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Olimpia

Olimpia

Guardavo lo sciame di stelle adiacente a quel lembo di terra nel Mediterraneo. Immaginavo i naviganti direzionarsi, gli astrologi sondarle, cercavo le costellazioni, quella del Cigno, mi divertivo a disegnarne nuove. Partivo da Orione e tracciavo congiunture invisibili, rotte su cui incanalare i vascelli di un’avventura, a cui affidare progetti per una fuga.

Tornavo ogni sera su quell’amaca, la dipendenza mi aveva sfiancata, ero diventata magra. La natura mi distraeva dal vuoto, rompevo nel suo brusio il mio silenzio fin quando non mi vinceva l’umidità e rientravo in camera di nascosto, così come ero uscita.

Avevo la sensazione che lo sapessero e mi lasciassero fare. D’altronde non avevo mai dato problemi, la mattina ero puntuale a lavoro, imparavo in fretta e sembravo entusiasta. In realtà più stavo bene, più sentivo spegnermi. Mi chiedevo oltre a questo posto cosa ci fosse, se fosse mio destino passare la mia vita lì, se avessi potuto farcela senza di loro. Queste domande mi lambivano come faceva il mare con gli scogli, lentamente e furiosamente. Mi lasciavano in quel mare di andata e ritorno in cui galleggiavo inerme, senza forza e senza istinto. I miei sorrisi erano finti, non lasciavo trasparire nulla. Miravo con gli occhi a misurare la distanza con l’isola di fronte; I pescatori del posto dicevano che avesse una forma di farfalla, per me aveva la forma di un nuovo inizio. 

Per i dottori e gli psicologi non ero ancora pronta, lo capivo dai loro sguardi ipocriti, da quei sorrisi impregnati di bonaria menzogna. Ma chi poteva sapere meglio di me, come si sentisse la mia anima? Mi avviavo verso i 40 anni, molti dei quali vissuti senza esistenza, ma con tanti altri che mi avevano dato gioia. Volevo rivivere, riconfrontarmi con il mondo e la sua gente, come potevo risollevarmi se non uscivo dalla tana della paura di ricadere? No, i dottori non avrebbero acconsentito alla mia partenza, me l’avrebbero impedito. Ma sapevo che una volta fuori da questo recinto, non avrebbero potuto riportarmi dentro con la forza e contro la mia volontà. Tutto stava nel raggiungere la Farfalla di fronte. Aspettai la bonaccia, legai una boa rossa intorna alla vita, e mi avviai a dorso verso l’alto mare con il mio bagaglio di stracci. A largo mi attendeva un pescatore, mi fidai dei suoi occhi e della sua aviditá. Mi accompagnó al piccolo molo dell’isola , pian piano un sole veniva fuori dagli abissi. Ero stordita e felice, ero un foglio bianco con l’esitazione di non saper cosa scrivere. Mi sedetti al bar, sarebbero venuti a cercarmi, mi feci trovare. Provarono in tutti a modi a riportarmi là, minacciandomi quasi, ma restai impassibile con la mia granita di mandorle, tra i canti dei gabbiani e i rumori metallici delle navi. Li vidi andar via e con loro sembró andare via un’epoca della mia vita, la leggerezza mi grattó lo stomaco e la notte tremai di paura. Da Orione non mi veniva nessuna traiettoria.

Il giorno dopo mi alzai dal giaciglio improvvisato di giacche e maglie, respirai il fresco del mattino, gustai la limpidezza dei colori del cielo, il borbottare dei pescherecci di ritorno, nessuno mi aveva svegliato, non dovevo essere puntuale a nessun appuntamento, non dovevo recitare più nessuna parte. Provai una solitudine incredibile, restai per qualche minuto abbracciata alle ginocchia, il vuoto si dimostró peggiore del male passato, più feroce di un nemico da vincere. Mi alzai inerme, mi avviai verso il centro di quella farfalla che mi teneva sospesa, il mare mi circondava, il mare intorno non era più una grossa prigione, il mare con il tempo sarebbe diventato il mio diario segreto, l’amico invisibile in cui potevo rivelarmi e mostrarmi.

Trovai lavoro nella piccola bottega di Amintore, di mattina presto preparavo il pane con lui e di pomeriggio lo servivo con l’origano, i pomodori ed il tonno ai turisti. Passavano le giornate, le estati si ripetevano veloci, avevo ritrovato me stessa negli inverni solitari della notte mediterranea. Erano passati 5 anni, Amintore prima di morire mi lasció in eredità il suo negozio. Con sua figlia rimodernammo il locale, lo rendemmo come la casa di suo padre, bianco con le finestre azzurre come i suoi occhi, e dall’interno semplice come la sua anima. Guadagnavamo bene, quattro mesi e mezzo di lavoro sodo all’anno ci permettevano di restare liberi per gli altri mesi. Mi chiedevo quante isole felici come queste potessero esistere, dalla cultura cifrata, l’ospitalità oculata e preziosa, abitate da micromondi senza diritti scritti ma sentiti. Mi affascinava una piccola isola delle Azorre, mi piaceva l’idea di stare in mezzo all’Atlantico, tra il nuovo e il vecchio continente, immaginavo la temperatura diversa, il mare più burbero, il blu dell’Oceano. Cosa siamo senza sogni? Macchine.

