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Il Corpo Trema

Molti critici e osservatori fanno notare come da alcuni anni il cinema italiano stia vivendo una stagione straordinaria, segnata dalla rinascita di un cinema indipendente e dalla comparsa di nuove figure autoriali che, con sensibilità molteplici, contribuiscono ad arricchire il panorama audiovisivo. Solo quest’anno titoli come Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher, Dogman di Matteo Garrone, e La Terra dell’Abbastanza (lungometraggio d’ esordio dei fratelli D’Innocenzo) sono stati accolti con entusiasmo dalle giurie di festival internazionali, raccogliendo anche discreti consensi al botteghino. Uno dei casi più recenti e emblematici di questa ‘nuova’ stagione del cinema italiano è sicuramente Sulla Mia Pelle di Alessio Cremonini per diversi fattori. Da un lato il film rappresenta un caso chiave per discutere e affrontare molte delle criticità produttive e distributive che il cinema vive a livello transnazionale. Prodotto da Cinemaundici con LuckyRed e il sostegno del MiBACT, e distribuito in contemporanea online da Netflix e nelle sale (non moltissime) da LuckyRed, il film è riuscito ad ottenere un incredibile successo, legato anche alla tragica problematicità del caso di Stefano Cucchi. Nonostante la diretta competizione con titoli commerciali di fortissima risonanza (come Gli Incredibili 2, The Equalizer 2), la distribuzione online e le varie proiezioni pubbliche, il film ha comunque goduto di una buona risposta economica evidenziando come uno dei maggiori problemi legati al futuro della fruizione cinematografica non sia tanto la presenza di piattaforme per lo streaming, o del download, quanto il monopolio quasi assoluto della distribuzione in sala. Saturando il mercato e lo spazio d’esposizione, le major nazionali e transnazionali stanno riducendo sempre di più la possibilità che un cinema ‘nuovo’ si affermi attraverso i canali tradizionali e, pertanto, rendono necessario non solo il continuo sviluppo della distribuzione in rete, quanto soprattutto la riscoperta delle proiezioni pubbliche, il riutilizzo democratico delle piazze (come fatto dai ragazzi del Cinema America) o la centralità dell’attività associativa (centri sociali, organizzazioni culturali, etc.) nel diffondere e fruire i film oltre le barriere di un mercato che associato alla parola ‘libero’ fa sempre ridere.

D’altro canto, Sulla Mia Pelle è un film fondamentale dal punto di vista estetico, stilistico ed etico. Scritto, diretto e recitato con un’asciuttezza magistrale, il film non concede nulla, è austero e lascia da parte ogni facile sentimentalismo. Come sostenuto dall’avvocato della famiglia Cucchi, il film non è per nulla tenero con Stefano, ne dipinge tutte le azioni e decisioni senza conferirgli alcuna sacralità e aura di purezza e, allo stesso tempo, non indulge nel mostrare la violenza subita dal protagonista con compiacente sadismo, anzi la lascia fuori campo, rivelandone invece gli effetti che lentamente si fanno spazio sul corpo del protagonista. Un corpo che trema, come quello della/lo spettatrice/tore nell’assistere al lungo e constante incedere dello strazio fisico (‘il dolore è traditore’ dice un compagno di cella di Stefano) sulla pelle del protagonista. Il dolore di Stefano, nella sua insensatezza, è però qualcosa di più di una sensazione interiore. È l’effetto di un rapporto terrificante con lo spazio circostante, con l’istituzione carceraria, con l’idea di giustizia, punizione, ed esclusione che essa estende. Stefano è colpevole, indipendentemente dal reato contestatogli, perché è un ‘tossico’; è questa sua profonda colpa che giustifica le omissioni, le continue omertose coperture, il trattamento sprezzante e negligente di tutti i funzionari dello stato con cui si è trovato ad interagire. Non c’è un vero carnefice, benché ci siano chiaramente diversi gradi di responsabilità per la morte di Stefano; omicida, invece, è la macchina di ingiustizie, soprusi e mancanze che trova spazio sul corpo di Stefano, un corpo che appare nella sua immane tragicità nella conclusione del film , attraverso lo sguardo di Ilaria e dei genitori Rita e Giovanni.
Proprio in nome della sua austerità e asciuttezza il film divide e continuerà a separare e a far confliggere i pubblici, e a creare una sana dicotomia fra quelli che pensano che il diritto, la sua estensione e progressiva creazione siano ciò che rende una società degna, e chi invece ritiene che parole odiose come sicurezza, ordine e controllo valgano più dei corpi che le subiscono.

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