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La prima notte di nozze

Pagliacci

Pagliacci

Il mio sguardo ondeggiava tra la televisione spenta e l’orologio, l’una immobile,con un drappo nero come sipario, vetro che rispecchia la mia immagine dai confini sfocati, e l’altro veloce, inafferrabile. La testa, avvolta da una cortina di fumo, era come lo schermo brulicante, che aspetta di essere acceso per dare sfogo a quella turba di programmi indefiniti, che si agitano senza trovar realizzazione, tutti infilzati da quella lancetta dei secondi, spiedo che raccoglie i miei appuntamenti mancati, i miei fallimenti. A luci spente, affinchè l’oscurità, che rende i pensieri come piombo, collaborasse ad accrescere quella sofferenza, ultimo segno di vitalità, speranza da cui poter ripartire, soffio testimone di un corpo non ancora cadavere. Mostri informi erano diventati i miei eroi; laghi inquinati i mari cristallini, su cui correvano i velieri in attesa di quel grido dalla coffa: Terra. Ero intrappolato dagli stessi fantasmi nati dalla mia fantasia. La penna che li aveva creati, diveniva una spada per combatterli, se solo avessi avuto la forza di rialzarla. La cima della sigaretta si infiammava, ad ogni tiro che avrebbe bruciato i miei polmoni: era quel fumo la mia difesa contro la danza muta dei mostri informi, che nascono da una mente sovraeccitata dall’immaginazione della cattività. Fu allora che squillò il telefono; di solito lo lasciavo suonare, evitavo di ascoltare qualsiasi voce. Relegato nel silenzio, anche la voce più soave mi sembrava un fastidioso rumore, che avrebbe accresciuto la mia emicrania. Da rapitore di me stesso, da ostaggio non  comunicavo con nessuno, se non quando lo decideva il rapitore, che mai mi chiedeva il riscatto, il prezzo da pagare per scacciare via la nebulosa, che si annida in ogni essere vivente, che paralizza, spaventa. Fu un atto di ribellione che mi spinse a prendere il telefono; risposi:

– Pronto?

– Salve, signor Graziano, sono un membro dell’associazione Mavi. La chiamavo per invitarla ad un concerto di pianoforte, che si terrà domani. Ho visto tra i partecipanti il suo nome e volevo avvisarla che l’appuntamento è per domani, alle dieci a Castel dell’Ovo, per una visita guidata, e poi ci recheremo insieme al luogo dove si terrà il concerto. Spero che lei ci sarà, buona giornata.

Il primo pensiero fu di maledirmi per aver risposto, un’altra perdita di tempo, un’altra occasione per spendere del denaro per fini inutili.

– Pronto? – incalzò la voce.

– Si, ci sarò. Buona giornata.

Riattaccai subito, lanciai il cellulare e tornai alle mie occupazioni, orologio e televisione spenta. Decisi di andare per liberarmi un po’ da quella prigione, con la consapevolezza che l’avrei portata dentro di me, con tutto il suo peso. Era il mio fagotto da viandante, ormai lercio, ma che aspettavo sempre di riempire, e quanto più era vuoto, più era insopportabile, pesante, massacrava la mia schiena. Mi svegliai di buon’ora, come ero solito fare un tempo, almeno due ore prima della partenza del treno, che mi avrebbe condotto in città. Scelsi una camicia comprata molti anni prima; pensavo che sarebbe servita per molte occasioni, che regolarmente, invece, avevo evitato. Ero pronto in meno di mezz’ora, restava ancora un’ora e mezza e, invece di recarmi alla stazione, per utilizzare quel tempo per girovagare per il centro, ripresi il solito posto a capotavola: accesi una sigaretta, fissai l’orologio e, per la prima volta, sapevo che mi sarei liberato a breve da quella televisione spenta.

Arrivai a Napoli sotto un cielo limpido; faceva addirittura caldo, per essere Novembre. Ero il  primo, avrei voluto evitarlo; la puntualità era una delle mie ossessioni. Non fa nulla, non ha altro di meglio da fare, non ha nessuno che lo accompagna, nessuno da incontrare; questo pensai di leggere negli occhi di quella stessa ragazza, che mi aveva chiamato,  mentre mi stringeva la mano per presentarsi. Avevo sbagliato ad accettare l’invito. Avremmo aspettato gli altri e, dopo una breve spiegazione sul luogo del nostro appuntamento, saremmo andati a piedi in un locale non lontano, dove già il pianista ci attendeva. Non tardarono ad arrivare altre persone e ne fui davvero sollevato, perché mi sottrassero dallo sguardo di quella ragazza, che, sicuramente, si stava chiedendo che lavoro facessi, o di cosa mi occupassi; le avrei voluto rispondere:

– Niente. Non faccio nulla. Controllo l’orologio, o lui controlla me; scandisce il tempo che ho sprecato, perchè non faccio niente. Sono stanco. Se penso al denaro, allibisco. Utilizzo il tempo, cercando ciò che mi possa rendere felice. Peccato che i personaggi, che mi hanno tenuto compagnia, che hanno reso dolce anche la solitudine, si siano trasformati in assassini.

