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Blackkklansman di Spike Lee

Blackkklansman di Spike Lee

Per un ritorno arrabbiato e impegnato dalle vacanze, nella rubrica di settembre vi propongo l’ultima fatica di Spike Lee: Blackkklansman, osannato e premiato alla scorsa edizione del festival di Cannes, in uscita nelle sale italiane dal 24 settembre.

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico di Ron Stallworth, il film racconta la storia incredibile ma vera di un detective afroamericano di stanza a Colorado Springs (Colorado, USA), interpretato da John David Washington, che, negli anni ’70, riuscì a infiltrarsi nel Ku Klux Klan (KKK) locale, diventandone membro effettivo e persino capo sezione. Grazie a questa operazione, e soprattutto all’aiuto del collega Flip Zimmerman (Adam Driver), Ron è in grado di conoscere nei dettagli ideologia, abitudini e modus operandi dell’estrema destra dello zio Sam, e di comprendere una ritualità e una retorica demenziali, ma allo stesso tempo estremamente efficaci nel resistere al corso degli anni. In questa avventura Ron si trova addirittura ad avere un costante contatto telefonico col ripugnante David Duke (Topher Grace), “volto umano” nazionale e televisivo del Klan, per nostra sfortuna ancora attivo sulla scena politica. Dal lato opposto della barricata, Ron si trova invece in contatto con i movimenti studenteschi, con il black power e la lotta per l’emancipazione ed i diritti sociali incarnati perfettamente nella figura di Patrice (Laura Herrier), presidente del sindacato studentesco di Colorado Springs.

Blackkklansman sembra riportare Spike Lee alle origini, alla verve e alla violenza polemica di Fa’ La Cosa Giusta, Jungle Fever e Malcolm X, in cui il discorso politico e l’osservazione delle dinamiche razziste nel comportamento quotidiano si accompagnano ad un confronto mai banale con le strutture culturali e le forme della rappresentazione nei medium di massa.

Tantissimi sono i riferimenti che ricorrono durante il film: da Franz Fanon a Nascita di una Nazione di D. W, Griffith (1915), controversa pietra miliare del cinema, e matrice indiscussa dell’immaginario razzista, nostalgico e revanscista del Klan. Non a caso, una delle sequenze più provocatorie e intriganti mostra i membri del Klan assistere estasiati alla proiezione di questo film, mentre in montaggio parallelo vediamo Harry Belafonte, notissimo attivista afroamericano, spiegare ad una platea di studenti come molte delle pratiche del linciaggio perpetrate dal KKK siano da legarsi al film, e in generale ad una (purtroppo) condivisa mitologia razzista della storia statunitense.

D’altro canto, Spike Lee è eccellente nel citare, recuperare e rielaborare il linguaggio del Blaxploitation, genere artistico e cinematografico caratterizzato da produzioni a basso costo e diretto soprattutto ad un pubblico afroamericano (Shaft, Cleopatra Jones, e Superfly sono alcuni dei titoli più noti) attribuendogli una dignità culturale al di là del puro feticcio del cinema di genere.

In questo cinema Lee, riconoscendo anche l’impatto che esso ebbe per la generazione delle Black Panthers, vede il forte tentativo, e anche la realizzazione, di una mitologia opposta a quella razzista e suprematista di Hollywood che, fra alterne vicende, nonostante i recenti tentavi liberal di revisione e trasformazione, rimane comunque fondamentale nella costruzione delle figure eroiche (basti pensare alla terrificante matrice reazionaria alla base dell’universo filmico DC), ma soprattutto nella percezione del passato e del presente della nazione.

In effetti, in questo film pare si condensino tantissimi degli aspetti della carriera del famoso regista, dalla decisa volontà di analizzare il razzismo nei suoi meccanismi relazionali e sociali, fino alla formulazione di un cinema che ridefinisce il concetto di identità made in USA, assorbendo così la lezione di W.E.B. Du Bois e James Baldwin, e facendo della cultura afroamericana non una diversità da includere, ma parte fondante di una complessa e conflittuale nozione di America.

Nel far questo Lee mescola gli strumenti della commedia, del poliziesco anni ‘70, e del thriller politico senza risparmiarsi e regalandoci un finale mozzafiato (che non vi spoilero), una vera chiamata alle armi per chi, come il sottoscritto, digerisce molto male l’orrendo clima politico di questi tempi.

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