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Amico mio, mio amico

Amico mio, mio amico

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: l’amicizia è bella e va coltivata. Quella vera, forte, carica di affetto, è una combinazione tra persone che, in fondo, sono pressoché simili. Può succedere. Spesso, l’amicizia, quella vera, è datata; l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù  per chi è anziano o vecchio. Poi, può succedere che ci si perda di vista. E può succedere di incontrarsi di nuovo a distanza di anni e, fateci caso, quanto più è vera più il tempo sembra sia rimasto fermo a quell’ultimo incontro. C’è poi chi perde se stesso e quando si ritrova è come se ritrovasse un vecchio amico, perché in fondo siamo i migliori amici ma anche i peggiori nemici di noi stessi. Nei momenti in cui si avrebbe più bisogno di conforto e di incoraggiamento, molte persone attivano un dialogo interno, a volte negativo, inflessibili nel dirsi – e convincersi – che andrà tutto male; altre volte positivo, di sprone e, soprattutto, rasserenante per infondersi sicurezza e fiducia. Esattamente, in quest’ultimo caso, come si farebbe per e con un amico. La mia poesia è solo apparentemente un po’ scettica sull’amicizia, quella classica, ma nell’incipit  ho affermato che essa invece è bella e va coltivata. I poeti, in genere, si accollano problematiche lontane anni luce dal loro modo di pensare, osservano le cose e le mettono sul primo foglio a portata di penna. Ricordiamoci, però, che sei tu il tuo migliore amico, a volte.

Amico mio, mio amico,
in due eravamo in due ci ritroviamo,
con l’ultima Marlboro
dal pacchetto moscio,
una tirata ciascuno pronti al gran finale,
quando l’ultimo tiro era mio,
no, scusa, era tuo.
Amico mio, mio amico,
c’è che oggi il fumo ci fa male
(come pure il chi se ne frega)
davanti a quel caffè bollente,
che lo pago io,
no, scusa, lo paghi tu
e così via fino a fare a botte,
simbolicamente.
Amico mio, mio amico,
com’è che siamo vecchi,
ché poi li vedi quelli che
anche alla nostra età
fanno jogging e amore
quasi instancabilmente,
argento vivo addosso,
la badante russa da portare a spasso.
Amico mio, mio amico,
quanti anni son passati,
di cose ne abbiam viste
altre mai più sentite,
ma ancora ci rimane il gusto e il rischio,
quel dubbio esperimento
di diventare amici
anche se impertinenti.
Amico mio, mio amico,
siam proprio come il vino
che sta per farsi aceto,
ma dove non è vino non è amore,
c’è quel piacere strano,
l’ebbrezza di provare,
di perdersi nel sonno
e non voler più andare.
Amico mio, mio amico,
mentre ti osservo
rido facendomi la barba
davanti a questo specchio,
mentre ti parlo e ascolto
ma solo col pensiero
perché di amici veri
qui non ne trovo più
se non me stesso e me.

 

 

 

 

 

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