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Dimenticata

Dimenticata

Quando ti diranno che t’ho dimenticata, e anche se sarò io a dirlo, quando io te lo dirò, non credermi.

Pablo Neruda

Il clima era davvero afoso quella mattina, nonostante fosse ancora presto. Dopo un estenuante viaggio nella notte non vedeva l’ora di uscire da quel pullman e tornare a respirare all’aperto. Ma la sensazione che provò, scendendo i gradini del pullman, non fu quella che si aspettava; l’aria rarefatta dal caldo e dalla polvere del piazzale le si fermò nella gola, e arrivò a stento ai polmoni che aspettavano impazienti un po’ di ossigeno.

“Eccomi a casa” pensò. E subito dopo “Ma come si fa a sentirsi a casa in un posto da cui si manca da più di venti  anni? Che stupido pensiero, del tutto privo di senso. Una banale idea romantica, tutto qui”. La storia delle origini, le radici, il legame atavico con i luoghi di nascita, le erano sempre sembrate una grossa stronzata.
“Elisa, sono qui!” Ecco Aldo che si sbracciava dall’altra parte della strada. “Aspetta che faccio il giro così ti aiuto con le valige!”
“Ma si” pensò , forse sarebbe stato bello tornare a casa per un po’.

Elisa non metteva piede nel suo paese di origine da circa venti anni; aveva vinto una borsa di studio all’estero e si era trasferita subito dopo l’esame di maturità. Era stata dura lasciare i suoi amici e quello che fino ad allora era stato il suo mondo, ma la voglia di partire era troppa e l’occasione troppo buona per pensare anche solo per un momento a rinunciare.

Era nata e cresciuta in quel piccolo paese di 10.000 abitanti, in cui erano nati e cresciuti i suoi genitori e i suoi nonni prima di loro. Il piccolo cimitero comunale custodiva tutti i suoi avi, la maggior parte delle lapidi riportava il suo cognome. Quando da piccola accompagnava sua nonna a fare “il giro dei morti”, rimaneva affascinata dalle vecchie foto in bianco e nero e dalle storie che spesso le accompagnavano. Nonostante si fosse fermata alla seconda elementare, sua nonna era una straordinaria narratrice, capace di inventare storie affascinanti, ricche di intrighi e a volte anche un po’ macabre, ma comunque in grado di catalizzare l’attenzione di chiunque per intere serate.

La casa dei suoi nonni si trovava alla fine della strada principale, nel paese vecchio. Da quando loro erano morti non era stata più utilizzata ed era stata praticamente lasciata a se stessa. Nessuno aveva voluto occuparsene; i soldi erano sempre pochi e non avrebbe avuto senso impiegarli nella ristrutturazione di una vecchia casa che non serviva a nessuno. Sua madre per un po’ aveva pensato che un giorno forse sarebbe servita a Mariella, quando sarebbe tornata a vivere lì, magari con la famiglia. Vedeva già i nipoti correre per la strada ed entrare in quel bel cortile a giocare a pallone. Ma con gli anni e con la lontananza quella speranza si era spenta e piano piano si era spenta un po’ anche lei. L’eccitazione per l’arrivo della figlia l’aveva rianimata, era carica come una molla, si era gettata a capofitto nei preparativi di questa visita tanto attesa, al punto che la storia della demolizione della casa dei suoi genitori era totalmente passata in secondo piano.

Serviva la sua firma, in qualità di unica erede. Nell’era del digitale, per una firma aveva dovuto percorrere 600 km, che assurdità.

“Allora com’è andato il viaggio? Sei stanca? Mamma è una settimana che cucina, sembra che stia per arrivare il Papa! Tu? Sei contenta? Sei tornata finalmente…” Aldo era sempre affettuoso con lei, sembrava sinceramente felice di vederla, di rivederla lì.

Dalla stazione degli autobus, attraversarono la piazza e imboccarono il grande viale alberato che aveva fatto da cornice alle sue corse pazze in bicicletta, quando lei e Lina, eludendo la sorveglianza dei fratelli, si spingevano oltre l’area loro consentita. Gli alberi le sembravano enormi, le fronde lunghe e ricadenti creavano come un arco naturale, formando  una penombra misteriosa e accattivante.

Già: Lina. Chissà che fine aveva fatto.
Con Lina si conoscevano ancora prima di nascere. Le loro madri erano amiche ed erano rimaste incinte a distanza di poche settimane l’una dall’altra. Avevano vissuto insieme la gravidanza e, durante i loro primi anni di vita, le avevano praticamente cresciute insieme.

Se non fossero state così diverse avrebbero potuto essere scambiate per sorelle. Invece, come a chiarire il possibile equivoco, i capelli biondi di Lina e i suoi occhi gioiosi facevano risaltare ancora di più l’espressione grintosa e spesso un po’ imbronciata di Elisa, incorniciata dai suoi riccioli scuri.

Le loro differenze, nell’aspetto come nel carattere, avevano creato un incastro perfetto; come il simbolo del TAO, lo Yin e lo Yang, le due ragazze erano come due parti della stessa unità. Lina era più timida e facile alla rinuncia, ma con Elisa trovava il coraggio di vincere le sue paure e lanciarsi in qualche spericolata impresa, come arrampicarsi su un cancello per entrare in un giardino abbandonato, lanciarsi a gran velocità tra gli altri alberi del viale appena fuori dalla piazza oppure affrontare i bambini più grandi che le rubavano il pallone. Crescendo avevano affrontato insieme i primi amori, creando strategie di seduzione e consolandosi a vicenda quando qualcuna aveva il cuore spezzato.

