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Ale!

Ale!

Apparentemente, era una mattina qualunque di luglio, e Sofia era ancora assonnata dalla serata precedente. Era un giorno nel weekend e, come spesso accadeva, Sofia era tornata tardi. Qualche postumo, tra una birretta e un calice di vino, una chiacchiera con degli amici e qualche sguardo fugace con  l’amante del momento.

Era un giorno qualunque. Almeno così credeva quando si mise a dormire. E quando si svegliò.
Si alzò verso le nove, accese la radio, andò in cucina e mise su il caffè. Iniziò i suoi rituali della colazione.
Lo stereo con la musica alta risuonava di blues e jazz, prese la tovaglietta per apparecchiare la tavola, piattino e tazzina, cucchiaino, yogurt, biscotti e nel mentre, scalza, danzava per casa, leggiadra, sorridente e spensierata.

Si sentiva leggera.

Fino a quel momento. Fino alle dieci di quel mattino. Fino a quella telefonata. Fino a quel messaggio.

Squillò il telefono. Sul display il nome di Paolo, un suo amico di Napoli. Strano, pensò, ma forse la chiamava per darle notizie sulla gravidanza della moglie, le vorrà dire se si tratta del suo prossimo nipotino o nipotina.
Rispose allegra come al suo solito: “Hei, come stai? Buongiorno!”

Dall’altro capo ricevette silenzio; sarà partita la chiamata, pensò Sofia.  Allora incalzò: “Paolo! Paolo! Ci sei?”
“Sofia! Cosa stai facendo?” chiese lui
“Il caffè! Perché?”
“Posa tutto! Siediti!”, ordinò.
“Ok! Sono seduta. Ma cosa c’è? Mi preoccupi!”
“Sofia, un incidente, stanotte. È stato travolto. È morto sul colpo. Sofia, Ale non c’è più!”.

Le scivolò il telefono dalle mani, si sentì cadere, le si annebbiò la vista, le mancò il respiro, le sembrò di soffocare! Come se una spada le avesse trafitto lo stomaco, dilaniato il cuore. “Ho male! Male ovunque”, ripeteva. La sua mente si riempì di confusione. “Non può essere possibile. Non può essere vero”.

Si fermò! Urlò! Soffrì! Pianse! Si abbracciò! O meglio, abbracciò il ricordo di Ale.
Restò immobile. A terra, sul pavimento della cucina! In un attimo era cambiato tutto!

Ripercorse tutti i momenti della loro infanzia, anno per anno, uno per uno, dettagliatamente, nella sua mente. Li visse di nuovo, in ogni sorriso, litigio e abbraccio.
Così trascorse quel giorno di luglio! Portandosi indietro nel tempo, quando le loro mamme li lasciavano giocare insieme e li chiamavano a squarciagola per convincerli a rincasare.

Sono passati cinque mesi; è dicembre e a breve sarà Natale. Sofia raggiungerà, come ogni anno, la sua famiglia per le festività. Li vede così poco. La vedono così poco.
Il paese sarà addobbato con tutte le luminarie, quel piccolo paese di provincia con mille residenti. Si conoscono tutti, sembra quasi di essere catapultati in una grande famiglia che, per quanto piena di screzi, alla fine è una comunità solida, unita.
Quest’anno tornerà a casa, farà il suo giro di saluti come di consueto e sembrerà quasi tutto normale. Come se non fosse accaduto nulla.

Entrerà nel bar del paese per l’aperitivo di auguri di Natale, come da tradizione, ma non ascolterà quella voce sorridente che la chiamerà e le dirà: Sofì, stai facendo cose buone? E cresci ,che tra un po’ mio figlio è alto quanto te.

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