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Sorry to Bother You di Boots Riley.

Sorry to Bother You di Boots Riley.

Galvanizzato dal successo alla scorsa edizione del Sundance Film Festival, vetrina delle produzioni indipendenti nordamericane e non solo, Sorry to Bother You si presenta come uno dei casi cinematografici di quest’anno.

Nonostante il budget ridotto, 3,2 milioni di dollari (che per gli standard di Hollywood sono cifre solitamente dedicate al catering), e la partecipazione di aziende minori nella produzione, il film è riuscito ad ottenere un enorme successo negli Stati Uniti (17 milioni al botteghino al momento), e il supporto di diverse majors nella distribuzione nazionale ed oltreoceano. Sorry to Bother You è oggi in uscita nelle sale inglesi e si spera venga presto accolto nei cinema di tutto il mondo.

Scritto e diretto da Boots Riley, noto musicista rap e attivista politico, il film si presenta come un’originale e caustica dark comedy capace di tenere insieme: una vivace e pungente critica del capitalismo contemporaneo, una messa in causa dei rapporti di forza in termini di costruzione dell’identità che questo sistema produce, e infine una schizoide forza visiva che ricorda il cinema di Michel Gondry e Terry Gilliam.

Protagonista del film è Cassius Green, anche noto come Cash (impersonato da Lakeith Stanfield), disoccupato semi-nullatenente, alla disperata ricerca di un lavoro e di un’abitazione più decente del garage dello zio che occupa insieme alla partner Detroit (Tessa Thompson), artista-performer precaria. L’azione si svolge a Oakland, città californiana che porta con sé un’intensa storia di lotta e ribellione; fu, infatti, sede delle note Black Panthers e fulcro di diverse organizzazioni politiche e moti di protesta. Non a caso, anche il notissimo cinecomic Black Panther ha dedicato ampie parti della propria narrazione al passato/presente di questo focolaio dell’immaginario politico contemporaneo, cercando di riconnettersi e, in qualche modo, di appropriarsi in modo conciliante della potenzialità sovversiva che la città porta con sé.

Di segno completamente opposto è il film di Boots Riley; a sostituire le Black Panthers ora c’è la grande azienda WorryFree (si legga Amazon), che offre ai propri dipendenti l’opzione di vivere sul posto di lavoro, tagliando così spese e preoccupazioni in funzione di una serena sottomissione totale al capitale (sussunzione della vita al capitale direbbero i post-operaisti). Cassius trova finalmente lavoro in un call-center legato alla grande impresa sopramenzionata, ma dovrà fare i conti con la propria ‘voce interiore’ per imboccare la strada del successo.

Chiave per vendere, infatti, è usare la propria white voice, nel film realizzata attraverso il doppiaggio di Cassius da parte dell’attore David Ross. Parlare come un bianco, performare la white voice, non è un semplice esercizio di stile, volto a rilevare pregiudizi e astratte strutture culturali; questo gesto implica un continuo lavoro su di sé, una costruzione dell’identità fatta per sentirsi adatto, accettabile, a norma. Come spiega il collega Langoston (Danny Glover) anche i bianchi devono imparare ad usare la white voice, che quindi si configura come un’unità di misura, come rassicurante centro gravitazionale attorno al quale tutte le categorie, identità e differenze si trovano costrette a ruotare e a subire stringenti rapporti di forza.

Il mettersi a norma di Cassius sarà la chiave di volta del suo successo, ma porterà con sé l’emergere di terribili contraddizioni, nonché di sconcertanti strategie produttive per il futuro dell’azienda. Come uscire dalla tragica impasse che oppone una vita propriamente etica alla presunta realizzazione individuale? Che fare? Boots Riley da buon materialista pone l’accento sull’azione e l’esistenza collettiva, sulla forza etica e creativa di uno spazio comune contro la chiusa solitudine del singolo. Nel delineare questo complesso e articolato percorso di lotta il film si appropria in modo grottesco e satirico degli stilemi dello scifi e del realismo magico, forse eccedendo e mancando, come è stato sottolineato in alcune recensioni, di una coesa visione d’insieme (non che questi siano necessariamente demeriti), ma riuscendo comunque, con una vitale e unica rabbia sovversiva, a restituire la schizoide e frenetica realtà del lavoro precario nell’era del capitale umano.

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