Mi dicono che tutti sono felici, tranne me.

– Forza, andiamo, non possiamo più aspettare! – Aveva già concluso la spiegazione su quel luogo, il motivo del suo nome, le leggende che si narrano su quella fortezza, ed io non l’avevo sentita pronunciare nulla. Mi ripresi dal mio solito delirio, accesi un’altra sigaretta ed una brezza si alzò dal mare; mi sembrò di vedere sventolare quel fagotto, la mia prigione. Lo sentii rumoreggiare come una bandiera nella tempesta: era bastata una brezza leggera, calda, amorevole a farlo contorcere.

Un gruppo di ragazzi mi precedeva, sorridevano ad ogni battuta fatta da un ragazzone in camicia, cappello e giacca; pensai che doveva essere quello l’abbigliamento giusto per l’occasione: non bastava la camicia, era opportuno mettere anche la giacca. Per ultimi, c’erano tante coppie di anziani; gli uomini davano il braccio alle proprie signore: impiegati dei vari uffici dell’amministrazione statale, professori con nessuno più da valutare. Le donne con i cappelli e gli uomini con le loro spille in bella mostra, tutte d’oro, a simboleggiare la gloria di quegli anni trascorsi: una chiave di violino, una rosa, una cinquecento, tutte scelte accuratamente dal loro campionario di eccellenze; erano felici, sorridevano interessati. Si ripresentava loro l’occasione, come anni addietro, di uscire dalla monotonia, la stessa di una vita passata, dietro le scrivanie di edifici fatiscenti, alla ricerca di una spillatrice, che non si trova mai, di una fotocopiatrice, inceppata, e del pranzo tra colleghi, dove nessuno più parla. La gita la domenica, il pranzo, la caccia, l’evento di beneficenza; anche gli hobby erano uguali, protocollati su di loro, come se fossero compresi nel contratto d’assunzione. Il sabato riposerai, la domenica andrete a pranzo fuori: lago, fiume, o mare, a seconda della vostra locazione. La tua fede sarà il lavoro, le spille, la macchina. Era l’orario della canicola, quando ci avviammo per una salita ripida; procedevamo a stento, data la pendenza, i giovani come gli anziani, nessuno si volgeva a guardare il panorama. Proseguivamo con la testa bassa, protesa in avanti, come un peso lanciato in avanti e da raggiungere, per non fermarci. I muscoli, dopo tanta inattività, si infiammarono, mi dolevano; il sangue, che scorreva sospinto dal battito sempre più frenetico del cuore, premeva contro le pareti della mia testa.

Bruciavo.

Erano passati venti minuti da quando avevamo iniziato a salire; dopo una curva, vedemmo un gruppetto di persone di fronte alla porta di un’officina. Dietro di essa, si notava una scala che scendeva a picco. Ci fiondammo tutti all’interno, per sfuggire al sole, che già aveva costretto alla sosta i più anziani. Era una cripta, adibita a laboratorio di pittura, c’erano quadri ovunque e sul fondo, al lato, sotto una volta, il pianoforte. Lo spazio era molto piccolo ed, al suo interno, erano state messe ad incastro una ventina di sedie. Ci accomodammo, in silenzio, ci godevamo la frescura di quell’ambiente.

Ma presto divenne gelido.

Cominciammo a guardarci tutti, con la stessa domanda incisa negli occhi: -In che posto eravamo finiti? – L’apice della nostra salita ci aveva condotto nel ventre della terra. Sul fondo, c’erano due enormi quadri coperti. Vedevo gli altri in preda all’agitazione, dubbiosi, ma quel posto si intonava al mio stato d’animo. Mi sembrava di essere l’unico a non curarsi del soffitto troppo basso, dei quadri dai colori funebri, quando fece il suo ingresso un omino basso, dalla pancia gonfia, che nascondeva le sue gambe ed il collo, come se il suo corpo fosse costituito unicamente da quella parte; da sopra quella collina, spuntava la testa, costretta a star ferma da una cravatta rossa, annodata stretta, che disegnava sulla pancia uno squarcio netto, profondo, dividendola in due.

– Signori, benvenuti! – Alzava la testa verso la volta, per far rimbombare la sua voce, e ciò faceva sembrare che fosse quella lunga ferita, disegnata dalla cravatta, a parlare – Sono il pittore Masino, questo è il mio laboratorio. Come potete vedere, non ho bisogno della luce per dipingere, ecco perché ho scelto una cripta! – Lui rise,tutti risero – Oggi ascolteremo alcuni brani del maestro Gantini, ma prima, occhi su di me.

