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A Beautiful Day di Lynne Ramsay

A Beautiful Day di Lynne Ramsay

Uscito nelle sale italiane lo scorso primo maggio, l’ultimo film di Lynne Ramsay A Beautiful Day (titolo originale, che, come al solito, andava lasciato invariato: You Were Never Really Here [letteralmente tradotto: “Tu non sei mai stato davvero qui”]) ha ricevuto un’accoglienza mista ed estremamente divisa. Quasi all’unanimità sono state elogiate le capacità attoriali di Joaquin Phoenix, protagonista nel film nei panni Joe, brutale sicario incaricato di salvare giovani donne dal mercato sessuale, e tormentato da frammenti di memorie dell’infanzia e della sua esperienza bellica.

Si è parlato molto, infatti, di come la star hollywoodiana sia stata in grado di restituire grazie ad una granitica fisicità l’impatto tragico e sofferente di una mente scissa e incapace di ricomporsi. Allo stesso modo la colonna sonora di Jonny Greenwood è stata celebrata nella sua capacità di combinare con incredibile efficacia rumori d’ambiente e motivi musicali volti a cogliere, rinforzare, ed esaltare le ellissi narrative e gli improvvisi cambiamenti di tono ed atmosfera.

Poco convincente, secondo molti, invece, è stata la modalità in cui questi elementi sono stati assemblati, dal momento che veniamo posti di fronte ad una narrazione in cui gli eventi si susseguono in maniera poco coesa, e l’azione (spesso fuori campo) viene privata di diretti nessi causali. Per queste ed altre scelte stilistiche il film è stato da molti accusato di un eccessivo virtuosismo registico (da menzionare la fotografia di Thomas Townend e il montaggio di Joe Bini) o di un compiaciuto iperformalismo necessario a coprire una trama esigua (se non assente) ed un’ancor più vaga coscienza dei fini dell’opera, accettabile solo in quanto piccolo esperimento.

Eppure proprio il carattere ‘sperimentale’ di questo film fa di esso uno dei titoli più interessanti nelle sale al momento. Indipendentemente da quale sia la vostra (legittima) reazione alla visione del film, la sua forza sta proprio nell’atto di invitare la/lo spettatrice/tore ad un’esperienza empatica di natura complessa e poco consolatoria. Lynne Ramsay (premiata a Cannes per la miglior sceneggiatura) porta ad estreme conseguenze una caratteristica tipica del genere noir, ovvero l’utilizzo di protagonisti malinconici, psicologicamente scissi, o moralmente controversi, in modo da testare le stesse forme della partecipazione all’esperienza filmica.

Data la natura del film, infatti, è impossibile costruire una generica identificazione con Joe, in quanto questa figura ci appare più come un fascio di pulsioni affettive che come un soggetto fratturato di cui capire e catarticamente risolvere il conflitto interiore. Quello che appare efficacissimo e presente, invece, è l’insieme delle sensazioni che attraversano lo spazio narrativo e che ci arrivano con una tattilità estrema attraverso il corpo del protagonista.

Più che un enigmatico puzzle da ricomporre, quindi, il film lavora sugli scarti e sulle assenze, che proprio nel loro esserci costituiscono un’opportunità per testare e tastare emotivamente la superficie del mondo filmico. L’esperienza empatica qui viene configurata come possibilità di incarnare il trauma attraverso memorie scomposte e irrisolvibili, e il senso di disperata fatalità che avvolge lo spazio narrativo. Questi e tantissimi altri elementi fanno di A Beautiful Day un’opera da consigliare proprio perché configura (ricorrendo alla forza materiale del medium audiovisivo) un concreto spazio problematico che tutte/tutti noi possiamo attraversare. Dopotutto, come recita il titolo originale del film, Joe non è mai stato veramente qui, siamo noi, scossi, feriti, stupiti, ad avventurarci nell’intricata realtà dell’esperienza cinematografica.

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