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I colori dell’amicizia

I colori dell’amicizia

Un paesaggio come quello non si vedeva da parecchio tempo a Conques; un vortice di colori pastello si amalgamava nel cielo di quel tiepido pomeriggio di maggio. La luce rosa-albicocca del sole incorniciava l’ingresso della chiesa abbaziale di Sainte-foy, che imperava con imponenza proprio al centro della piazza principale, e brillava, fuoriuscendo qua e là, da ogni scorcio di quel delizioso borghetto medievale, dove il tempo sembrava essersi fermato.

La primavera di Conques, infatti, non era come quella di tutti gli altri paesi. Aveva un non so che di magico e incantevole. Sembrava un posto fiabesco in cui andare a rifugiarsi ogni volta che si aveva il desiderio di evadere dal grigiore della realtà.

Ed era proprio per questo che Arielle ci tornava sempre, non appena poteva. Era nata proprio lì, ma si era trasferita già dai tempi dell’università a Parigi, dove ora viveva e lavorava. Tuttavia, ogni tanto, sentiva il bisogno di respirare un po’ d’aria di casa e di ricordi, soprattutto.

Anche Clarisse, la sua migliore amica, faceva altrettanto. Erano entrambe cresciute insieme a Conques. Anche lei alla fine si era trasferita, ma in un’altra città che si trovava quasi al confine con la Spagna, e così era diventato difficile vedersi frequentemente.

Essendo molto legate, però, avevano inventato un appuntamento trimestrale in cui si raccontavano delle loro vite e si divertivano insieme a rievocare la memoria dei vecchi tempi.

Per farlo, dato che entrambe non possedevano più le vecchie case di famiglia, avevano preso in affitto un piccolo appartamento, nel cuore del paese vecchio, con un magnifico terrazzino che aveva la vista sul mare da un lato, e dall’altro affacciava sul vicolo in fondo al quale si rifugiavano da piccole, per scappare dai richiami dei genitori e raccontarsi storie avventurose. Insomma, una piccola capsula del tempo creata per richiamare indietro il passato.

Arielle aveva parcheggiato lungo lo stradone che conduceva all’antica porta ad arco, dalla quale si accedeva al paese vecchio. Da lì aveva attraversato la piazza, tagliando per gli innumerevoli vicoletti, e si era ritrovata subito immersa in una tempesta di scenari: il profumo dei vasi fioriti che invadeva la strada e colorava i balconi, l’odore dei sughi già sul fuoco per la cena, che esalava dalle finestre, le urla dei bimbi che giocavano nella piazza, le donne che salutavano dall’uscio dei negozi. E in un attimo era tornata bambina.

In quel turbinìo di emozioni, Arielle, nel fiore dei suoi quarant’anni, ancora bella come da ragazza, avvolta in un vestito di raso a fiori lungo fin sopra il ginocchio, camminava sorridente per le stradine del suo paese e ad ogni passo si immergeva sempre di più in quella piacevole atmosfera.

Quando giunse quasi di fronte al portone, Clarisse la attendeva in balcone, seduta al tavolino di vetro, con la sigaretta in mano, mentre agitava il braccio in alto per salutare. La luce rosata del sole illuminava appena i suoi meravigliosi occhi color miele e la ritraeva in tutto il suo splendore.

“era ora… sali che non vedo l’ora di abbracciarti!” disse saltellando, appoggiata alla ringhiera.

Di solito gli incontri avvenivano ogni tre mesi, ma questa volta ne erano passati quasi cinque. Si sentivano sempre al telefono ma Clarisse odiava raccontare le cose importanti al telefono, diceva che non era la stessa cosa; e così preferiva parlarne a voce. E dunque, Arielle aveva dovuto aspettare tutte quelle settimane per sapere cosa diavolo stesse succedendo, e perché la sua amica si stesse comportando in modo strano e misterioso. Ma finalmente il momento fatidico era arrivato.

Salì di corsa le scale del vecchio edificio e balzò subito in casa. La porta era aperta, appena accostata e Clarisse l’aspettava a metà tra il balconcino e la porta-finestra. Appariva splendida e raffinata nella sua tuta di seta color arancio, le mani perfettamente curate e quei sottilissimi capelli biondo-oro raccolti in un elegante chignon.

