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L’INCONTRO FATALE -PARTE 1- L’OMBRA

L’INCONTRO FATALE -PARTE 1-  L’OMBRA

In una torre, di un regno molto lontano, viveva una piccola principessa. Peccato che non era così, nessuna principessa né una torre, solo un’armadio buio e polveroso, ed una bambina di sei anni, rannicchiata, con il cuore in gola.
Il suo timore: che ci fosse ancora quell’orrbile ombra, un’ombra terrificante, di sicuro non umana. Impresso indelibilmente nella sua memoria l’urlo: suono talmente gracchiante da farle scricchiolare le sue piccole ossa.

Ora però tutto tace, tutto SEMBRA tacere. Quindi, piano piano, avanza verso l’apertura del suo armadio, senza sporgere eccessivamente il suo volto fuori dal suo piccolo rifugio, controlla se quell’ombra sia ancora lì: no, se ne è andata; questo però non la rassicura, può non aver visto lei, ma i suoi genitori?

Con passi incerti, traballanti, esce dalla sua stanza, in passato unico luogo sereno in cui poter immergersi nelle sue mille avventure, ora un luogo da incubo: il suo bellissimo letto, distrutto, lenzuola strappate come le tende, le bambole a cui teneva di più, rotte, muri pesantemente graffiati: la riconosce a stento.

“La cosa è stata qui! Quell’ombra inquietante mi ha cercato!”

Fa attenzione a non fare alcun rumore, a muoversi il più silenziosamente possibile, operazione che le costa estrema fatica: a voler sgorgare, diverse lacrime trattenute a stento, senza contare che desidera con tutta sè stessa urlare, ma NON può, NON DEVE FARE RUMORE.

Scende con molta, molta, lentezza le scale, quasi alla base della torre, così la sua mente dipinge casa sua, fino a raggiungere la base (piano terra). Diversi frammenti di vetro, finestre spaccate, sedie sparse per il soggiorno e per la cucina, alcune rotte altre capovolte.

“Mamma, papà dove siete?”, sono le parole che vorrebbe gridare ma, se lo facesse, potrebbe essere sentita, potrebbe essere trovata, e lei non vuole.

Come trovarli? Ritornare su, controllare la loro stanza? No, non può ritornare sui suoi passi, deve fuggire da casa, il tempo scorre inesorabile e Quella cosa, potrebbe tornare. Cosa fare? Dove andare?

Rimane per un breve istante di tempo ferma, indecisa sul da farsi, quando le torna in mente un particolare: sua madre e suo padre erano a capo dell’ospedale principale della città; forse sono lì, forse per qualche strano motivo non erano ancora tornati dal lavoro.

L’ultimo ricordo che ha dei suoi genitori risale a poco prima che lei si preparasse per andare a letto. Squillo di telefono, poi qualcuno era uscito: la mamma o il papà? Non lo sapeva, poteva solo intuire che forse, se l’avevano lasciata sola, era perché presi con il caso di quelle terribili ombre, quelle cose estramemente cattive, VIOLENTE. Dove passavano, lasciavano feriti: tante persone che venivano portate nell’ospedale dei suoi genitori.

A scuoterla il rumore del vento, minaccioso ed acuto, ma qualsiasi altro rumore non avrebbe fatto differenza: al buio, tutto appare sinistro.

Con estrema attenzione a dove poggiare i piedi scalzi (indossava il pigiama, purtroppo non aveva avuto tempo per vestirsi, quell’ombra era certamente in agguato da qualche parte!), per via dei frammenti di vetro sparsi, si avvia alla porta, decisa a recarsi in ospedale.

L’apre, facendosi coraggio, speranzosa che fuori dalla sua torre, tutto fosse nella norma, di ritrovare il suo regno delle meraviglie.
Si incammina, con un’atteggiamento più sicuro, convinta che l’Ombra sia lontana chilometri, a tradirla solo le mani strette strette sul pigiama: certo faceva freddo ma non era questo a darle i brividi, a ghiacciarle la pelle, il pesante silenzio che pare avvolgere l’ambiente intorno a lei, insieme al buio inesorabile: cielo nero, estremamente nuvoloso, nessun lampione nei paraggi a emanare luce: per fortuna l’ospedale non è lontano, non dovrebbe essere lontano: questa è la prima volta che si reca a piedi, di solito la portavano in macchina (o in Carrozza come era solita chiamarla).

