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La prova

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Matilde si era svegliata in uno stato di spaesamento e con un cerchio alla testa. La madre, senza alcuna esitazione, aveva interrotto il suo sonno, dapprima alzando la persiana, poi aprendo un poco la finestra cosicché un refolo di aria fresca era entrato nella stanza assieme al riverbero giallastro di qualche lampione ancora acceso. Nell’aprire gli occhi, la ragazza aveva cercato con lo sguardo gli oggetti a lei familiari, rimanendo immobile.

   “Non hai molto tempo” le aveva detto la donna, notando il suo disagio e, per scrollarglielo di dosso, aveva aggiunto “Forza! Tra un quarto d’ora ti preparerò un bel cappuccino.”

   Lei invece sentiva di non riuscire ancora a padroneggiare i movimenti, rallentati da uno strano dolore alle ossa. Di non potere, proprio quel giorno, interrompere il flusso di pensieri che, a un tratto, si erano messi a saltare, come palline di pingpong, tra fatti vecchi e recenti. Immagini più o meno scolorite di qualche festività, un filone a scuola, il primo ragazzo. Quando era riuscita ad accantonarle aveva iniziato a vestirsi, guardandosi allo specchio solo per raddrizzare la gonna. Vedeva i suoi chili di troppo, consapevole che non li avrebbe persi in breve tempo. Aveva indossato una camicetta bianca e un pullover beige che, sotto la giacca di velluto scuro a coste, le avrebbero conferito un’aria goffa, ma non c’era tempo per scegliere un abbigliamento diverso. Quel giorno tutto sembrava congiurare contro di lei. Alle otto e trenta si era resa conto di quanto fosse tardi e, dopo avere raccolto i capelli in un’anonima coda di cavallo, aveva salutato la madre e sorseggiato appena un po’ di latte, quasi freddo.

  “Mangerò dopo” le disse all’ingresso. Già, un dopo ci sarebbe stato. Ogni cosa sarebbe continuata, dopo la prova.

   Fuori, il cielo plumbeo preannunciava pioggia.

   Matilde si afferrò a due maniglie dell’autobus come alle corde di un paracadute e quel gesto strappò un sorriso benevolo a un passeggero. Poi, per un sobbalzo le si scoprì il polso. Aveva scordato l’orologio e fu sul punto di chiedere l’ora, ma rinunciò: era la stessa esitazione che da bambina, la mattina dell’Epifania, le faceva tenere una mano sugli occhi, prima di guardare i doni, ritardando di poco l’eventuale delusione.  

   L’autobus si andò via via sfollando, ma lei avrebbe dovuto scendere al capolinea e percorrere ancora un centinaio di metri.

   Osservava dai finestrini i lati della strada: qualche carta svolazzava nella direzione opposta alla sua e provava una sensazione di sollievo. Un ragazzo che gesticolava, sdraiato su una panchina e con sulla bocca una smorfia, scomparve dietro un filare di alberi, da un’officina arrivò l’eco sorda di scoppi. Tutto scorreva, come le immagini di un film visto e rivisto, ma che ora le sembrava nuovo ed era un’inconscia autoassoluzione: “Talvolta si può perdere.”  Pioveva. Una pioggia sottile costrinse molti passanti a strattonarsi l’un l’altro per guadagnare un riparo e uno spintone la fece vacillare quando, affannando, arrivò a destinazione. Si infilò nel palazzo ma, fatti pochi passi, tornò indietro e si decise a chiedere l’ora al custode: un quarto alle dieci.

   Salì a piedi, di corsa, al terzo piano e bussò alla porta con la targa d’ottone “Carpet & Carpet”.

  “Mi scusi il ritardo, sono qui per la selezione di due…” disse al tipo di mezz’età che le aveva aperto, ma non poté finire la frase perché l’uomo la interruppe, in modo garbato: “Due contabili, sì. Ne hanno esaminato quattro per volta, in un paio di giorni, e le hanno già trovate” rispose, stringendole con vigore la mano.

   Matilde indietreggiò e si congedò con fare impacciato. “Talvolta si può perdere”. Ancora quel pensiero che non l’aveva mai abbandonata e l’aveva coccolata, fin dal mattino, simile a una rassicurante tiritera. Cominciò ad avere fame e sulla via del ritorno a casa prese una cioccolata e un cornetto. Poi, fermatasi alla vicina edicola acquistò la gazzetta “Trova lavoro”.  L’avrebbe tenuta stretta nella mano con il titolo in vista, fiduciosa che sua madre come faceva, quando lei era piccola, davanti ai regali allineati sotto l’albero illuminato, anche adesso si sarebbe limitata a guardarla dritto negli occhi, senza chiederle nulla, aspettando una reazione.          

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