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Si può perdere la visione del mondo?

Si può perdere la visione del mondo?

Siamo sinceri, noi giovani non siamo apatici ma carichi e colmi di speranze.
Ci sacrifichiamo per ottenere i tanto ambiti titoli di studio. Tra una vodka ed un’influenza ci riusciamo. Perché è il futuro ciò che conta. Usciamo da quei grossi edifici universitari ripromettendoci di non tornarci neanche per parcheggiare e con un bel grido liberatorio salutiamo (ognuno a proprio modo) gli odiati ed amati docenti.

Crediamo in noi stessi e nelle nostre potenzialità ed in fondo che sarà mai cercare lavoro?
Ormai abbiamo scalato ben più grandi montagne di libri e compendi e riassunti e appunti e registrazioni.
Saltiamo a tuffo nel nuovo mondo, davanti ai nostri occhi e se possiamo sentirci più leggeri evitiamo paracaduti. Siamo convinti di poter gestire ogni soffio di corrente avversa.
Scendiamo a picco con il sorriso e l’adrenalina e ci persuadiamo che l’atterraggio sarà memorabile, che ci agganceremo presto all’occasione più significativa della nostra vita.
Ma la realtà non è quella programmata in partenza.

Ci sono i fattori che pensavamo non ci avrebbero riguardato: le lunghe attese, le imminenti partenze, sballottati da una città ad un’altra a mantenere sani e lucidi i nostri visi convincenti di fronte a chi ci spreme, a chi crede di conoscerci a sufficienza dedicandoci mezz’ora della mattinata, di fronte alla retorica del “le faremo sapere”.

E li ci adattiamo alle proposte dei potenti, alle messe in prova dei capi, come se fossimo macchine da collaudo e se qualche bullone non dovesse essere conforme alle loro direttive, non resta che gettarci.

Ci manipolano con le presentazioni aziendali facendoci sognare quel posto, ci squarciano i sogni perché non si può campare di utopie. Invece loro hanno i mezzi per forgiarci. E li ti senti burattino di uno schema che si ripete per ogni nuovo entrato. Ti senti nella pubblicità dei biscotti, in cui sei nel sistema sociale perfetto.

Hai l’assoluto, il lavoro e la casa; ma peccato che quel lavoro non ti esprime e la casa odi condividerla.
Ti hanno portato lontano 1000 km e tu avevi chiesto con tutte le forze di scendere alla fermata precedente, di cantare in auto con gli amici il venerdì, di poter abbracciare  mamma e papà il sabato e pranzare dai nonni la domenica.

Abitiamo in posti sbagliati, ma li sopportiamo;
Condividiamo giorni inquieti, ma tiriamo avanti;
Silenziamo il malessere perché non esiste alternativa; ma è un po’ al pari di un cellulare: continua a vibrare e ad illuminarsi lo schermo.

Allora ho proposto a me stessa di smetterla e riacchiappare quello che mi era stato tolto, senza mezzi termini e false garanzie. Al diavolo la banca e l’abito senza una piega! I miei sogni e le mie passioni non saranno accantonate per concedervi la vittoria di avere un pezzo in più nel vostro gioco di marionette.

Abbiate coraggio di liberarvi da soli e di bastarvi, di sorridere per gioia e non per piacere ad altri, di spezzare le catene e riavere l’atterraggio che gradivate.
Scendete a quella fermata.

La mia liberazione la dedico ad ogni cosa che pretendevo di non sentire.

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