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Aprile 1977. Mancavano due giorni alla fine del mese e Marta già aveva voglia di passeggiate sul Lungomare, per guardare l’isola di Capri in lontananza, avvolta dalla foschia densa che rendeva un gioco arduo individuarne i contorni.

In ufficio, a maggio di ogni anno, le postazioni di lavoro si riempivano di moduli “740” per la fatidica compilazione e presentazione delle denunce dei redditi. Documenti di varia natura, relativi a questo o quel cliente, cominciavano a invadere tutti gli spazi e nell’aria si respirava odore di carta fresca di stampa e inchiostro.

Le ore trascorrevano lente, perlopiù trascrivendo sui prestampati, in triplice copia, i conteggi fatti dapprima sulle bozze e i polpastrelli finivano immancabilmente marchiati dal blu della carta carbone.  Entro la scadenza prefissata, diversi elenchi nominativi avrebbero occupato, temporaneamente, il ripiano del lungo mobile in sala riunioni.   

Nella pausa pranzo, quel giorno, Marta si affacciò all’ampia finestra della stanza dalla quale si godeva di un magnifico panorama. Vide decine di imbarcazioni: brevi pennellate bianche punteggiavano il bleu intenso del mare che si intuiva appena un poco increspato e fantasticò di viaggi in posti sconosciuti. In quel modo, inconsciamente, provava a staccare la spina dalla routine quotidiana.  A un tratto la visione dello straordinario affresco marino, che poteva nascondere dietro un palmo di mano appoggiato al vetro, le portò alla mente la bellezza della sua amicizia con Paola, una ex collega, nonché cara amica, che non sentiva da tempo e, senza esitare, decise di telefonarle.  Aveva ancora una decina di minuti di libertà, prima di riprendere il lavoro.

“Pronto… ciao Paola, sono Marta, come stai?”

“Marta! E’ un po’ che non ci vediamo. Sto discretamente e tu?”

“Bene! Oberata di lavoro come sempre, di questi tempi. Non hai mica già scordato le nostre maratone fra le scartoffie.”  rispose, ridendo.   

“Certo che no! Tanto che, addirittura, le sogno ancora.”

Concordarono di incontrarsi il giorno successivo per mangiare qualcosa assieme e parlare, con più calma, delle loro cose. D’altronde il feeling esistente tra loro non poteva essere svanito. L’avrebbe abbracciata come si abbraccia un reduce di guerra.

L’indomani Marta attese che Paola passasse a prenderla in ufficio, ma invano. Infatti l’amica le inviò un messaggio dicendo che era sopraggiunto un  impegno indifferibile. Alquanto delusa, Marta pensò di uscire ugualmente: la strada era assolata e semideserta, l’aria frizzante. Una coppia di fidanzati si scambiava effusioni su una panchina, all’ombra di un grande pino. A un tratto vide arrivare il pullman che l’avrebbe portata a Mergellina e, senza pensarci due volte, vi saltò su. Aveva a disposizione quasi due ore e pensava di rientrare per tempo in ufficio, alle 16.

Lungo il tragitto il bus, malauguratamente, si guastò e a lei non rimase che scendere, rinunciando nel contempo ad attenderne un altro che la riportasse indietro. Era già tardi, perciò percorse la via del ritorno quasi di corsa, tanto da arrivare allo studio stanca e ansimante.

Quando Marta salutò il suo capo, questi la guardò con in volto un’espressione ironica:

“Marta, cominciavo a pensare che volesse far festa, stasera! Sono le 16,30…”

“Mi scusi dottore, a dire il vero sono uscita per pranzo con un amico, ma al ritorno abbiamo dovuto fermarci a causa di un guasto al suo scooter.” Si sentiva una ladra per il solo fatto di avere desiderato quella innocente fuga dal grigiore giornaliero, in un giorno di primavera inoltrata.

“Le consiglio di non accumulare troppi ritardi, altrimenti mi vedrò costretto a tenerne conto sugli stipendi!”           

“Stia tranquillo, di certo non capiterà più.”

“Vedremo.”               

Sulla strada di casa, a fine serata, c’era un fresco sentore di gelsomini. Inspirò un paio di volte e bastò quella ventata dolce e inebriante a scacciare l’amarezza per il rimprovero del titolare e la delusione per il mancato incontro con l’amica.

“Paola, vorrei sentissi anche tu questo profumo.” pensò, rincuorata.

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