Non serviva quella sottolineatura; dal suo apparire, nessuno aveva osato distogliere lo sguardo da quell’uomo, tanto stupiva quella figura bizzarra ed, allo stesso tempo, spaventosa. Scoprì quei quadri, con fare da prestigiatore sfrontato, più che da timido artista. Vi erano raffigurati due pagliacci in bianco e nero: uno sorrideva, l’altro era triste. Gli occhi famelici del sorridente si scontravano con quelli opachi del triste. L’uno l’opposto dell’altro. Guardai meglio e mi accorsi che non era così: il sorriso stampato del primo, era il ghigno malefico dell’animale in preda alla follia per la fame. Un razziatore, ecco cosa era quel pagliaccio. Il pagliaccio, dalle labbra tristi, aveva dipinto negli occhi il terrore; sembrava volerci mettere in guardia dal suo simile. Con la bocca contratta in quell’espressione, ci chiedeva scusa per aver preso parte al tranello di cui eravamo vittime.

-Comprando un biglietto della nostra lotteria, potrete portare a casa una di queste opere d’arte: sceglierete voi quale.

Non finì la frase, che scoccò la prima nota.

Sobbalzammo.

Nessuno si era accorto del pianista; era in quel cantuccio, al buio, nascosto dal pianoforte. I capelli, neri come la pece, incollati alla testa, sembravano essere un prolungamento del piano; se avessimo abbassato lo sguardo, avremmo potuto notare lo scintillio delle scarpe laccate sui pedali, ma nessuno ci aveva fatto caso. Era lì da prima, o era uscito anche lui da sotto la stoffa, quando era stata lanciata in aria?

Si cimentò in un’orgia sfrenata di note; ad ogni suono la volta tremava, dal soffitto scendeva la polvere bianca dell’intonaco. Più suonava, più eravamo attratti dai quadri, che ci apparivano vivi. Il sorriso del pagliaccio diveniva sempre più beffardo, i denti sembravano fauci pronte a serrarsi, non appena avessero sentito la carne sotto di esse; l’altro era sempre più triste, disperato per ciò che vedeva. Eravamo come in una bolla, ipnotizzati, anche quando passò il pittore con un cappello, per raccogliere i soldi del biglietto per l’asta. Tutti tirarono fuori delle banconote, senza neanche guardare quanti soldi stessero per far cadere in quel cilindro; le banconote divennero bigliettini numerati. Si respirava a stento così accalcati. Un signore anziano, in prima fila, fu l’unico ad accennare un movimento: strinse forte la mano della moglie, che doveva essere gelida, perchè si girò di scatto a guardarla.

Fu allora che capii.

La polvere, caduta sul viso, era come il cerone usato dai pagliacci per truccarsi. Eravamo diventati noi i pagliacci, identici a quei quadri. Loro osservavano quello spettacolo, noi, accompagnati da un requiem, perdevamo il colore, che il sangue bollente aveva dato ai nostri visi dopo la salita: uno ridendo, l’altro terrorizzato. Mi girai freneticamente, ci doveva pur essere uno specchio. Vidi un altro pagliaccio piangere: era il ragazzo belloccio, che tanto aveva fatto divertire tutti i suoi coetanei, durante la visita.

Corsi fuori.

Avevo bisogno di luce e, soprattutto, di un po’ di acqua per poter sciacquare il mio viso, che andava seccandosi; la pelle diveniva rugosa velocemente. Fu all’aria aperta che cercai, con gli occhi, il mare; non lo vidi. Impattai in quella colata di cemento, che aveva nascosto per sempre il panorama, per creare altre cripte rumorose, dove gli impiegati, consolati da un mensile sicuro, sarebbero invecchiati. Un intero palazzone correva lungo tutta la striscia di mare, alto quanto il colle che avevamo salito, e mi sentii come se le fauci del pagliaccio fossero spalancate; sentivo il suo alito caldo sulla nuca. Si alzò il vento e cominciò a spazzare via quel bianco dal mio volto; caddi in un pianto dirotto. Ero salvo. Lacrime dense, adesso, scendevano lungo il mio viso, cancellavano il bianco,disegnando dei rigagnoli. Con esso cadeva la maschera che avevo indossato molto tempo prima, quando ti vidi andar via, mentre quei fogli divenivano sbarre; mi condannavo per non seguirti più: troppo rara per continuare a cercare.

Uscirono tutti festosi; li sentivo congratularsi con colui che si era aggiudicato il quadro. Scelse il pagliaccio sorridente, per dare un tocco di allegria al suo ufficio. Il vento si alzò forte; il fagotto era pieno e leggero. Toccai il taschino della camicia e tirai fuori la penna; ti avrei raggiunta.

Ero libero.

Goccia d’acqua in un mare di cemento.

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