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La Terra bruciata e l’erba rossa, il film e la poesia

La Terra bruciata e l’erba rossa, il film e la poesia

E’ nelle sale cinematografiche, in questi giorni, il film – documentario di Luca Gianfrancesco, prodotto da Mediacontents Production, “Terra Bruciata!“, che ricostruisce le violenze naziste nel territorio dell’Alto-Casertano nell’autunno del 1943.
Pagine del nostro passato che sono state sinora incomprensibilmente trascurate, cancellate dalla memoria collettiva e individuale per oltre 60 anni.
Testimone oculare presente nel film anche Graziella Di Gasparro che, grazie alla sua instancabile volontà, è riuscita, dopo lunghi anni di battaglie, a far riaprire quell’armadio segreto dove si celavano le stragi dimenticate in quei paesini di Terra di Lavoro che alcuni storici considerano come una sorta di laboratorio degli innumerevoli eccidi nazisti in fuga verso Cassino.
Quel 1 novembre del 1943, nel paese echeggiarono colpi di pistola in successione, poi il silenzio e nel silenzio gocciolava dai corpi trucidati il sangue e tingeva di rosso la terra sulla quale erano caduti 38 innocenti.
“Quella mattina, mio padre uscì di casa per portare l’acqua al comando nazista (che aveva occupato la nostra casa a Cave, una frazione di Conca della Campania, in provincia di Caserta) che, assieme ad altri, lo aveva chiamato “per lavoro”, rimuovere delle macerie. Mia madre lo rincorse per portargli la giacca. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Mio padre fu portato via, invece, per essere fucilato e sepolto in una fossa comune, per “rappresaglia”. Quando, la primavera successiva, gli americani riesumarono quei cadaveri, riconobbi mio padre dalle scarpe. Intorno a quei resti erano cresciuti, tra l’erba verde, tanti ciuffi di erbe rossa. Non lo dimenticherò mai”. (Graziella Di Gasparro, www.grazielladigasparro.it/)
Un mio contributo alla cara Amica Graziella in questi versi scritti alcuni anni orsono.

L’ERBA ROSSA
Graziella, d’autunno,
fili d’erba tra i capelli,
si confonde tra le ombre
degli alberi spogli.
Mille sentieri imbocca sicura,
ignorando le buche,
i fasci di ortiche,
stivali di segale.
Sulla strada un viandante,
occhi scavati, mani di pietra,
intorno ed intanto,
infuria la guerra.
Graziella, d’autunno,
fili d’erba tra i capelli,
papà abbi cura di te,
il secchio con l’acqua
a scavar tra macerie,
dietro al soldato,
la casa un puntino,
man mano papà che si avvia.
Graziella, dieci anni,
fili d’erba tra i capelli,
nelle gambe le spine,
in casa crollava
tra il dolore e le mine.
Gli spari lontani,
la valle atterrita,
dei morti ammazzati
dai cani in divisa.
Graziella, d’autunno,
fili d’erba tra i capelli,
seduta tra spire di nebbia,
nell’aria già acre di zolfo
del diavolo in ritirata.
Il secchio con l’acqua
si mischia del sangue
e tutta la terra si bagna
e tutto in un fosso si stagna.
Graziella, dieci anni,
fili d’erba tra i capelli,
papà non si cura di sè;
il suo corpo sui corpi,
il fango nel pugno,
ma è viva la foto
in mano al nemico.
La terra si tinge
di sangue e speranza,
di rosso si accende la sera.
Graziella, d’autunno,
fili d’erba rossi tra i capelli,
si stringe nel petto il dolore,
tra le mani il rancore.
Dalle gambe si toglie le spine,
corre e si batte,
si arrampica all’olmo,
con gli occhi già guarda lontano.
Papà oggi ho cura di te,
del campo violato,
della memoria scordata,
della foto sbiadita,
del secchio con l’acqua,
del tempo che urla la pace.
Graziella, d’autunno,
fili d’erba rossi tra i capelli.

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