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Alcolisti anonimi

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Il lato oscuro dell’anima

Quando entrò in ufficio con Alberto, il neo assunto, Monica spalancò la grande finestra della stanza e poi, dandogli le spalle, cominciò a inspirare l’aria fresca, portando le mani sulla testa, ma si voltò quasi subito.

– «Scusami! Dovrò riordinare le pratiche sulla scrivania perché c’è sempre molta confusione dopo le pulizie del fine settimana.»

Sentiva che quello era l’inizio di un’altra brutta giornata, una delle tante da lei vissute dopo il tragico evento dell’estate precedente quando Enrico, il suo ragazzo, era morto schiantandosi con l’auto contro un albero per “eccesso di velocità”, stando ai rilievi della polizia stradale. La tormentava il rimorso di avere provocato, per un futile motivo, quell’ultima accesa discussione, finita con il rifiuto del giovane di andare al mare insieme, come programmavano da mesi, e senza neanche un saluto.  Da allora, non si erano più cercati né rivisti.

Trascorso quasi un anno dall’incidente, dopo una collaborazione saltuaria presso una casa famiglia, Monica aveva iniziato a lavorare come centralinista alla “ALCO.AN. – Alcolisti anonimi”. Era un’assistente sociale seria e preparata, in grado di aiutare quanti, rifiutando le terapie in gruppo, sceglievano di telefonare nella speranza di liberarsi ugualmente da una cronica dipendenza dall’alcool. Doveva convincersi che, con il passare del tempo, la sempre maggiore esperienza le avrebbe giovato nel rapporto con gli altri e con sé stessa, alleviando il suo senso di colpa.

– «Lascerò a te la quarta telefonata. Simuliamo la risposta, dai!» disse al collega, alquanto impacciato.

– «Alcolisti anonimi. Sono Alberto, posso aiutarla?»

– «La voce dovrà essere più alta e non dimenticare mai i saluti.»

Alberto annuì e si sedette di lato al telefono, aspettando il suo turno. Giunse il primo squillo al quale lei rispose prontamente.                

– «Alcolisti anonimi, buongiorno. Sono Monica, posso aiutarla?” Dall’altro capo del telefono riusciva a sentire solo un debole fiato, ma volle rimanere in attesa.

– «Pronto, pronto…» continuò, invano, mantenendo la cornetta all’orecchio con la spalla sinistra, mentre frugava sulla scrivania in cerca del blocco per gli appunti. Poi chiuse la comunicazione, con un evidente disagio.

– «Se capiterà a te, non scoraggiarti. Molti chiamano più volte, senza avere il coraggio …». Monica non finì la frase che il telefono suonò di nuovo.

– «Forza, l’ascolto!» quasi pensò di rispondere, sollevando il microfono maldestramente, per la fretta, ma fu preceduta dal suo interlocutore, in stato di ebbrezza.

– «Alcolisti anonimi, un corno! Vi calza a pennello la maschera di missionari, però la verità è che vi facciamo ribrezzo.»

– «Si calmi! Proviamo a discutere, vuole?»

– «Non so di che parli. Se davvero volessi aiutarmi, potresti lasciare la tua sedia girevole e venirmi a cercare. Sono certo che non lo faresti mai perché, una volta trovatomi, io non sarei più un “alcolizzato anonimo” né tu la mia salvatrice. Sto chiamando da una cabina telefonica, con a terra mezza bottiglia di grappa e una di acido muriatico. Fra non molto mi ci farò un bel cocktail.»

Dopo una breve pausa, l’uomo seguitò a parlare, con un tremito nella voce:

 – «Due anni fa ero in giardino con Carla, la mia bambina, che spingevo sull’altalena. A un tratto, le sue mani lasciarono la presa delle funi e cadde, all’indietro. Risento ogni notte quel tonfo secco. In ospedale non poterono fare niente per il grave trauma cranico. Sarebbe diventata una donna, invece …». Iniziò a piangere.

– «Mi dispiace! Comprendo ciò che prova; da non molto ho perso una persona cara. In via eccezionale chiederò al mio capo l’autorizzazione a parlarle da vicino e stia certo che le garantiremo assoluta riservatezza. Le dò l’indirizzo per incontrarci.” 

– «Un giorno, alcuni mesi dopo la tragedia, mia moglie mi abbandonò. Fra lei e me c’era soltanto nostra figlia Carla e quel gioco maledetto. Ora sono pronto ad annientarmi del tutto.»

– «Se ha avuto il coraggio di telefonarci è perché voleva essere aiutato. Quando la sua mente sarà ritornata lucida, le sarà chiaro che siamo accomunati da un identico dolore e il caso ha voluto che provassimo ad aiutarci a vicenda.»

– «Invece no, ognuno proseguirà per la sua strada e al diavolo il caso, basta! Non dire altro. Riesco a immaginare come starai quando non sentirai più neanche un respiro.» Rise, in modo sguaiato.

Confusa, Monica passò il ricevitore all’altro orecchio. Poi lo poggiò sulla scrivania, ricordandosi finalmente di inserire il “viva voce” affinché anche Alberto udisse le parole di quell’uomo, ma il ragazzo era uscito dalla stanza. Perciò rimase da sola in ascolto: solo rumori, ravvicinati e più radi, finché dovette arrendersi al brusco segnale di occupato.

Trascorsa quasi un’ora, un nuovo squillo la fece trasalire. Poté riassumere quanto aveva fatto in quel lasso di tempo sospeso: andata in bagno per un ritocco al trucco, fumato un paio di sigarette, raccolto i capelli con una matita e mangiato uno snack al cioccolato.

Nel sollevare il microfono, sperò che fosse il tizio di prima.

All’altro capo del telefono, invece, c’era il tono di voce alterato di un anonimo interlocutore che le spiegò di avere soccorso un passante, privo di sensi, e di averlo accompagnato all’ospedale più vicino, dove però era giunto già privo di vita. Non aveva alcun documento d’identità: in una tasca del paltò un pezzo di carta con su scritto Monica – “Alcolisti anonimi” e quel numero telefonico, quindi le fornì una dettagliata quanto inutile descrizione fisica del tizio deceduto.”’

– «Si dovrà avviare un’indagine. Ha idea di chi possa essere?» chiese lo sconosciuto.

– «No. Non ne ho idea, comunque grazie.» si affrettò a rispondere.

Quando Alberto rientrò nella stanza, sorridente, lei attese invano una qualche domanda. Allora, si girò di scatto, mostrando un certo risentimento.

– «Alberto, non ti interessa sapere com’è finita l’ultima chiamata?» Prima che il giovane riuscisse a replicare, con lo sguardo assente, lei cominciò a scorrere le pagine dell’elenco telefonico, in maniera vorticosa, come un automa.

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