscì. Si parlava del partner; e lei, anche pensandoci un po’ su, non riuscì proprio a trovarne uno.
Allora pensò senza tristezza che forse sarebbe stato carino da parte del signore che faceva gli oroscopi formulare anche un’ipotesi alternativa, per esempio “per il Leone oggi una giornata di fantastica intesa con il partner; chi non lo ha e, anche pensandoci un po’ su non riesce proprio a trovarne uno, riceverà un inaspettato complimento dal ragazzo del negozio all’angolo, oppure una telefonata da un’amica che non sentiva da un po’”. Sarebbe stato certamente molto carino.
Camminando per strada guardava dritto davanti a sè, quasi senza accorgersi delle persone che le passavano accanto; guardava davanti e, mentre si faceva largo tra la folla della metropolitana ascoltava spezzoni dei discorsi della gente, sorridendo fra sè e sè del discorso che si componeva con le varie frasi, ascoltate, l’una dopo l’altra, da voci diverse.
La sua vita era stata una continua, incessante, infaticabile ricerca dell’amore. Dell’amore unico, dell’amore come essenza, energia vitale che scorre, si muove, che è in continua mutazione.
Inafferrabile, impossibile da catturare dentro qualsiasi definizione.
Lo cercava con la più completa consapevolezza che prima o poi, non poteva sapere né quando né come, avrebbe incontrato qualcuno…lo avrebbe riconosciuto subito, e la stessa cosa sarebbe successa a lui e non ci sarebbe stato bisogno di parole.

Strano che non si fosse accorta che da un po’ di tempo questo pensiero era stato quasi del tutto dimenticato, nascosto in fondo ad un cassetto, soffocato da mille altre cose inutili, di quelle che non usi mai ma ti dispiace buttarle.
Questo suo vivere seguendo i ritmi che la vita impone più o meno a tutti, ma invertiti, la facevano sentire al sicuro. Diventava trasparente, invisibile agli occhi di tutti; come uno spettro, poteva aggirarsi tra le persone e, senza essere vista, riusciva finalmente ad osservarle da vicino, studiarle, e cogliere i loro più profondi segreti senza che loro neanche potessero immaginarlo.
E così passava i giorni, riuscendo ad essere felice per tutte quelle cose che per la maggior parte delle persone al mondo, immersa nell’andirivieni giornaliero, non nota neppure o, se le nota, trova del tutto irrilevanti.
Tutte le mattine per esempio, tornando a casa dal lavoro, incontrava un uomo di colore, con le trecce rasta raccolte in un cappello colorato, che suonava nella metropolitana. Quando passava lei, lui aveva appena finito di montare la sua tastiera ed iniziava a suonare; cantava ogni genere di canzone ma sempre ed esclusivamente con una base reggae. In questo modo tutte le canzoni si assomigliavano a tal punto che a volte, anche sforzandosi, Alice non riusciva a riconoscerle che un attimo prima di salire sulla scala mobile in fondo al corridoio che portava all’uscita della metro.
Lui era lì, tutte le mattine. Arrivava, preparava il suo strumento come fanno i grandi musicisti prima dei concerti e iniziava a suonare; certo dopo aver sistemato un cappello per terra con qualche spicciolo dentro per invogliare un po’… Rimaneva lì a cantare fino al pomeriggio, poi arrivava una altro tizio con un basso che gli dava il cambio. Cantava per se stesso, senza mai guardare le persone che passavano, senza mai incrociare uno sguardo, senza fare un sorriso. Cantava. Da solo. Nella
metropolitana. O forse su un palco davanti a milioni di persone…

Quella mattina tornò più stanca del solito; i suoi passi si avvicendavano lenti, sentiva le gambe pesantissime e il rumore delle sue scarpe mentre saliva le scale rimbombava nella sua testa come un’eco lontana. Infilò la mano nella borsa cercando le chiavi di casa come in una pesca miracolosa mentre guardava la posta arrivata. Trovate! Davanti alla porta qualcuno le aveva lasciato un contenitore con qualcosa da mangiare; lo afferrò guardandolo, sorridendo lievemente. La sua amica Lisa si preoccupava sempre che non mangiasse abbastanza.
Il sole della mattina illuminava tutta la sua casa. Il fatto che ogni giorno, ogni volta che apriva quella porta, avesse la certezza assoluta di ritrovare ogni cosa come l’aveva lasciata, la rassicurava, dandole l’illusione di avere tutto sotto controllo; alcuni giorni invece, quella stessa identica situazione le trasmetteva una malinconia così profonda da farla anche piangere a volte. A volte aprendo la porta, senza rendersene conto, si aspettava di trovare i segni di una presenza; un bicchiere sporco sul tavolo oppure un giacchetto lasciato così sulla poltrona. Invece l’ordine freddo e rassicurante che piano piano si era costruita intorno, senza alcuna pietà, le ricordava quello a cui spesso non faceva più caso. Era sola. SOLA. Niente bicchieri sporchi nel lavandino, tranne quello della sua colazione, e niente giacchetti lasciati così sulla poltrona.

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