Breaking news
25 Giugno 2019

La Cala del Leone

20 Giugno 2019

Veleno

17 Giugno 2019

Una corteccia di quelle

12 Giugno 2019

Le vite di Lucella

6 Giugno 2019

Il corvo e la volpe

Prima e dopo

Prima e dopo

Ultimamente le capitava spesso di svegliarsi di soprassalto nella notte, come scossa da un rumore improvviso. Attorno a lei, invece, silenzio immobile.

Non ricordava mai cosa stesse sognando, ma doveva essere di sicuro qualcosa di angosciante e claustrofobico, perché le lasciava addosso una sensazione quasi di soffocamento, come quando ti immergi in profondità per prendere una conchiglia sul fondo che ti sembra vicina e invece fai fatica a raggiungerla e quando risali in superficie ti sembra di non arrivare più, come se la distanza sia raddoppiata e, nonostante la forza di galleggiamento ti accompagni naturalmente verso l’alto, c’è sempre quel secondo in cui pensi di non farcela, giusto un attimo prima di bucare la superficie e respirare ancora.

In effetti da un po’ viveva come sommersa. Da QUEL giorno era un po’ come se avesse smesso di respirare.

Un lutto ti cambia la vita, un lutto è un dolore terribile, una ferita nel cuore… frasi del genere le aveva ascoltate mille volte da amici e parenti, persone addolorate per la perdita di un affetto, di una persona vicina. Solo ora si rendeva conto di non averle mai comprese fino in fondo.

QUEL  giorno aveva diviso irrimediabilmente la sua vita in due parti,  creando un “prima” e un “dopo” QUEL giorno. DOPO quel giorno niente sarebbe stato come PRIMA.

Una telefonata, una semplice telefonata aveva spezzato a metà la sua vita in quel modo, con una botta secca, come di un’ascia su un tronco. Un unico colpo ed eccola lì, la sua vita, un PRIMA e un DOPO.

Da quel momento, come in un frullatore, mille cose da fare, persone da chiamare, parole, documenti, istruzioni da impartire, decisioni da prendere. Nei film americani quando muore un uomo, sua moglie di solito piange disperata in un letto con eleganti lenzuola di seta e ricompare in un impeccabile tubino nero il giorno del funerale e stringe la mano in maniera compita ad amici e parenti.

Nella realtà, poco dopo aver saputo della sua morte improvvisa, Sara era corsa al bancomat a prelevare tutto ciò che poteva, visto che il loro conto in comune sarebbe presto stato bloccato in attesa della successione. I medici avevano bisogno di effettuare il riconoscimento della salma, le dissero una volta arrivata in ospedale. Aveva salutato Marco, la mattina, mentre usciva a fare jogging e adesso Marco era diventato “la salma”. Odiava quella parola.

“Ecco signora, una firma qui… mi scusi, sa, la burocrazia… ecco fatto, grazie. Condoglianze.” Odiava anche quella di parola, così vuota e priva di coinvolgimento.

“Allora signora per l’organizzazione del funerale, se non ha altre preferenze possono aiutarla questi signori dell’agenzia”

Dietro di lei ecco che si erano materializzati due signori eleganti con delle cartelle in mano. C’era da organizzare il funerale. Sara voleva solo piangere e urlare. Chissà nei film americani chi ci pensa a organizzare il funerale mentre la vedova (anche quella una parola che odiava) piange nel suo letto di seta.

Mentre sceglieva il legno più adatto alla bara di suo marito pensava a quante volte nella vita una persona pensa di non essere in grado di fare delle cose, di sostenere delle situazioni spiacevoli, come quella ad esempio. Quante volte di se stessa aveva pensato “non riuscirei mai a gestire una situazione simile” oppure “ad una cosa del genere non sopravvivrei”. E invece. “Abete o faggio?” “Abete andrà benissimo”. Le ricordava il Natale.

Prese dalla borsa il suo cellulare e dal display pieno di notifiche capì che la notizia si era diffusa.