Ciononostante  si avvia nel suo viaggio, aiutata dalla sua incredibile immaginazione. Da un nome a quanto si staglia intorno a lei: Il Bosco Nero, una denominazione impropria per un soggetto adulto ma non per lei, nella sua mente scorge alberi, imponenti e minacciosi allo stesso tempo,ai suoi piedi un terriccio sdrucciolevole, in lontananza udiva il finto rumore dello scorrere di un ruscello, intorno a lei cinguettio di uccelli ma più di tutti  la luce, una luce calda e serena, che mette in evidenza il paesaggio incantato e sereno che percorre, totalmente in contrasto con quello cupo e smorto reale (solo una strada dritta e sporca, niente alberi, nessun edificio, qui e là solo delle macchine abbandonate, ma la bambina non ha modo di accorgersene) . Il nome Bosco Nero deriva solo dalle ombre degli alberi, ombre tranquille non terrificanti come quelle da cui sta fuggendo.

A farla uscire dal suo mondo, l’arrivo in una via lievemente illuminata dalla luce fornita da qualche lampione ma, soprattutto, da alcuni negozi in fiamme: è ora definitivamente nel Regno delle Meraviglie, o degli orrori, termine sicuramente più calzante per come esso si presenta: rottami, sporco, e quel liquido rosso che dovrebbe scorrere solo all’interno del corpo (che non ama vedere, né pronunciare, perché le fa impressione), si trova sparso lungo la strada e nelle vetrine dei bar; mentre sta per notare qualcos’altro, dal lato sud, viene travolta da un’improvvisa fiumana di gente: urla disperate, alcune solo di terrore, altre di sofferenze, altre di bambini che non scorgono i propri genitori; tutte però hanno un denominatore comune, o almeno è quello che la bambina ipotizza: la loro meta, opposta alla sua, diretti nel luogo in cui si prende il treno, o come lo chiamava lei, il suo amico Drago Corazzato. Non c’è mai andata lei, chissà se una volta ritrovati i suoi genitori, lo avrebbero preso. I suoi genitori!

Presa nella lotta di uscirne, avanzando con estrema difficoltà tra quella folla, come un salmone controcorrente, si era dimenticata del motivo della sua ricerca: trovare sua madre e suo padre,  senza curarsi delle Ombre in agguato, specialmente di quell’Ombra lì, e allora comincia ad urlare con tutto il fiato che ha in corpo

Mamma, papà!”, sperando che fossero lì, pur conoscendo il coraggio dei suoi genitori, che non sarebbero mai fuggiti come tutti gli altri. Tocca a lei, ora, mostrare lo stesso coraggio. E’ giunta l’ora di diventare l’impavida protagonista, l’eroica figura delle tante fiabe che amava ascoltare da suo padre e andare in loro soccorso: tanto le storie vanno sempre a finire bene, c’è sempre un lieto fine.

Parole che si ripete nel mentre cerca di uscire dalla calca, parole che le forniscono il coraggio necessario. Finalmente è fuori, SOLA, continua il suo tragitto, nella sua mente due semplici ma importanti domande: perché sta accadendo tutto questo? Cosa è mai successo?

Arrivata in un’altra zona deserta, rischiarata solo da qualche falò, ad esclusione di un negozio chiuso, le torna in mente  una conversazione tra sua madre e suo padre, parole difficili, molto complicate: aveva compreso solo che parlavano di una sorta di malattia che per un motivo X rendeva molto cattivi i desideri delle persone, costringendoli a fare del male agli altri, come se fossero preda di uno strano sortilegio.

A rimanerle incomprensibile restava un particolare: perché il suo bellissimo e meraviglioso regno, si é dovuto trasformare in uno scenario tanto terrificante!

“Forse la mamma avrà le risposte! Lei sa tutto!”, continua a camminare, svoltando a destra lungo una strada molto dissestata.

Nonostante il dolore ai piedi, ormai decisamente sporchi, non può fermarsi, quell’ombra è sempre in agguato, inoltre il desiderio di rincontrare i suoi genitori è sempre più pressante, anche volendo non riuscirebbe a bloccare il suo cammino.