Ero stata irrequieta, una femminista tollerante e un’anticapitalista intollerante, mi ero battuta contro un mondo che non assomigliava a ció che prodigava, avevo cercato il vero tra la mia gente, le loro battaglie erano mode, nuvole passeggere cariche di tuoni e di niente. Me ne accorsi dopo il mattatoio di Genova, pensando a come ci avevano lasciati soli, a come la paura possa far rinunciare a qualsiasi cosa. In quel periodo mi allontanai da tutti, il silenzio loquace dell’eroina mi spense ogni dubbio, avevo una nuova preghiera, avevo un nuovo Dio. Vivevo con la luce spenta, ma pensavo fosse l’aurora. Mi ritrovai in quella comunità da cui sono fuggita, svegliandomi. Non sapevo cosa fosse successo nè chi mi avesse portata lí;

Lasciai il treno dei ricordi deragliare nell’acqua azzurra di fronte. Presi una pausa, pulì le dita dall’impasto di farina e acqua, e guardai l’aliscafo svuotare il suo ventre di ferro. Rientrai, misi le pagnotte a lievitare e infornai le altre, aspettai il forno fare il suo mestiere, ed iniziai a sottrarre dalla sua bocca il pane fumante; 

Chiacchieravo del più e del meno con le signore, con i ragazzi e le ragazze di passaggio chiacchieravo del mondo, con i pescatori dei venti e del domani, così passavano le mie giornate. In pace e con piccole emozioni. Un giorno di scirocco, notai scendere dall’unica nave attraccata al porticciolo, l’unico passeggero. Era primavera, di solito oltre alle scolaresche, arrivava qualche coppietta e qualche nostalgico. Lui era diverso, scappava da qualcosa. Prima di scendere, aveva perlustrato con lo sguardo il piccolo molo, il piccolo belvedere del bar, la gente che attendeva. C’era una stranezza in lui che mi incuriosiva. La sua barba incolta, i suoi capelli lasciati al caso, il suo passo incerto, aveva la diffidenza di un gatto. Lo seguiì fino al momento in cui si perse dietro un angolo, in lontananza lo vidi incamminarsi lungo la via di Capo Grande, dove al termine del sentiero, comincia la vista di Tunisi, dove alla fine del cammino, un faro sornione attende. Era la mia passeggiata quella, in pochi si inoltravano in 10 km di breccia e sassi, di stradine improvvisate dal passaggio remoto di altre persone. Mai nessuno era sceso da quelle zattere di ferro e si era incamminato verso il Faro. Quella notte posi la domanda per un’altra esistenza al firmamento, chiesi all’Orsa maggiore di quel ragazzo. Ero curiosa, avevo avuto una sensasazione, e volevo cercare di confrontarla con la realtà. Attesi tre giorni, il quarto dopo il suo arrivo, mi avviai verso il faro. Lo trovai a disegnare, seduto verso il tramonto che veniva, in una casa abbandonata. Lo spiai, fino al calare del sole. Mangiava dalle scatolette, aveva una bottiglia da 5l d’acqua che usava per bere e per lavarsi. Ogni tanto alzava lo sguardo come se cercasse qualcosa in un rispostiglio immaginario, i suoi occhi erano chiari, i suoi modi semplici. Sarebbero finite le sue provviste prima o poi. Attesi.

Nel locale sentivo ridere dell’eremita, delle sue fughe quando si tentava di parlargli, della sua spesa di solo riso e mandorle. Mi chiedevo perchè non venisse nella nostra panetteria, quale strano regime alimentare dovesse seguire per non mangiare pane. Ritornai al faro, preparai diversi panini, di carne, di pesce, e di sole verdure. Girai per i ruderi, per gli appartamenti in disuso del faro, le finestre senza vetro con il mare lontano sembravano dipinti, vidi un’ombra ma trovai solo il suo giaciglio. Lasciai i panini lì. Avvertì una strana paura, quel posto lo conoscevo bene, un’inquietudine mi portó la voglia di correre. Mi fermai alcune centinaia di metri dopo per l’affanno, mi chinai per riprendere fiato, e rialzandomi intravidi la sua sagoma che mi osservava in lontananza dalla sporgenza di un masso. Mi calmai, tornai a casa. Preparai dei calamari e dei gamberi, bevvi mezza bottiglia di rosso d’Erice e lasciai il sonno ubriacare il corpo. 

Dopo una settimana si presentò nel locale, mi chiese dei panini, non mi sarei stupita se non mi avesse ringraziata, il mondo è un posto pieno di gente ingrata; Non mi sarei stupita se si fosse offeso, pensai che in qualche modo avevo oltrepassato una sua zona di sicurezza, e quindi non mi sarei stupita se non avesse apprezzato quei panini. Invece, mi lasció una piccola palla di conchiglie e padelle, assemblata con dello spago blu.

Delle volte la ripasso tra le mani, torno con la mente a quella notte, a quella piccola evasione, a quell’arcipelago che mi ha curata e ritrasmesso la voglia di vivere, all’arrivo di quel ragazzo, al suo rivelarsi lento, agli inizi in questa terra, alla padaria “Amintore”. Vedo la bandiera portoghese sventolare sopra la maestosità dell’Atlantico, immagino le coste dell’isoletta alata lambita dal Mediterraneo e mi accorgo della lontananza dal mio nuovo inizio; 

Vedo Marco dormire, la sua barba incolta in cui mi riparo, sta imbiancando. Nell’altra stanza nostra figlia Iris si é appena svegliata, mi chiama con il nome che danno i figli, sorridendo mi asciugo una lacrima.

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