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Barabba, Barabba! Liberate Barabba! Morte al Nazareno.
– Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno…

Oggi risorge Dio in suo figlio. Lo fa ogni anno: rinasce per consegnarsi al Padre, compiuto che abbia il sacrificio della sua materia.
Allo stesso modo, ogni anno, viene al mondo un bambinello adagiato in una misera mangiatoia, sotto il fiato di due bestie generose. Cullato, più che dall’amore di sua madre, dagli occhi dell’uomo che lo accoglie nel suo “mistero”.
Rinasce e muore perpetuamente, quel figlio, da duemila anni e più, attraverso un culto che pretende di richiamare l’amore che originò la vita. E che chiamiamo Dio.

È tutto perfetto nelle immagini che oscillano nelle nostre menti, filtrate da memorie ovattate dal tempo.
Una capanna, una croce: un cerchio disgiunto che pretende di restare incompiuto, eterno ritorno. La vita e la morte. Ogni cosa è in equilibrio, tra il qui e l’altrove, il sopra ed il sotto, il cielo e gli inferi di noi.
“pace e guerra”, Fratelli. Come “pace e bene”!

La pasqua del Signore. Liturgie della ripetizione; riti catartici; idolatrie con radici così salde, seppur lontane nel tempo, da tramutarsi in emozionanti rappresentazioni. L’utile spinge a pulire l’anima: processioni che si picchiano il petto; nuove Baccanti sotto manti neri; vaghe ed indefinite velleità di guerre a scadenza, o perdoni a tappe. È il nostro omaggio a quel Dio ucciso nel petto mille volte: nei pregiudizi, negli spazi chiusi ed angusti dei nostri schemi, nell’esclusione, nelle calunnie, in tutto il male che ci gonfia in petto verso quanto ci ricaccia nella nostra imperfezione. Illusi. Il “buon samaritano” non potrà salvarci sempre!

Quanti altari in ginocchio a mani giunte! Perché non abbiamo imparato a perdonarci la nostra ‘statura’? abbiamo, però, inventato un Dio misericordioso, per avere un’opportunità di salvezza dalla nostra finitezza. Per ucciderlo ogni anno ed ogni anno avere la nostra salvezza in cambio della solita colpa. Comunioni che si rompono sciogliendo nel sangue, invisibili. Venerdì una cesura tiepida schiudeva e concludeva pensieri. Interpretavo il mio “altrove”. Nessuna Messa. Ho deciso che non volevo ascoltare quella madre traboccante di dolore. La “chiamata” mi avrebbe distrutta. Non ho sostenuto quel Cristo al centro della navata, col suo costato ferito. E, soprattutto, la corsa di quella Madonna spinta sotto il vento del suo velo, e trafitta nella veste. Era ancora giovedì.

Il giorno prima, avevo avuto il mio “solito mare”. Un primo sole che ha fatto il suo dovere. Partenza, sorriso, amica. Strada, neve sull’Etna. Ossimori dentro. La vita e la morte. Un tormento. Ma ho respirato piano, altrove da “qui”. Chiudendo lo sguardo in un punto altro, ho sorriso e riso fino alla punta del vulcano.
Dall’ingresso in città con le macchine a metà su marciapiedi, al parcheggio effettuato con gran maestria, all’applauso sonoro di due esemplari maschi “ringalluzziti” quando ho finito di aiutare la mia amica Rosaluce a passare il nuovo super rossetto. Tutto ha corrisposto il mio amore. Il cosmo era lì e c’era Dio. Era già risorto da tutto il dolore dei mesi e degli anni, da tutto il dolore che tornerà e che verrà accusato come un diritto perduto in luogo della “bellezza”.

La stessa bellezza che sento tutta dentro quando amo. Quando perdono e quando non posso. Quando “mi” perdono e quando non posso. Possano rompersi i nostri indici alzati. I manti delle nuove Baccanti, pezzi di gesso sgretolati dal cuore inaridito, esigono di prendere solo “una metà” degli altri e l’altra ricacciarla nel mondo in cerca di una croce.
Non siamo che l’anelito da una spiritualità delusa da una morale troppo stretta. E stretti, stiamo, negli abiti che servono a mostrare la nostra grandezza; ad incutere timore e riverenza.

Barabba, Barabba! Liberate Barabba! Morte al Nazareno.

Non siamo fatti per i “misteri”. Giuseppe ha sperso il suo ‘seme’ nel deserto. Somigliamo di più a Giuda. Non lasciamo Cristo sulla croce. Proviamo ad essere veri. Buoni e caritatevoli, ci riesce bene solo a Natale e Pasqua!

Perché non sanno quello che fanno, perdona loro, Padre.

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