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arrivi, ritorni

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Sin da piccolo ho sempre frequentato molto gli aeroporti. Mio padre era un diplomatico ed era spesso all’estero anche per lunghi periodi. Il giorno del suo ritorno a casa era vissuto da tutti noi come una festa, con un’attesa che iniziava parecchi giorni prima e culminava con il viaggio all’aeroporto di tutta la famiglia. Quel giorno io e mio fratello eravamo autorizzati a saltare la scuola e gli sport, come se fosse una festività ufficiale anche se non era riportata in rosso sul calendario. Per noi in effetti era un po’ come Natale, anche perché la valigia di papà era di solito piena di regali.

Ricordo l’attesa all’uscita degli “arrivi internazionali”, io che cercavo di farmi strada più avanti possibile per riuscire a vederlo per primo. Ricordo gli abbracci, il suo sguardo su di noi come a controllarci, come per essere sicuro che fossimo proprio noi, come lui ci ricordava.

Oggi tutto questo è più difficile da capire: con le video chiamate, internet, le distanze diventano più tollerabili e si ha molto meno la percezione della lontananza, che diventa solamente fisica e non più visiva. Le persone oggi sono sempre raggiungibili, ma quando ero piccolo io c’era solo il telefono di casa e le chiamate interurbane erano molto costose e spesso piuttosto disturbate. Solitamente ci si dava un appuntamento telefonico e si cercava di condensare in pochi minuti le informazioni più importanti sforzandosi di far passare tutto l’affetto, la nostalgia e la malinconia dell’assenza attraverso quel sottile filo di plastica che spariva chissà dove attraverso la spina nel muro.

Ricordo le chiacchere in macchina, tornando dall’aeroporto, l’ansia di raccontare grandi e piccole cose successe durante quei mesi, un fluire di parole senza soluzione di continuità, una sintesi strampalata ma piena di emozione. In quel momento eravamo una famiglia perfetta; la distanza ci aveva reso più uniti, risvegliando l’affetto più profondo che provavamo l’un l’altro e cancellando, seppur temporaneamente, gli attriti e le incomprensioni  fisiologiche di ogni convivenza.

Sarà forse per questo che gli aeroporti mi danno sempre una sensazione di familiarità, di calore, nonostante io viva ogni partenza sempre con un leggero stato di ansia. Viaggio molto spesso, ma non smetto di avere timore di aver dimenticato un documento o un timbro su un visto, o di incappare in qualche imprevisto che mi impedisca di partire. Il ritorno invece è sempre più disteso; anche se di frequente non è affatto un ritorno a casa, per qualche strano riflesso psicologico, lo vivo sempre in modo più rilassato. Anche l’attesa al nastro bagagli è meno tesa. Il mio bagaglio di cose indispensabili all’estero una volta varcata la frontiera diventa del tutto superfluo, quasi un peso, un ammasso di vestiti da lavare e altra roba a cui trovare un posto.

Quando penso al “tornare” poi, penso sempre alla mia città. Non alla città in cui vivo ora – da più di 20 anni! – ma in quella dove sono nato e cresciuto. Ho notato che spesso, quando racconto a qualcuno dei miei programmi di viaggio, sostituisco la parola casa con il nome della mia città di origine e mi accorgo dell’errore solamente dallo sguardo interrogativo del mio interlocutore.

Ormai nessuno viene più a prendermi all’aeroporto. Le mie permanenze all’estero non sono mai tanto lunghe da creare quel senso di attesa che spinge una persona ad arrivare all’aeroporto in orari spesso improbabili. In più, esistono collegamenti efficientissimi e veloci per raggiungere la città e valige leggere e comode da trasportare, non è più necessario scomodare nessuno. Nonostante questo, ogni volta che varco il gate di uscita, mi accorgo di cercare con lo sguardo qualche faccia conosciuta tra la gente in attesa e gli autisti con i cartelli in mano. Non mi aspetto di trovare mia moglie, o i miei figli, anche se a volte mi hanno fatto una sorpresa. Cerco lo sguardo di mio padre, impaziente di conoscere i racconti dei miei primi viaggi; quello di mia madre, che aspetta di vedermi e capire con una sola occhiata come sto, e vedo sul suo viso sciogliersi in un attimo tutta la tensione dell’attesa.

Un piccolo ritorno nel passato insomma. Alle vecchie abitudini, alle voci conosciute e rassicuranti degli amici d’infanzia; al vecchio quartiere, ma non com’è ora ma come era anni fa, quando ci vivevo io. Con il bar all’angolo che adesso non c’è più e quella bella cartoleria che stava dove adesso c’è il negozio dei cinesi. Per ritrovare per un momento quella sensazione benefica, quella consapevolezza effimera di essere al proprio posto, finalmente a casa.

Ma la casa non è il passato, ma il futuro. E’ il futuro che mi attende là fuori. Una notifica sullo smartphone mi avvisa della partenza del mio treno tra pochi minuti. Accidenti, il futuro è sempre di corsa.

 

 

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