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The Other Side of the Wind di Orson Welles

“Sono solo un poveraccio che cerca di fare del cinema”
Orson Welles

L’ultimo film di Orson Welles (scritto con la compagna Oja Kodar, anche fra i personaggi principali del film), frutto di una travagliata produzione lunga 6 anni (dal 1970-1976), è stato, infine, dopo altrettanto turbolenti contenziosi legali, presentato al pubblico durante la scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia per poi essere, da questo Novembre, disponibile su Netflix.
Se John Ford, David Lynch e Sergei Eisenstein potessero mai incontrarsi, il risultato di quel catastrofico incrocio di galassie sarebbe The Other Side of The Wind. Questa definizione per quanto possa apparire evocativa e accattivante non basterebbe comunque a rendere giustizia alla complessità della figura autoriale di Welles, la cui opera postuma ci appare oggi come la vetta impossibile di un percorso cinematografico cominciato con l’immenso e titanico Citizen Kane (1941) e sempre rinnovatosi. Una traiettoria, quella di Welles, che più di un discorso artistico e stilistico sembra invece configurare un gioioso corpo a corpo con il medium cinematografico e con la sua possibilità di creare oltre la rappresentazione, oltre la pallida funzione della macchina da presa di riprodurre, di comunicare, o di farsi interpretare. L’aspetto meta-filmico di The Other Side of the Wind è quello più evidente; il film, infatti, segue Jake Hannaford (John Huston) regista attempato durante il suo ultimo giorno di vita appena dopo l’apparente conclusione del suo progetto finale: un film provocatorio e sperimentale influenzato dall’estetica contro-culturale degli anni ‘60-‘70. Hannaford è circondato da un cerchio magico di accoliti, critiche/ci, attrici/tori, sceneggiatori, rivali e loschi figuri che lo accompagnano lungo l’infinita e irrealizzabile festa di conclusione delle riprese con fallita proiezione del film annessa. Il film si apre come un’intrigante, discontinua e selvaggia sinfonia jazz, le immagini si susseguono ritmate e in contrappunto così come i dialoghi, i volti dei personaggi e gli schermi si incrociano continuamente in un gioco di specchi che sembra un’estensione della sequenza finale de La Signora di Shanghai. Diversamente dal classico del noir dello stesso regista, i riflessi qui si espandono e moltiplicano senza soluzione o catartica conclusione, se non quella materica morte che avviene ad ogni interruzione di un rullo o allo scadere inevitabile di un timer segnando così la chiusura di un’esperienza audiovisiva. Nel suo esplodere di immagini e sensazioni, e con l’enigmatico statuto di progetto incompiuto e postumo, The Other Side of the Wind è soprattutto (e paradossalmente) un’interrogazione sul concetto di autore, sulla necessità implicita di tale costrutto perché la visione possa aver luogo o, d’altra parte, sulla sua scomparsa non in favore di un postmoderno gioco testuale. La morte di Hannaford/Welles fa sì, infatti, che il soggetto/autore non possa più essere identificato con un direttore, con uno sguardo onnisciente, ma con la totalità degli affetti (direbbero Deleuze e Spinoza), delle pratiche e dei concetti immanenti che noi, spettatrici/tori e esploratrici/ori costruiamo attraverso il film. Welles ci appare, dunque, nel susseguirsi barocco di piani e prospettive infinite contenute in un singolo spazio; nella donchisciottesca, salubre e inutile impresa di creare, attraverso la camera e la forza della messa in scena, mulini a vento, dimensioni di senso attraverso le quali sperimentare noi stessi e cercare, senza alcun finale garantito, di toccare l’altro lato del vento.

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