Lo stretto vialetto finisce in un’altro bivio che porta verso la chiesa principale della città. Di questa conosce solo l’aspetto esterno, non c’è mai entrata, da quello che ricorda: una facciata bianca, al cui centro si colloca un cerchio contornato da angeli e un paesaggio paradisiaco: a differenza dell’ospedale che le suscitava tristezza ed angoscia, sopratttutto per l’aria di dolore che si respira, questa invece le comunicava un senso di pace e serenità.

Sta per prendere il vialetto sulla destra, quando sente un’improvviso lamento, una voce che le sembra familiare. Non sono i suoi genitori, appartiene ad un maschio, un bambino: lo conosce, ne è certa.
Si ferma, la fatica e il dolore si impossessano di lei, il respiro è affannoso, le orecchie però sono indirizzate alla voce. Nuovo dilemma: continuare nella sua missione o prestare soccorso?

Forse le sue compagne avrebbero optato per la prima opzione ma lei è estremamente generosa, sempre pronta ad aiutare gli altri, motivo per cui non esita nel dirigersi verso la voce. Si riavvia, zoppicando leggermente, verso la fonte di quel rumore.

Quale  sorpresa quando da lontano lo scorge: non un bambino qualsiasi, ma un suo amico, il suo MIGLIORE amico, quello le suggerisce l’animo. Accasciato su uno scalino, schiena appoggiata al muro.

Si avvicina ancora di più, capisce il perché della sua sofferenza: il volto è solcato da graffi, ha un’occhio mancante e, a colpirla più di ogni altra cosa, una porzione del braccio destro mancante (la parte che va dall’avambraccio alla mano) e la maglietta vistosamente sporca di quel liquido rosso che dovrebbe scorrere  solo nel corpo. I pantaloni strappati, ginocchia sbucciate, scarpe rotte.

Non può trattenere le lacrime, ma almeno è vivo, respira, se anche molto a fatica, respira. In quel preciso istante il bambino si accorge di lei.

Ofelia, sei tu?”, una domanda che pronuncia a fatica, a cui la bambina risponde affermativamente, lo abbraccia teneramente, poi gli solleva di poco la maglietta, ha un taglio profondo sull’addome: purtroppo lei non sa cosa fare, ma sta andando da sua madre giusto? Sì, mamma potrà farlo operare, o operarlo lei stessa, lo salverà; chi può aver fatto del male, così tanto male, al suo amico? Non lo sa, ma lo odia con tutto il cuore. Nonostante le proteste del suo amico, lo porta con sé, non lo lascia lì, farà di tutto per salvarlo, per non farlo addormentare per sempre. Tenendo sottobraccio l’amico, continua il suo viaggio.

La sua velocità è ridotta, quell’ombra può raggiungerla ma se non sbaglia, non dovrebbe mancare molto per giungere a quella che lei ha denominato L’Oscura Fortezza.

Proprio quando sta per mancare poco, si ferma, il cuore di nuovo in sussulto, brividi di freddo: ha visto quell’Ombra, proprio Quella, nella strada adiacente la sua; torna indietro, rallentata dal suo amico ma non lo lascia, se vuole divorare lei, divorerà anche lui e non può permetterlo: gli deve la vita, è la sua occasione per sdebitarsi.

Proprio un mese fa il suo quartiere fu vittima di una modesta scossa sismica, per fortuna non coinvolse tutta la città, in particolare la casa di Ofelia, situata nella zona più esterna, non subii alcun danno. Stessa cosa non poté dirsi della scuola, della zona delle elementari, che subii i danni maggiori. Lo ricordava bene, poichè tutto ebbe inizio in un normalissimo giorno di scuola. Ricordava la fuga precipitosa di tutti i bambini, lei che rimane indietro, si affretta, cade, perde i sensi. Al risveglio trova ad aiutarla ad alzarsi lui, il suo amico, l’unico che in tutta la baraonda, non ha pensato solamente a salvarsi la pelle, dando la prova di non essere la persona meschina ed egoista che Ofelia ritenesse essere, così è iniziata la loro amicizia: con una tragedia. 

