Breaking news
13 dicembre 2018

L’anello

6 dicembre 2018

Giochi d’infanzia

5 dicembre 2018

Nascondino

22 novembre 2018

Cara Santa Lucia

20 novembre 2018

Un raggio di sole

16 novembre 2018

Ho smarrito il destinatario

Procida.

“Un’isola è libertà e prigione”[1].

Inizia così il romanzo che ho scelto di portare con me nelle mie giornate estive.

Una frase che mi ha colpito per quanto è vera.

Sono sempre stata un’amante della mia terra. Ovunque io vada, porto sempre in valigia con me un pezzo della Campania: cibi, suoni e i sapori che rendono la nostra terra Felix una delle mete più suggestive e ambite, in Italia e nel mondo. Eppure, nonostante il mio continuo girovagare, non avevo mai visitato le nostre isole. Ci ho provato quest’anno, toccata e fuga a Procida, l’isola più piccola, quella che ti accoglie silenziosa, che non rincorre i turisti, semplicemente li attende.

Procida è, notoriamente, l’isola dai toni pastello. Una fila di case colorate che saluta chi approda. Secondo la tradizione, è proprio questo il motivo per cui le facciate sono così variopinte: per permettere ai pescatori al  rientro di riconoscere il proprio focolare, di sentirsi finalmente a casa.

Siamo ancora sul traghetto e la mia compagna d’avventure già scalpita per scendere. Io rimango lì, mi attardo a fotografare la scia colorata che onda dopo onda vedo più vicina. I dettagli aumentano, la visione è più nitida. Mi lascio trasportare dall’incanto e dal fascino di quei colori sparsi, ma perfettamente in ordine.

Due donne accanto a me, madre e figlia, hanno appena finito uno spuntino veloce. Si preparano a scendere.

“Siamo qui per il weekend” raccontano.

Si vede che provengono dalla Napoli bene. La madre indossa un semplice abito di lino, occhiali da sole e due grandi orecchini placcati in oro.

“Mia figlia ha voluto regalarmi del tempo insieme”.

È un cosa bella, penso, ma mi limito ad annuire e sorriderle.

Le due donne si allontanano. Mi accingo a fare altrettanto, rincorrendo il desiderio di toccare finalmente terra. Il porticciolo conserva la semplicità di un luogo di pescatori. Non c’è l’invasione di yacht e barche turistiche. Un piccolo mondo di mare e di terra. Di lavoro, di pesca, di agricoltura, di mamme che dal balcone richiamano i figli a casa, di ragazzi in bicicletta su e giù per la scogliera, di donne con i cesti colmi di limoni per la limonata da portare in tavola assieme al pane fresco. Tra i vicoli stretti si salutano, con poche parole, senza convenevoli; solo l’essenziale. Alcune di loro, grembiule ancora in vita, si prendono del tempo per qualche inciucio di paese, mentre il ragù a fuoco lento si asciuga riempiendo le stradine di quel profumo tipico che noi associamo alla domenica. E così si può sentire della figlia di Nennella fuggita a Napoli per studiare e conoscere il mondo al di là dello scorcio di mare che la vista dalla Corricella ti regala; oppure di Totonno che, stanco di fingere, ha deciso finalmente di prendere in mano il timone della sua vita per portarla sulla giusta rotta. Nessuno sa dove. Passeggiando  tra le stradine e le case in tufo, ti senti addosso tutte le storie di quest’isola. Storie d’amore e disperazione, storie di solitudini e rassegnazione. Passato e presente convivono e ricreano una suggestione magica.

“Mario, aspettami!”, urla una donna di mezza età affrettandosi sul lungomare. “Non vedi che mi sono fermata?”.

Qualche turista alza la testa dallo spaghetto a vongole, incuriosito dal vocio insistente. L’uomo non la sente, chissà se lo fa di proposito.

“Mario, Mario!”.

Finalmente lui si volta, alza le braccia al cielo e ci guarda cercando compassione.

“Come fai a non accorgerti che non ci sono? Eppure sono trent’anni che mi tieni accanto.”.

L’uomo prosegue nel suo composto silenzio, imbarazzato dallo show che la moglie ha messo in scena.

Trent’anni insieme. Sopportarsi, più che altro, mi viene da pensare.

“Un’isola è libertà e prigione”. Una frase che risuona forte, ancora di più se l’isola in cui nasci ha un perimetro di appena sedici kilometri. E la senti, prepotente, che ti insegue e ti condanna.

Decidiamo di mangiare un boccone. Scendiamo a Marina di Procida passando per una piccola strada sterrata che dà direttamente sulla spiaggia. L’acqua è cristallina, fredda. Assaggiamo il dolce tipico, quello che i procidani chiamano Lingua di bue: un fagotto di pasta sfoglia ripieno di crema al limone.

“A che ora abbiamo il traghetto?”

“Alle cinque.”

“Sono le tre, che ne dici di riposare in spiaggia?”

Annuisco.

C’è una piccola spiaggetta nascosta dal porto, a due minuti dalla banchina per salire sul traghetto. Ci sembra il posto giusto per il nostro ristoro. Scegliamo un punto all’ombra, al riparo dall’impetuoso sole di luglio. Il silenzio accompagna il suono delle onde che muoiono sulla riva. Un gruppo di ragazzi gioca con la palla. Poco più avanti una studentessa li guarda con invidia, mentre legge e sottolinea il suo libro di filosofia. È questa la vita che trascorre placida sull’isola.

Una leggera brezza mi accarezza la schiena, il frangersi delle onde diventa un suono sempre più flebile e lontano, simile a una cantilena che concilia il sonno. E in un attimo sono le cinque.

“Marta, svegliati, perdiamo il traghetto!”,

Lei si alza, raduniamo in fretta le poche cose e corriamo, ostacolate dalla sabbia che fa affondare i nostri passi. Voliamo veloci verso il porto, tenendoci per mano, aiutandoci a non cadere. Pochi metri con il cuore in gola e il respiro corto ma finalmente siamo lì, giusto in tempo.

In tempo per vedere il traghetto partire senza di noi, salutandoci con la sua stridente sirena. Beffardo, insolente.

“Un’isola è libertà e prigione”.

[1]Enzo Gianmaria Napolillo, Le tartarughe tornano sempre, s.l., Feltrinelli, 2015

Contatore
  • 8
    Shares

0 Comments

No Comments Yet!

You can be first to comment this post!

Leave a Reply

Breaking news
13 dicembre 2018

L’anello

6 dicembre 2018

Giochi d’infanzia

5 dicembre 2018

Nascondino

22 novembre 2018

Cara Santa Lucia

20 novembre 2018

Un raggio di sole

16 novembre 2018

Ho smarrito il destinatario