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Marea

Marea

 

La bocca asciutta, la pelle secca. Ero salva o stavo per morire?

Ad ogni salto sentivo un tonfo e poi mi ritrovavo completamente bagnata. Uno, due, un altro ancora. Sembrava che la barca si alzasse fino in cielo per poi ripiombare a terra, violentemente. Era come un pugno su un cuscino, come un sacco pieno di farina che cade da un metro. 

La differenza era che qui non finiva mai.

Il vento mi toglieva continuamente il velo, mi tirava i capelli e mi entrava negli occhi. L’acqua salata mi spaccava la pelle e la notte non rendeva onore a quelle potenti onde. La piccola barca, che scricchiolava ad ogni colpo, aveva in punta una piccola luce bianca. La vedevo puntare al cielo e poi in acqua. Delle volte scompariva per qualche secondo. 

Era un’imbarcazione a due piani, come una piccola casa. Io ero nel secondo piano, quello di chi ha pagato di meno, dicevano.
O di chi ha pagato in un altro modo, pensavo.
Come se il pagare fosse riferito soltanto ai soldi, alle monete. Tutto così materialmente spicciolo e semplice, per tutti.
Per me invece era il solito ripetitivo incubo. 

Di colpo un uomo seduto al centro della barca iniziò ad urlare contro un altro uomo.
“Voglio fumare” gridava.
“Non devi” gli intimavano in molti.
“Voglio fumare e fumo” continuava in precario equilibrio tra le onde.
Quell’altro uomo prese le sue sigarette e le buttò in mare, insieme ai fiammiferi.
“Sei pazzo” disse secco, deciso, allo sconosciuto uomo senza capelli e senza denti, che voleva assolutamente soddisfare il suo bisogno. 

D’un tratto si alzò con violenza e prese l’uomo che gli aveva gettato via il fumo, con forza. L’altro era piccolo, esile, con un braccio più piccolo di un altro, ripiegato su se stesso. Ma con un coraggio infinito. 

Innanzitutto era li, solo, piccolo, esile. Poi affrontava quell’uomo con decisione, senza violenza, ma solo per il suo bene ed indirettamente per il bene di tutti noi. La barca era impregnata di carburante. La puzza era ovunque. Una qualsiasi scintilla ci avrebbe fatto saltare tutti in aria. Non poteva fumare. Ma lui lo voleva insistentemente e senza ragione. 

Quando riempivano il serbatoio, che era nel nostro piano, provavano a fare attenzione ma le onde rendevano la barca troppo instabile. Il fluido così cadeva a terra e con i movimenti della barca si spargeva preciso, ovunque, misto all’acqua che entrava un po’ da tutte le parti. 

Smisero di litigare e l’uomo fumatore si arrese. Aveva uno sguardo furioso.
Si alzò e cominciò a camminare avanti ed indietro, nervosamente. Con le dita di una mano si tamburellava l’altra ed ogni tanto faceva un ghigno spaventoso.
Sembrava in preda ad un demone. 

Nel nostro piano eravamo tutti ammucchiati, donne, bambini, gravide, disabili. Era impossibile muoversi, figuriamoci camminare. Lui invece ci riusciva, perché dopo l’accaduto, ognuno si scansava per paura. Prese una specie di radio e disse qualcosa. Non si sentiva nulla, io non capivo nulla, eppure sembrava essere la mia lingua. Le onde ed il motore facevano un rumore assordante. Mise la radiolina all’orecchio e corse di sopra. Tornò.
Stava fumando. 

Scese al nostro piano e ci guardò in faccia, tutti. Iniziò una risata potente, con la sigaretta in una mano e un accendino nell’altra.
Rideva forte, sempre più forte.
Pensai che ci avrebbe uccisi tutti, che ci avrebbe fatto affondare, tutti.
Chiusi gli occhi e cercai di pensare ad altro. Ma era impossibile.
L’acqua in faccia, il sale, la risata, il silenzio di tutti gli ignari passeggeri, lo rendeva impossibile. 

“Ragazza” mi sentì chiamare, ma speravo non ce l’avessero con me.
“Ragazza, non aver paura” si ce l’aveva con me.
“Siamo quasi arrivati, ragazza” disse convinto.
A quelle parole aprì gli occhi e lo guardai.
Era lui. Il piccoletto che ci aveva salvato dal fumatore indemoniato. 

“Siamo quasi arrivati, stai tranquilla. Tra un po’ vediamo le luci”.
“Le luci?” dissi.
“Si le luci e poi siamo arrivati, salvi”.
“Ma arrivati dove?” chiesi. 

Sorrise. Aveva compreso la mia ingenuità.
Non mi disse nulla.
Dal suo sguardo capì che lo sapeva ma avevo paura di chiedere. Forse tutti sapevano ma non io. 

Sentivo spesso pronunciare la parola marea ma non avevo capito se fosse il nome di un luogo o di qualcos’altro. Marea. Era bello però. Suonava bene. Soave, dolce ma allo stesso tempo imponente e privo di ogni paura. Marea. 

Quindi richiusi gli occhi e riprovai a pensare a quelle montagne innevate sempre presenti nella mia immaginazione. Ma era difficile pensare ad altro.
La bocca asciutta, la pelle secca. Ero salva o stavo per morire?
Riavvolgo.
Aprii d’improvviso gli occhi.
Ansimavo. Voglio tornare a casa. 

Mi sentivo il petto bucarsi e poi gonfiarsi quasi a scoppiare. Provai a sorridere pensando fosse un sogno invece no. Ero sveglia.
Il battito in petto lo sentivo pesante, fino alla gola, fino alle tempie.
Seduta li nel mio letto, di notte, ogni notte ormai da qualche giorno.
Sentivo persino il mio respiro nelle orecchie, come se non fossi io a respirare. Come se fosse un’altra persona posta al mio fianco. 

Marea era lí e dormiva, calma.
Voglio tornare a casa.
Un fulmine in piena notte.
Sgranai gli occhi.
Il battito ed il respiro acceleravano.
Voglio tornare a casa. 

Mi girai di colpo. Una, due, tre volte.
Chi era? Chi era che ripeteva quella frase insistentemente?
Le tempie sembravano andare l’una verso l’altra. Non lo sopportavo più. Come una morsa sempre più stretta.
Alzai le mani e mi presi la testa.
Caddi sul cuscino, di nuovo, ad occhi spenti. 

Quel giorno non dovevo andare, non passavano a prendermi. Mi avevano detto che in fondo non succedeva nulla ma per qualche giorno era meglio non rischiare. Così mi svegliai qualche minuto più tardi e preparai la giornata per Marea. Oggi l’avrei accompagnata io, era un giorno particolare per lei ed era tanto nervosa ed agitata. 

“Neanche una giornata come la mia. Neanche una”, era la mia preghiera del mattino ormai.
“Marea” sussurrai.
“Marea svegliati, alzati, dobbiamo andare”.
Lei, lì, bellissima. Occhi neri come i corvi, capelli ricci stretti ma morbidi e lucenti, un corpicino esile ed una bocca sottile. 

“Mamma, vieni anche tu”? Mi chiese.
“Mamma perché vieni anche tu”?
“Mia piccola oggi non vado dalle cassette – come le chiamava lei – tra i fiori, oggi sono qui con te. E anche domani”

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