A interrompere il flusso dei suoi ricordi, l’urto contro un muro, il muro di un vicolo cieco, nessuna possibilità di tornare indietro: a chiudere il passaggio a lei e al suo amico, quell’Ombra. Durante tutta quella fuga, aveva tenuto lo sguardo puntato solo su essa, sull’Ombra, senza mai trovare il coraggio di fissare l’essere che la proiettava. Ora, era pronta a fare i conti con quella realtà, per scoprire la sua reale natura.

Uno sguardo che distoglie rapidamente disgustata e scioccata dalla scoperta: in tutto quel tempo, lei stava fuggendo dalla persona che più sperava di trovare … suo padre.

“No, lui è buono, non può essere lui l’ombra, non può …”, eppure, per quanto deformato, quel viso ROSSO, sporco di quel liquido rosso, è suo papà, con un ghigno demoniaco, i denti aguzzi, sporchi anch’essi di rosso, lievemente più alto del normale, fisico molto più robusto del solito. Sembrava quasi il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, con la differenza non lieve che ora tutto è reale e quell’essere al suo cospetto non indossava i panni della dolce nonnina della bambina delle favole, ma proprio quelli di suo padre.

Di stogliendo la vista da quella figura, non può fare a meno di notare che essa tiene stretta nella propria mano destra la parte mancante di braccio del suo amico.

Scoppia a piangere, il cuore a pezzi, le gambe molli, sbianca: E’ troppo, non potendo sopportare quella realtà spera con tutta sè stessa che possa essere come nella fiaba di Cappuccetto Rosso, che il mostro possa aver mangiato suo padre e stia solamente indossando i suoi vestiti: peccato però che il viso appartenga proprio al suo papà.

Nell’attimo in cui Ofelia è sconvolta da tutti questi stati d’animo, il mostro, il Padre-Ombra, punta il suo sguardo sul bambino ferito, avventandosi con un balzo contro di lui, azzannandogli il braccio sinistro. All’urlo del bambino, Ofelia si desta dal suo attimo di smarrimento; non gli importa più chi sia il mostro, manterrà la sua promessa: salverà il suo amico, ricambierà il suo gesto eroico!

Nota un sasso lì vicino, lo prende e lo lancia con tutta la sua forza e l’odio che le riempie il suo piccolo cuore, contro il suo spaventoso antagonista. Colpito, il Padre-Ombra (il Padre- Lupo), si avventa contro di lei, con l’animo assetato di sangue e vendetta. La colpisce pesantemente al viso, portandole via un’occhio, poi le sferra diversi pugni, molto violenti, allo stomaco e all’addome. Continua così, a colpirla sempre più violentemente,graffiandole la faccia con gli artigli, mordendole e strappandole parte della carne del braccio, fino a quando la sua testa non è nuovamente colpita da una forte sassata.

A lanciargliela, il bambino, rinvenuto, alzatosi con fatica, reprimendo i forti dolori delle sue ferite: un gesto che segnerà per sempre la sua vita. Il Padre-Lupo, si avventa di nuovo contro di lui, con l’intenzione questa volta di ucciderlo all’istante, saltatogli addosso, gli spezza con violenza il collo. Soddisfatto di questo, con un ghigno tra il beffardo e il demoniaco, torna dalla bambina, da Ofelia, che ha assistito a tutta la scena con il solo occhio sinistro, l’animo distrutto, non è riuscita a proteggerlo, probabilmente non rivedrà mai più sua madre: almeno per quanto terribile, ha rivisto suo padre.

Nel mentre si fa più vicino, accade un piccolo miracolo: il suo sguardo muta, non più lupo, ma essere umano, con animo non aggressivo ma mesto, i denti anch’essi umani, corpo più esile, gracile, recupera la sua altezza normale: il demone che lo agitava sembra scomparso.

Nell’avvicinarsi a suo figlia, la trova esanime, per via delle pesanti ferite e per tutto il sangue perso, il braccio sinistro proteso forse ad abbracciarlo (che abbia notato la trasformazione?), riuscendo ad udire solo le sue ultime parole: “tanto le storie vanno sempre a finire bene, c’è sempre un lieto fine”.

Termina così la storia della piccola principessa Ofelia.


ophelia-everett millais

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