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“E’ sempre la solita, Amachi, non fa altro che parlare male del marito poi quando lui arriva la sera è tutta sorrisi… come se non sapesse dove passa la sua giornata…” Fece un sospiro che era a metà tra uno sbuffo impaziente e un respiro di infinita tristezza. Guardava dalla finestra con gli occhi stretti come due sottilissime fessure, in mano ancora il panno con cui stava asciugando le pentole che quella sera, come tutte le altre sere, sembravano non finire mai.

Amachi abitava nella casa di fronte da quando erano bambine; ripensando agli anni della sua infanzia Nilaja non riusciva a ricordare un solo giorno in cui non avessero passato almeno un’ora parlando e scherzando un po’ insieme. Uno sguardo, poi una risata di quelle che ti tolgono il fiato e che quasi pensi di non riuscire a respirare… e nessun altro può capire.
Una volta – bambine, poco più di dieci anni – avevano sorpreso Zahina, la figlia del falegname, con il ragazzo che riparava biciclette; li avevano spiati per un po’: erano così buffi, si rotolavano sul prato, dietro al grosso salice che sta da sempre sulla riva del fiume, come in una lotta, si tiravano i capelli facendo versi strani…
Lì per lì non sapevano che fare. Tutte le donne del villaggio avevano capito che quel ragazzo che passava tutti i giorni in bicicletta sulla via del fiume aveva delle mire su Zahina. Lei d’altronde era in età da marito, ed era la più carina delle ragazze della sua età; di solito andava con le sue compagne a prendere l’acqua al di là del ponte, camminando per chilometri sulla strada che scendeva dal paese, saltellando sui sassi con un piede poi l’altro fino ad arrivare quasi nell’acqua. Una volta sulla riva, come piccole ninfe, si scioglievano i capelli e sognavano insieme immaginando la propria vita da adulte, quando anche loro avrebbero percorso la strada maestra del villaggio con il vestito della festa e i fiori tra i capelli.
Sognando ad occhi aperti Zahina non si era accorta che il suo sogno stava già diventando realtà, e che quel dolore forte che sentiva allo stomaco -pensava fosse dovuto a qualche strana malattia – chissà come mai si manifestava solo quando sentiva i sassi saltare e il rumore delle ruote sul selciato. Allora il cuore si fermava per un istante per poi ricominciare a battere come impazzito. Lei girava lievemente la testa, quel tanto che bastava per incrociare il suo sguardo. E accennava un sorriso. Era quasi impercettibile ma lui sapeva riconoscerlo, ed i suoi occhi brillavano di mille luci colorate.
E così quel giorno che le due bambine rubarono il segreto dei loro primi baci, la madre di Zahina era con le donne del villaggio a lavare i panni sull’altra sponda del fiume, dove le rocce sono levigate da anni ed anni di fatica, mentre suo padre, insieme agli uomini del villaggio era nei campi ad arare la terra per prepararla alla prossima semina.
Stettero lì a osservarli per un po’, in silenzio. Poi, si guardarono per un momento, senza parlare, e non riuscirono più a trattenersi… le risate svelarono la loro presenza, riportando bruscamente alla realtà i due innamorati che, spaventati, si staccarono l’uno dall’altra fingendo un’aria disinvolta. Le due bambine corsero a perdifiato lungo il fiume, attraversarono il ponte per raggiungere le loro madri che, prese da mille discorsi, strofinavano il sapone sui panni, asciugandosi di tanto in tanto la fronte con la manica della camicia. Non si erano neanche accorte della loro piccola fuga. Controllando a mala pena le risate, presero gli otri pieni d’acqua, se li misero sulla testa e si avviarono verso casa. Una volta arrivate sulla piazza si salutarono, sorridendo ancora un po’ ripensando all’accaduto. Quel giorno il clima era mite, un anticipo di primavera; appena arrivata Nilaja spalancò le finestre come per far entrare un po’ di primavera dentro quella stanza così misera. All’improvviso dalla finestra aperta entrò come un fulmine un grosso moscone. Fece due o tre volte il giro della stanza, si posò un momento sopra al tavolo ed uscì dalla stessa finestra da cui era entrato. Distratta dal ronzare dell’insetto per poco non cadeva dalla sedia.“Cattive notizie” pensò.
Pochi giorni dopo arrivarono delle persone da fuori – uomini bianchi, chissà da dove venivano -; fecero mille domande a tutti e tante fotografie alle case e alle strade del villaggio. Di lì a poco fu costruito un pozzo al centro della piazza che per una strana magia portava l’acqua dal fiume su fino al villaggio. Bastava un secchio ed una corda. Chissà come faceva. Nilaja una volta si era sporta per vedere il fondo ma non aveva visto che un buco nero senza fine. Non si vedeva goccia d’acqua. Ci fu una grande festa in onore di questa novità. Le donne non facevano altro che parlare della fatica che facevano per andare e tornare dal fiume ogni giorno con gli otri pieni d’acqua sulla testa. Una fatica che presto sarebbe diventata solo un ricordo, ora che l’acqua dal fiume era arrivata proprio davanti alle loro case. Chissà quante cose avrebbero potuto fare ora che non avrebbero più dovuto impiegare tutto quel tempo per scendere fino al fiume e poi tornare su.
Da quando c’era il pozzo, la mattina arrivavano alla spicciolata, ognuna col proprio secchio e prendevano l’acqua necessaria per tutta la giornata. Niente più chilometri da fare sulla strada ripida e piena di sassi che portava giù al fiume, niente più otri sulla testa e dolori ai piedi la sera.

Nilaja si trovò a sorridere di quell’episodio così lontano, senza riuscire a ricordare in che modo le fosse tornato alla memoria. Riprese il panno che aveva poggiato su una sedia e continuò ad asciugare le stoviglie.
Aveva quasi dimenticato che quel pozzo non c’era sempre stato, lì, al centro della piazza.
A volte, nelle ore morte della giornata, si sedeva accanto alla finestra e, con gli occhi che sembravano una sottilissima fessura, osservava la gente di fuori. Quando tutti erano tornati alle proprie case e la piazza era ormai vuota guardava il pozzo e le sembrava di sentire voci allegre di donne e il rumore dei panni che sbattevano sulle rocce; sentiva il suono caldo delle loro risate e le parole di canzoni che ormai non riusciva più a ricordare. Sembrava quasi che le voci provenissero dal fondo del pozzo, come se qualcuno per dispetto, un giorno, le avesse rubate e buttate giù.

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