Trovò un appoggio per sedersi e iniziò a rispondere ai messaggi. Mentre digitava ormai meccanicamente risposte retoriche e informazioni logistiche sul funerale le venne in mente che nessuno aveva avvisato in ufficio; a lavoro si stavano certamente chiedendo che fine avesse fatto, magari lo stavano aspettando per qualche riunione. Per i suoi colleghi Marco era ancora vivo; in quel momento probabilmente lo immaginavano imbottigliato nel traffico oppure al bar a fare colazione. Sara invidiò quella sensazione, quel momento di inconsapevole e benefica ignoranza. Compose il numero e parlò con la segretaria, spiegandole la situazione. C’erano cose da sistemare in fretta per via della società, delle quote, conteggi da fare, documenti da firmare. Si, si, ce l’avrebbe fatta di sicuro a passare un momento, era importante “mettere in regola certe cose al più presto, sai, la burocrazia…” disse la segretaria.

“Essere la moglie di qualcuno vuol dire anche questo, ci sono delle cose da fare a cui non puoi sottrarti. Certo io pensavo magari allo stirare le camicie e andare a cena dai suoi a Natale come massimo del sacrificio. Non a scegliere il legno di abete o parlare con la sua segretaria di cessione delle quote mortis causa e successione di capitale.”

Sbrigata l’ennesima questione burocratica rientrò a casa con l’idea di un rifugio sicuro in cui rintanarsi per un po’. Anche senza lenzuola di seta il suo letto sarebbe andato benissimo. Mentre girava la chiave nella serratura ebbe un pensiero improvviso: la casa non sapeva. La casa non lo sapeva ancora che Marco non c’era più, che non sarebbe più tornato. Infatti, la sua giacca era ancora sull’attaccapanni all’ingresso e lo spazzolino appoggiato sul lavandino e i suoi calzini in lavatrice e in frigo lo yogurt per la colazione.

Quello era lo yogurt che piaceva a lui, quello con i cereali; a lei piaceva quello alla frutta, Marco invece diceva che sapeva di artificiale e lo voleva bianco, 0 grassi. Lo aveva appena comprato e avrebbe dovuto buttarlo. “Che peccato” pensava, con lo sguardo fisso verso il frigorifero.

Il giorno dopo, al funerale, tutto un o stringere mani, abbracciare persone, molte delle quali completamente sconosciute. Sorrisi di circostanza, frasi retoriche ripetute come un mantra. Rispondere a centinaia di irragionevoli domande: “tornerai subito a lavoro?”, “andrai a stare un po’ con i tuoi?” , “cosa farai con la casa?”…

“Dobbiamo parlare col notaio, col commercialista, sistemeremo la questione delle quote della società. Per ora ho firmato dei documenti, ah già…ho disdetto il noleggio dell’auto, poi ci saranno le utenze di casa da sistemare, erano tutte intestate a lui…”
“Ci sono molte cose che si devono fare in questi casi. Dovrai fare molte cose. Certe cose le deve fare la moglie”

Come in una ragnatela, le sembrava impossibile sciogliere il groviglio. Ogni nodo sembrava l’ultimo, quello decisivo. E invece si ritrovava ancora più legata, incastrata in una rete di doveri alla quale era impossibile sottrarsi.

I giorni dopo il funerale tutti parlavano del “ritorno alla normalità”. Ma era la normalità del DOPO, non del PRIMA. Era una normalità che non le apparteneva, che non conosceva ancora, alla quale, dicevano, si sarebbe abituata. Si sarebbe abituata a non trovare più i suoi calzini in lavatrice, lo spazzolino sul lavandino del bagno, gli auricolari annodati sopra il mobile all’ingresso. Si sarebbe abituata alla sua assenza.
La cosa buffa, pensava, è come a volte l’assenza di una persona è più ingombrante della sua presenza.

PRIMA la sua giornata era scandita da una serie di attività: il lavoro, la palestra, l’uscita con le amiche, cena con Marco a casa o in qualche locale. Erano una coppia affiatata, avevano molte cose in comune che li tenevano uniti e che alimentavano la loro voglia di stare insieme, condividere le esperienze. Il loro non era un rapporto simbiotico, non si sentivano continuamente e non avevano la necessità di essere vicini per sentire la reciproca presenza. Vivevano le proprie vite nella consapevolezza l’uno dell’altro, nella certezza dei loro sentimenti e del rispetto reciproco che avevano costruito nel tempo, insieme.

DOPO, invece, ogni cosa la faceva pensare a lui, la riportava irrimediabilmente alla sua assenza. La sua assenza, come un enorme vuoto cosmico, un buco nero, risucchiava ogni pensiero, riportandolo a lui, ai momenti insieme, alle cose non dette, ai progetti che non avevano avuto il tempo di realizzare.