“Sei radiosa come sempre !” esclamò l’amica. Clarisse rise e le buttò le braccia al collo, “vieni”, le disse poi, e la trascinò in balcone. Aveva già preparato l’aperitivo che le attendeva sul tavolino. Non appena si sedettero, Clarisse iniziò ad ubriacarla di chiacchiere futili, cicaleggiando di un bel film che aveva appena visto, delle ultime scarpe che aveva comprato e di quanto il lavoro le stesse divorando tutto il tempo libero che aveva a disposizione. Arielle sapeva che questo era il modo preferito di Clarisse per sviare la sua attenzione dalle cose importanti. Così, ad un tratto, la interruppe bruscamente dicendole: “Andiamo Ise…” era così che la chiamava affettuosamente “dacci un taglio e dimmi che diavolo sta succedendo. Che cosa hai combinato stavolta…?”

Clarisse si rabbuiò d’improvviso. Sapeva bene che la sua amica la leggeva come le foglie del te, che conosceva ogni dettaglio del suo passato e che a momenti riusciva a intravedere i suoi pensieri prima che lei stessa li concepisse. Del resto, era facile con Clarisse… la sua vita era un autentico tornado impazzito: quarant’anni appena compiuti, due matrimoni alle spalle e almeno cinque lavori cambiati negli ultimi sei anni. Una famiglia d’origine disastrata e quasi inesistente, e un equilibrio spesso precario che la spingeva a fare e disfare ogni cosa un milione di volte fino a incasinarsi anche l’affare più semplice. Ma quando tutto sembrava rivoltarsi contro di lei, allora urgeva chiamare la sua ancora di salvezza: la sua unica, vera, grande amica. Il loro legame era talmente forte che spesso gli capitava di pensarsi a vicenda, e seppure inconsapevoli, di sorridere ovunque si trovassero. Fin da quando erano bambine, avevano inventato un rito particolare che si erano promesse di non interrompere mai. In qualunque parte del mondo fossero, durante i giorni di pioggia, dovevano entrambe fermarsi ad ammirare la nascita dell’arcobaleno nel cielo e pensarsi a vicenda. Questo, specialmente nei periodi più bui, avrebbe significato un segno di protezione dell’una nei confronti dell’altra e avrebbe portato un buon auspicio per gli eventi futuri di entrambe. E fin da allora aveva sempre funzionato.

“Allora Ise…? Sto aspettando” disse Arielle un po’ alterata.
“Hai ragione… beh ecco, la verità è che è accaduta una cosa piuttosto seria, una cosa che proprio non mi aspettavo” abbozzò l’amica.
“Cioè…? Guarda che così mi spaventi…!” rispose ansiosamente Arielle “aspetta fammi indovinare… si tratta ancora di quel vecchio debito di tuo padre che devi saldare? No perché se è così, ti avverto subito che non posso più aiutarti. Ti ho dato quello che potevo e ho dovuto anche mentire a Simon e sinceramente non ho più intenzione di…”
“Sono incinta Arielle” incalzò a bruciapelo Clarisse.

Arielle per poco non svenne. “Che cosa!?!? E di chi scusa…??”
“Non ne ho idea “ rispose Clarisse.
“Ise!! ma che diavolo stai dicendo?? e che… che intendi fare ora…?!?”.
“Non lo so…ti prego non dire altro. Per stasera non parliamone per favore”

Uscirono a cena e poi a passeggiare per distrarsi un po’; rincasarono piuttosto tardi.
L’indomani mattina a colazione fecero ancora finta di niente. Nel tardo pomeriggio, si ritrovarono a passeggiare sul lungomare. Aveva piovuto verso ora di pranzo e l’aria era ancora umida, ma si stava bene. Mentre camminavano in silenzio Clarisse disse: “Sei arrabbiata con me?” – “arrabbiata…? Ma no…! Direi piuttosto preoccupata… non hai ancora deciso cosa fare?”
“voglio tenerlo. Non mi importa se sarà complicato, voglio tenerlo Arielle. E’ forse la cosa più bella che mi sia mai capitata, e non ci voglio rinunciare. Dimmi che non mi lascerai sola, per favore”.

Arielle la fissava incredula. Aveva sempre ammirato la sua reattività in ogni circostanza. Ammirava il suo coraggio e la sua tenacia nell’andare avanti, anche in un mare di casini. Sorrise e le rispose: “Non ti ho mai abbandonato e non intendo farlo adesso. Sai bene che su di me potrai sempre contare, amica mia”.

Si abbracciarono e poi d’un tratto Clarisse si girò verso l’orizzonte, esclamando: “guarda, sta nascendo l’arcobaleno! il nostro arcobaleno”.

 

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