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Visages Villages di Agnès Varda e JR

Visages Villages di Agnès Varda e JR

Sembra davvero arduo guardare il mondo con allegria e delicatezza di questi tempi, laddove odio, terrore e disperazione diventano un insopportabile pane quotidiano, gli spazi dell’esistenza diventano gabbie, e ogni orizzonte di possibilità sembra chiudersi e perdere forza davanti ai nostri occhi. A maggior ragione si sente il bisogno, parafrasando le parole di Gilles Deleuze, di costruire uno sguardo diverso e di stabilire una credenza nel mondo, un legame etico e sperimentale con il reale contro il senso comune, le strade obbligate e un cinismo nichilista e miserabile. Eppure, in questo magnifico documentario (Visages Villages uscito nelle sale italiane lo scorso 18 marzo), la geniale veterana della Nouvelle Vague, Agnès Varda, e il celebre street photographer, JR, riescono in questo compito, facendo dell’allegria e della delicatezza non emozioni facili e consolatorie. Esse, infatti, esprimono il desiderio e la capacità di attraversare e riscoprire spazi e i volti, in questo caso quelli della provincia agricola e operaia francese, e, allo stesso tempo, la gioiosa e affermativa ricostruzione e composizione degli stessi. Ciascuno dei volti che vediamo esprime territori, paesaggi, storie, modi di vita e, contemporaneamente, ogni territorio possiede un’intimità, un’emozionalità vivida e singolare. Il montaggio cinematografico qui diventa, attraverso i brillanti collage fotografici di JR sulle varie pareti urbane e rurali, invenzione del reale all’interno dell’immagine e nel suo divenire. In questo modo, ad un oleografico e banale elogio di vite fisse e cristallizzate, Varda e JR oppongono una creativa immersione nel mondo che, proprio attraverso questa ricerca, trova dignità, speranza e nuovi modi di esprimersi. Il racconto delle oramai quasi abbandonate vecchie cittadine minerarie del nord è emblematico della sensibilità che permea il film e dimostra anche la capacità di fare della memoria dei singoli non un atto monumentale, ma un gesto etico nel presente. In questo senso particolarmente interessante è la forza del documentario di lasciare che i vari soggetti si raccontino senza imporre discorsi su di loro, una politica dell’immagini perfettamente sintetizzata da un magnifico scambio fra un operaio e la celebre regista. Il primo afferma: “il cinema fa parte della nostra storia, e molti di noi vanno sempre al cinema” al che ascoltiamo Varda fuori campo rispondere: “e noi, gente di cinema, ci infiltriamo nelle fabbriche”. Di nuovo, diversi spazi che s’incontrano e si scoprono reciprocamente. La memoria che attraversa il film è anche quella dei paesaggi e dei volti del cinema del passato, dell’opera dell’autrice e della Nouvelle Vague in generale. Pertanto appare fondamentale anche la partecipazione negata di Jean-Luc Godard, vecchio amico e collega della regista, oltre che immenso maestro del montaggio che, chiusosi nel suo eremitismo svizzero, si nasconde allo sguardo di lei e JR ma, ciononostante, permea l’immagine della sua presenza ingombrante. É commovente la reazione della Varda allo scontroso isolamento di Godard, così come dolce e malinconica è un’altra linea narrativa che si dipana nel documentario, ovvero quella legata all’invecchiare e al progressivo indebolimento della vista di lei che, come già altri hanno notato, evoca l’invecchiamento del cinema stesso. Eppure nel suo sguardo, seppur sfocato e debole, così come in quello delle arti audiovisive, riesce ancora a sentirsi la meraviglia della scoperta del reale e la forza della sua immaginazione. Dopotutto, come recita il titolo del penultimo film di un altro grande maestro della Nouvelle Vague, Alain Resnais, “non avete ancora visto niente”. C’è sempre un mondo oltre l’orrore del presente, bisogna attraversarlo e credere in esso.

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