Seguendo dei percorsi a volte tutt’altro che lineari, una tazzina da caffè le ricordava quel viaggio ad Amsterdam, quando in un bar erano scoppiati a ridere e avevano rovesciato il caffè sul tavolo, facendo cadere la tazza che era andata in mille pezzi. Chissà perché ridevano tanto, non riusciva a ricordarlo. Certi ricordi assumono un rilievo del tutto inaspettato in queste situazioni. I momenti che si vivono senza sapere che non ce ne saranno altri. Quel saluto, sulla porta, così di fretta, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo, che ingiustizia. A volte passava le giornate a guardare la sua foto appesa in salone. Era a Bali, il viaggio più bello della sua vita, diceva sempre. Un po’ le dispiaceva, non si conoscevano ancora e lui era stato così felice a Bali, senza di lei, senza ancora averla conosciuta. Aveva un cappello orribile in quella foto e un sorriso rilassato e sereno. I piedi nell’acqua fino al polpaccio, dietro un orizzonte di mare cristallino e degli enormi massi ricoperti da un verde quasi metallico. La pelle abbronzata, le mani aperte come per salutare il cielo. “Devo portarti in questo posto, è un posto magico”, glielo diceva sempre guardando quella foto. “Certi posti diventano magici solo perché si visitano nel giusto momento”, pensava lei, un po’ cinicamente. Molto spesso il ricordo cristallizza le sensazioni e rende tutto più bello, come un filtro fotografico, cancella le imperfezioni.

Invece per Sara c’erano tante cose ancora da fare. Marco era morto e lei doveva fare ancora tante cose. Era un nodo di dolore con tante, troppe cose che doveva fare. Doveva rispondere al telefono per non far preoccupare i genitori. Doveva mangiare, bere, avere cura di sé per non ammalarsi. Poi doveva ancora andare in banca, dal notaio… ma prima doveva andare in comune per il certificato di morte, perché doveva essere scritto da qualche parte che lui non c’era più, alla banca non basta sapere che il suo yogurt è scaduto nel frigorifero e i suoi calzini nella lavatrice non ci sono più.

Quando cliccò su “prenota” le sembrò di fare la cosa più naturale del mondo.
Come senza fiato sott’acqua cercava la superficie per respirare ancora.

Dopo ore di volo, caldo soffocante, passaggi su mezzi di fortuna e sentieri quasi risucchiati completamente dalla vegetazione, ecco la baia. Aveva sentito quel racconto così tante volte che era stato semplice dare indicazioni alla sua guida affinché la portasse lì. Come spesso succede, nella foto sembrava più piccola. Invece la spiaggia si stendeva assolata per diverse centinaia di metri, tra i grossi massi ricoperti da una vegetazione così fitta e lucente da sembrare quasi innaturale. L’acqua, cristallo da ferire gli occhi.

Si avvicinò al bagnasciuga. Le onde leggere le bagnarono i piedi, mentre gli occhi, piano, si riempirono di lacrime. Respirando, iniziò a camminare. La sabbia morbida penetrava tra le dita mentre piccoli pesci picchiettavano le sue caviglie. L’acqua le arrivò all’altezza del bacino e il respiro si fece più profondo e regolare. Le mani nell’acqua fresca, disegnavano dei cerchi irregolari.
Ed ecco che l’acqua del mare, fluido magico, scioglieva lentamente il suo nodo di dolore. Le lacrime diventavano mare, come in una specie di cerimonia di liberazione.

Sentì districarsi la ragnatela che l’aveva avviluppata, e dissolversi tutti quei doveri appiccicosi che le avevano impedito di respirare, di urlare, di piangere.

In quell’istante, in quella baia, nuotarono insieme, nel mare delle parole non dette, dei desideri mai avverati, in un tempo che non era tempo, né PRIMA né DOPO, solamente il tempo indefinibile del ricordo, in cui è possibile incontrarsi di nuovo, nuotare liberi.

 

Contatore
  • 17
    Shares

0 Comments

No Comments Yet!

You can be first to comment this post!

Leave a Reply

Breaking news
25 Giugno 2019

La Cala del Leone

20 Giugno 2019

Veleno

17 Giugno 2019

Una corteccia di quelle

12 Giugno 2019

Le vite di Lucella

6 Giugno 2019

Il corvo e la volpe