Osservando dal finestrino le strade della sua infanzia Elisa scopriva che ogni angolo, ogni centimetro di quelle strade custodiva un ricordo di qualche avventura che aveva condiviso con Lina, anche solo un’immagine, un unico fotogramma che le vedeva insieme. Magari non si ricordava a fare che, ma comunque insieme.

Eppure l’aveva dimenticata. Si accorgeva solo ora che erano anni che non pensava più a lei.

Era stato così difficile lasciarla, immaginare la sua vita altrove senza di lei, invece poi l’aveva dimenticata. Si erano sentite spesso nei primi periodi; si raccontavano le novità. Elisa le descriveva la città in cui viveva, ma era impossibile per lei che era così chiusa e che aveva sempre parlato poco, trasmettere all’amica le emozioni che la stavano travolgendo. Tutto era nuovo per lei: i paesaggi così diversi, gli odori e i comportamenti della gente, improvvisamente aveva un mondo nuovo da esplorare ed era libera di farlo. Lina le raccontava i pettegolezzi del paese, i suoi progetti per il futuro; dopo l’estate sarebbe andata a lavorare nel negozio dei suoi genitori, presto avrebbe avuto dei soldi suoi e sarebbe andata a trovarla, chissà quante cose avrebbero fatto insieme. Invece c’era sempre qualcosa, un imprevisto, una complicazione e quel viaggio non avvenne mai, come impedito da un avverso destino.

Via via le telefonate si diradarono, i silenzi sempre diventarono sempre più lunghi… le cose a volte finiscono così, un po’ per inerzia, senza che le persone ne siano realmente consapevoli. L’amicizia è come una pianta: può nascere spontaneamente ma ha bisogno di cure per crescere bene e durare nel tempo. Deve trovare il giusto ambiente e, per quanto sia adattabile e resistente alle avversità, ha sempre bisogno di acqua e nutrimento, altrimenti non sopravvive.

Elisa trovò la madre ad aspettarla fuori la porta. Aveva preparato un pranzo degno della più solenne e opulenta vigilia di Natale. La casa era come la ricordava, tranne la cucina che era stata rifatta da poco ed era finalmente dotata di una lavastoviglie, vero segno di modernità ed emancipazione femminile. Sui fornelli nuovi, però, troneggiava ancora la vecchia moka; ammaccata e un po’ opaca era ancora la regina indiscussa della cucina.

Quella vecchia macchinetta le aveva sostenute nelle lunghe notti di studio per l’esame di maturità, era stata testimone silenzioso dei loro pianti e dei primi travagli amorosi. Ogni volta che Lina arrivava da lei, le bastava uno sguardo per capire la gravità della situazione. Quando capiva che si trattava di una questione complicata, prima di qualsiasi domanda diceva: “siediti, metto su il caffè”. Così, mentre l’acqua arrivava ad ebollizione e il caffè piano piano sprigionava il suo aroma, si scioglievano i nodi del racconto e i problemi iniziavano a sembrare meno complicati. “Ci voleva solo un buon caffè, vedi?” ridevano insieme.

A turno vennero a salutarla i cugini, gli zii, i vicini di casa, in una lenta e chiassosa processione le portarono a far conoscere gli ultimi nati, la aggiornarono sui nuovi matrimoni e sulle attività che durante gli anni si erano avvicendate nelle vie principali del paese.
Nessuno nominò Lina. “Forse sono sicuri che siamo ancora in contatto” pensò, “che io sappia tutto di lei. O forse hanno capito che l’ho dimenticata. Che ci siamo perse.”

“Allora, ti è piaciuto il pranzo? Hai visto la figlia del vicino quanto somiglia a suo padre?
Vuoi andarti a riposare un po’? Sei silenziosa…”.
“Si mamma, mi hai fatto mangiare in un’ora quello che di solito mangio in una settimana! Comunque… grazie, certe cose non me lo ricordavo più quanto erano buone! Ora però mi vado a fare due passi in paese, così smaltisco un po’ di frittura”

Uscendo nel cortile pieno di fiori le sembrò di entrare in un varco temporale. La sua visione era come sdoppiata: riusciva a vedere contemporaneamente le cose come erano e come erano state. Il marciapiede era più largo e ben tenuto, il bar all’angolo era stato rinnovato e ora aveva dei bei tavolini con gli ombrelloni per mangiare di fuori in estate. Quel posto non era più uguale a quello in cui era cresciuta, eppure le comunicava nello stesso tempo un senso di estraneità e familiarità. Tutto le era estraneo ormai, eppure incredibilmente familiare. Come se vedesse il vecchio e il nuovo in due diapositive sovrapposte. Non riusciva a sciogliere il groviglio di emozioni contrastanti che si avvicendavano, e accompagnavano i suoi passi lenti quando alzò lo sguardo e si trovò davanti ad un portone. Suonò il citofono.
Pochi minuti di attesa ed eccola comparire. Sempre bionda, sempre occhi gioiosi.

“Ma cosa ho fatto? Ora che le dico? E se non mi volesse vedere, se fosse arrabbiata con me? E se si fosse dimenticata di me?”

Uno sguardo, un sorriso. “Vieni dai, metto su il caffè”.

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